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Corbyn tentenna di fronte al secondo referendum sulla Brexit

Da Blair a Lord Adonis, crescono le voci che nel Labour chiedono una consultazione sull’accordo finale con Bruxelles, che preveda l'opzione di restare nella Ue. Le controindicazioni però non mancano e il leader fin qui ha tenuto una linea ferma di ambiguità. Ma il tempo stringe

Una sostenitrice dell'opposizione alla Brexit. REUTERS/Simon Dawson
Una sostenitrice dell'opposizione alla Brexit. REUTERS/Simon Dawson

Londra - Giovedì scorso, un Tony Blair sempre più inorridito da quello che è diventato il suo partito in mano ai corbynisti ha lanciato un appello alla leadership laburista perché si unisca alla sua campagna per un nuovo referendum sulla Brexit - stavolta sull’accordo finale e che preveda la possibilità di rivedere l’ipotesi di uscita dall’Unione.

Intervistato durante Today, il programma di punta del mattino di BBC Radio 4, l’ex primo ministro ha sottolineato come gli elettori “abbiano il diritto di cambiare idea, se cambiano le circostanze”, ed ha previsto che la seconda fase di negoziati con Bruxelles, quelli sul tipo di relazione post Brexit, renderanno evidente il “dilemma centrale” che il Regno Unito dovrà affrontare: “O sei vicino all’Europa, e in quel caso devi obbedire alle sue regole, oppure ti ritrovi in un rapporto di libero commercio sul modello di quello con il Canada, e diventa inevitabile un grosso processo di ristrutturazione economica”. Non è la prima volta che Blair, che sulla permanenza in Europa sta tentando di rifarsi una verginità politica, tenta di indicare a Corbyn la strategia da seguire.

Corbyn, finora, non ha replicato. Difficile che lo faccia. A Blair, al blairismo e all’idea di New Labour lo lega da sempre un rapporto di reciproco disprezzo. La loro distanza politica, culturale e ideologica è siderale, tanto che nei decenni del trionfo del New Labour “Jeremy il Rosso” era considerato e trattato come un ridicolo nostalgico, marginale esponente di una ortodossia socialista incomprensibile alla dirigenza. Poi, gli equilibri si sono invertiti. Con una nota frivola.

A sorpresa, il segretario laburista è comparso sulla copertina di dicembre di GQ - numero dedicato agli uomini meglio vestiti dell’anno - in un inusuale completo blu con cravatta rossa. Una concessione culturale ad un mondo, quello dei magazine di lifestyle e moda, molto più vicino al New Labour che ai suoi sobri riferimenti antisistema. Esercizi di consenso. Ma nel corso della lunga intervista concessa a Stuart McGurk non ha mancato di sottolineare come non senta Blair dalla propria elezione a segretario del partito. “Se Blair La cercasse, gli parlerebbe?” chiede McGurk in un passaggio del lungo colloquio. “Parlo con chiunque. Sono molto educato”.

C’è da dire, però, che Blair non è solo. A sostenere la necessità di un referendum sull’accordo finale sono in diversi, dentro e fuori il Labour. C’è Vince Cable, rispettato decano dei Lib-Dem, coerenti nel loro eurocentrismo ma anche fermi al 7% degli elettori. E c’è una parte consistente di iscritti al Labour, da sempre, in maggioranza, pro Europa.

Ma i contro all’adesione del partito a una campagna per una nuova consultazione sono molti e sostanziali. Lo chiarisce con efficacia sul Guardian Owen Jones, intellettuale ed editorialista di aperte simpatie corbyniste, le cui riflessioni vale la pena di riportare ampiamente.

“Se il risultato del primo referendum venisse semplicemente cancellato, sia gli elettori leavers che i remainers potrebbero vederlo come un colpo di Stato contro la democrazia, e recuperare la loro fiducia sarebbe impossibile.

[…] In alternativa, un secondo referendum verrebbe visto come lo sforzo dell’establishment di condizionare il voto fino al raggiungimento del risultato sperato, alimentando ulteriormente le divisioni nel Paese. […] Infine, c’è la semplice matematica politica. Se il Labour supportasse apertamente una campagna per fermare la Brexit, rischierebbe di perdere molti dei 3 milioni di elettori che hanno votato Leave, lasciando campo aperto ad una nuova vittoria dei conservatori e delle loro politiche di austerity”.

È il dilemma di Corbyn, quello che lo ha portato a tenere, finora, una ferma linea di ambiguità sulla posizione ufficiale del partito, già laceratissimo su molte questioni essenziali oltre alla Brexit.

In settembre, al congresso annuale del Labour, i “pretoriani” corbynisti di Momentum, il movimento nato dalla sua campagna per la leadership nel 2015, hanno impedito che la mozione Brexit venisse perfino messa all’ordine del giorno.

Lo stesso segretario aveva invitato alla cautela rispetto alla piena permanenza nel mercato unico europeo per le sue restrizioni in termini di spesa pubblica e nazionalizzazioni, che sono al cuore del programma politico del suo Labour.

Ma ai primi di dicembre, durante la conferenza del Partito Socialista Europeo a Lisbona, alla domanda sull’ipotesi di un secondo referendum ha risposto, lasciando aperta una possibilità: “Non abbiamo ancora preso una decisione sul secondo referendum. Quello che abbiamo detto è che rispettiamo il risultato del primo”.

Quanto alla sua posizione personale, è noto come Corbyn sia sempre stato molto critico sull’Europa: non solo votò a favore dell’uscita del Regno dalla Comunità Economica Europea nel 1975 e contro il trattato di Maastricht e quello di Lisbona, ma non ha mai lesinato critiche al progetto e alle politiche europee, dalla gestione della crisi greca ai dossier in Medio oriente o in Africa.

Al referendum sulla Brexit, però, ha ribadito più volte di aver votato per rimanere, pur invocando la necessità di profonde riforme.

Ora, il tempo stringe, e la decisione su un eventuale secondo referendum non potrà essere rimandata a lungo. È quello su cui conta Lord Adonis, esponente laburista stimato dai conservatori al punto da essere nominato presidente della Commissione sulle Infrastrutture dai governi Cameron e May.

Si è dimesso poco dopo Natale, con una lettera pubblica che sconfessa l’operato dei conservatori sia sui Trasporti sia sulla Brexit. “Se la Brexit va davvero in porto, ricondurci in Europa sarà la missione principale della generazione dei nostri figli, che non potranno credere alla distruttività delle vostre scelte”.

Adonis ha quindi deciso di dedicare tutte le sue energie personali e politiche alla campagna per restare in Europa. Lo strumento per riuscirci è, dice, persuadere Jeremy Corbyn a sostenere un referendum sull’accordo finale raggiunto dalla May con Bruxelles. “La strategia ora è convincere il mio caro amico Jeremy. Spero venga allo scoperto schierandosi apertamente per un referendum sull’accordo finale, che non credo possa in coscienza sostenere, visto che distruggerebbe il commercio e il mercato del lavoro britannici ”.

@permorgana

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