Il sindaco di Londra pubblica una ricerca sugli scenari post-Brexit. Tutti cupi, ma in caso di divorzio senza accordo il Regno rischierebbe una crisi disastrosa. Così Sadiq Khan chiede per la sua città-Stato un ruolo autonomo nel negoziato. E sfida Theresa May anche su scala nazionale

Il sindaco di Londra Sadiq Khan. REUTERS / Toby Melville
Il sindaco di Londra Sadiq Khan. REUTERS / Toby Melville

Londra - Se è vero che la propria biografia ha un peso in politica, Sadiq Khan può davvero condizionare il corso di Brexit perché incarna, letteralmente, tutto quello che Brexit non è.


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La sua è una storia estremamente londinese di integrazione con la società britannica dentro la conservazione della proprie radici culturali e religiose, di raggiungimento di un vertice politico senza muoversi dal quartiere popolare di Tooting dove è nato e si è formato, di equilibrio fra vocazione popolare e proficue relazioni con banchieri e costruttori.

Khan il simbolo concreto di una Londra aperta, multiculturale, inter-religiosa, competitiva su scala mondiale, meta desiderata da elite, studenti, ambiziosi di tutto il mondo. È la Londra che ha votato in maggioranza (intorno al 70%) per rimanere in Europa.

Una città di quasi 9 milioni di abitanti (dati dell’ultimo censimento del 2011) con un Pil pari a circa il 22% di quello nazionale. Chiunque conosca la società britannica è consapevole di quanto Londra rappresenti un’eccezione, una realtà a parte, un’isola nell’isola, separata dal resto del Regno Unito per cultura, opportunità, autonomia, dinamismo. Eccezione realizzata anche grazie al sacrificio di intere regioni, tuttora penalizzate da tanto squilibrio, avvitate in una spirale di crisi senza uscita e gonfie di rancore verso la capitale. L’esito del referendum su Brexit ha rappresentato, da questo punto di vista, un tentativo fragoroso di raddrizzare questo squilibrio.

Di tutto questo Sadiq Khan è un simbolo concreto: musulmano osservante, figlio di immigrati pachistani diventato avvocato e poi stella del Partito laburista, è il naturale campione e portabandiera dell’immigrazione in una nazione ed in un momento storico in cui la maggior parte dei votanti sembrano respingerla.

Khan è, coerentemente con le sue radici, un convinto remainer. Lo slogan della sua amministrazione è London is open e dopo il referendum si è affrettato a rassicurare i residenti europei nella capitale. Ma ha anche, fin da subito, cercato strade per evitare alla sua città l’impatto di scelte che quella città non condivide. Londra è già, in un certo senso, città-stato: il suo sindaco vuole che svolga un ruolo autonomo anche nei negoziati con Bruxelles.

Lo scopo è proteggerne l’identità ottenendo condizioni speciali su due temi in particolari: immigrazione e servizi finanziari. Per questo Khan è stato fra i primi a commentare l’eventualità, non ancora tramontata, di uno statuto speciale per l’Irlanda del Nord post Brexit, una sorta di corridoio privilegiato con l’Europa: perché sarebbe un precedente per Londra.

Per questo, ieri, ha pubblicato lo studio che la sua amministrazione ha commissionato alla società indipendente di consulenza Cambridge Econometrics. Un’iniziativa diventata necessaria quando è stato chiaro che non solo il governo Cameron non aveva alcun contingency plan in caso di vittoria dei leavers, ma che anche il governo May, mesi dopo il voto, non aveva preparato alcun reale approfondimento sull’impatto dei vari scenari ipotizzati. O almeno non ritiene di doverli rendere pubblici per timore di danneggiare i negoziati. È una Brexit al buio.

La ricerca commissionata dal sindaco esamina cinque scenari possibili post-Brexit. Si va da un’ipotesi molto vicina allo status quo all’estremo opposto, quello di un’uscita senza accordo. In tutti i casi l’economia londinese e quella nazionale subirebbero pesanti rallentamenti in tutti i settori merceologici, con ricadute gravi su lavoro, crescita, occupazione, sevizi. Ma un no deal precipiterebbe il Paese in una crisi profonda, con una performance economica, nel 2030, inferiore del 3.3% (il 2 a Londra, che ha più anticorpi) rispetto all’ipotesi soft-Brexit, mezzo milione di posti di lavoro in meno (87mila a Londra), lo sfumare di 54 miliardi di sterline.

“Questa nuova analisi dimostra perché il governo dovrebbe cambiare il suo approccio e negoziare un accordo che ci consenta di restare sia nel mercato unico che nell'unione doganale” ha dichiarato Khan.

Il governo di Londra può sempre diventare rampa di lancio per una carriera politica nazionale, come è stato per Boris Johnson. Difficile pensare che un musulmano praticante possa diventare primo ministro: la sua religione non è stata un ostacolo per gli elettori londinesi ma lo sarebbe quasi certamente nel resto del Paese.

Ma quella di Khan è, oggi, una piattaforma politica, fondata sulla concretezza delle cifre contro l’inconsistenza dei proclami di Theresa May, la sfida della competenza ad un governo nazionale tuttora troppo prigioniero di faide interne per poter garantire scelte responsabili per il futuro dell’intera nazione.

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