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Farage si ispira ai Cinque Stelle per rilanciare la hard Brexit

Confindustria britannica e ministri Remainers premono per un accordo pragmatico che può far gola anche a Bruxelles. Ma i Leavers duri e puri insorgono. E l’ex leader dell’Ukip prepara il ritorno il campo con un nuovo movimento modellato su quello di Grillo

Nigel Farage. REUTERS/Christian Hartmann
Nigel Farage. REUTERS/Christian Hartmann

Ufficialmente i prossimi incontri fra Londra e Bruxelles per la fase due dei negoziati sull’accordo commerciale post-Brexit sono in agenda per marzo.

Ma il lavoro non si è mai fermato, dal consenso faticosamente raggiunto su costi e termini del divorzio, ed entrambe le parti si preparano alla trattativa più complessa: la rinegoziazione di 40 anni di scambi, regole, leggi, disposizioni. Impresa formidabile, specie senza una chiara visione né un chiaro mandato politico. E Theresa May sembra non avere né l’una né l’altro.

La settimana si è aperta ieri con un intervento molto chiaro di Carolyn Fairbarn, direttore generale della potentissima Cbi, la Confederation of British Industry, la Confindustria britannica.

Già nei mesi scorsi gli industriali avevano tentato di fare pressione sul governo per uscire da un clima di incertezza che ne danneggia i piani. Stavolta, l’attività di lobby è stata prima a mezzo stampa, nel popolare ed influente programma della domenica Peston on Sunday, poi in un discorso all’Università di Warwick.

La richiesta degli industriali è per una Brexit che metta il lavoro al primo posto - curioso, è anche la priorità di Jeremy Corbyn - per un periodo di transizione definito entro 70 giorni e per il mantenimento dell’unione doganale. Nella visione del governo May invece unione doganale e mercato unico sono esclusi. Quanto all’ipotesi di no deal, la Fairbarn l’ha definita «di grande autolesionismo economico» chiarendo che «I fattori economici e la prosperità andrebbero messi prima della politica e delle linee rosse». E qui bisogna immaginare schiere di navigatissimi e pragmatici industriali ormai esasperati dal ping-pong ideologico nel governo e nel partito conservatore. Che nel frattempo continua.

Secondo uno scenario del Financial Times, i ministri remainers spingerebbero per una membership sul modello norvegese, cioè con versamento di contributi al budget europeo in cambio della conservazione dei servizi finanziari e dei passporting rights.

Una soluzione ragionevole e presumibilmente ghiotta anche per Bruxelles, che il problema del buco di bilancio lasciato dall’uscita del Regno Unito se lo pone eccome. Solo che i più fanatici fra i leavers gridano al tradimento e fanno sapere per bocca del loro pittoresco rappresentante più estremo - l’anacronistico ma in ascesa Jacob Rees-Myers - che nemmeno un penny in più dovrà uscire dalle casse inglesi, neanche in caso di transizione, e che non si parla proprio né di unione doganale né di mercato unico: l’uscita dovrà essere netta, radicale e senza esitazioni, con il congelamento della libertà di movimento a partire dalle 11 di notte del 29 marzo 2019.

Posizione dura e pura che potrebbe trovare un inaspettato alleato nel redivivo Nigel Farage. Il ritorno dell’Ukip? No. L’Ukip è moribondo: dopo le dimissioni del suo fondatore e padrone, Farage appunto, il partito indipendentista si è praticamente dissolto. Era prevedibile: cosa si inventa un partito senza tradizione nè radici profonde nel Paese, tenuto insieme da un solo progetto politico, il giorno dopo averlo clamorosamente raggiunto?

Fatto sta che dal giorno del trionfo, alla testa dell’Ukip si sono avvicendati tre leader, uno più inadeguato dell’altro, e il partito alle elezioni anticipate del giugno 2017 è stato spazzata via, perdendo 147 seggi: ora ne ha zero.

L’attuale segretario, il 53enne Henry Bolton, ex soldato, ex poliziotto e, perfino, ex membro dei Lib-Dem, la formazione più europeista del parlamento britannico, è stato eletto a settembre e sfiduciato domenica scorsa dal gruppo dirigente dell’Ukip.

Durante le feste di Natale aveva lasciato moglie figli per andare a convivere con una collega di militanza, una modella 25enne che, poco dopo, ha twittato commenti razzisti all’indirizzo di Meghan Markle, neo-fidanzata del principe Henry. Lui l’ha sospesa dal partito e ha interrotto il fidanzamento a suon di tweet - ma poi sono stati visti di nuovo insieme. Insomma, Farage è troppo sofisticato per riprendersi un partito in piena crisi di mezza età.

Al contrario, scrive su politico.eu lo studioso delle destre europee Matthew Goodwin, docente di politica all’Università del Kent e senior fellow di Chatham House, Farage starebbe lavorando con il suo finanziatore storico Arron Banks ad un nuovo movimento, del tutto alternativo alla sua vecchia, esaurita creatura, con lo scopo di ottenere una vera Brexit, senza compromessi. Il modello organizzativo, sostiene Goodwin, sarebbe quello dei 5 stelle: capo carismatico, struttura decentralizzata e partecipazione dal basso.

Per questo “Banks ha mantenuto un grosso database di supporters attraverso il suo network leave.eu, mai dismesso, e Farage ha passato il tempo, dopo le dimissioni, a coltivare facoltosi donatori che condividono i suoi timori di una Brexit annacquata ma non intendono investire in un Ukip ormai caricaturale”.

Per non parlare degli ottimi rapporti con Donald Trump: Farage fu il primo politico britannico a fargli visita subito dopo la sua elezione a Presidente degli Stati Uniti e i rapporti sono proseguiti da allora.

Un partito del genere, in caso di caduta del governo e nuove elezioni, potrebbe catalizzare il malcontento popolare che, a destra e a sinistra, determinò la scelta di Brexit. Fantascienza politica?

Per ora sì. Proprio come la prospettiva di Brexit prima del referendum.

 @permorgana

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