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Un Brexit leak da incubo può dare il colpo di grazia alla May

Una gola profonda del civil service fa trapelare i risultati dell'ultimo studio del governo sulle conseguenze economiche della Brexit. Tragiche. Ma il premier sembra incapace di prendere una posizione. E anche Angela Merkel ormai racconta aneddoti sul suo stato confusionale

Angela Merkel e Theresa May. REUTERS/Bernd Von Jutrczenka/POOL
Angela Merkel e Theresa May. REUTERS/Bernd Von Jutrczenka/POOL

Lo scoop è apparso martedì mattina sul sito di Buzzfeed Europe, a firma del sempre ben informato Alberto Nardelli.

Nardelli cita un documento riservatissimo, chiamato Eu Exit Analysis - Cross Whitehall Briefing: è lo studio governativo più aggiornato riguardo l’impatto di Brexit sull’economia del Regno Unito.

Tre gli scenari possibili.

Il primo, una soft-Brexit con il mantenimento dell’accesso al mercato unico - in sintesi, con il Regno Unito che resta nella Eea, la European Economic Area - comporterebbe un rallentamento della crescita del 2% nei prossimi 15 anni rispetto alle previsioni correnti.

La crescita sarebbe il 5% in meno nel secondo scenario, ovvero l’ipotesi di un accordo commerciale di libero scambio con l’Unione Europea.

Si tratterebbe di un drammatico 8% di mancata crescita per lo scenario impronunciabile, il terzo, quel no-deal che farebbe ricadere il Regno Unito nell’ambito delle tariffe e delle regole della World Trade Organisation.

Questo senza considerare le conseguenze immediate, a breve termine, come l’impatto dei nuovi accordi doganali e il prevedibile aumento delle importazioni. A subire pesanti conseguenze negative sarebbero tutti i settori produttivi in tutti e tre gli scenari analizzati, con l’unica eccezione dell’agricoltura, nel caso di un mancato accordo.

La mancata crescita riguarderebbe tutte le aree del Regno Unito, con previsioni particolarmente negative per le zone più povere - come il Nord Est e le West Midlands - e quell’Irlanda del Nord che è un nodo dolente non solo dei negoziati ma della tenuta del governo May. Non sarebbe risparmiata nemmeno Londra, che rischierebbe di perdere il suo status di centro finanziario mondiale. Esattamente quello che la City teme, tanto da non nascondere più le pressioni sul governo per ottenere per la capitale una salvaguardia speciale.

Cosa resta delle previsioni positive, l’ambizione dei brexiteers di avere finalmente le mani libere per stringere accordi bilaterali? Un accordo commerciale con gli Stati Uniti porterebbe, sulla lunga distanza, ad una crescita del Pil dello 0,2%, a cui andrebbe aggiunta una percentuale fra lo 0,1 e lo 0,4, in totale, in caso di accordi con Cina, India, Australia, Paesi del Golfo e una serie di nazioni del sud est asiatico.

Non sorprende che, alla domanda di Nardelli «Perché queste informazioni non vengono rese pubbliche dal primo ministro?» la sua fonte al Department for Exiting the European Union - il ministero per la Brexit creato dopo il referendum e guidato da David Davis - abbia risposto: «Perché è imbarazzante».

Risposta molto british per uno scenario da incubo, specchio di una decisione - quella di lasciare l’Unione Europea - a cui il governo non è mai stato preparato. Ma è preoccupante che tuttora motivazioni di sopravvivenza politica impediscano di fare chiarezza, aprendo un dibattito pubblico sulle vere previsioni economiche, al di là di una retorica che sembra sempre più irreale.

Ed è in un quadro di scontro fra il civil service - l’esercito di funzionari da mesi al lavoro su questi scenari - ed una classe politica sorda a richiami concreti che va letta questa fuga di notizie.

Il documento è, infatti, riservatissimo. Secondo quanto scrive Nardelli, che avrebbe solo potuto visionarlo senza riceverne copia, lo studio è stato preparato da funzionari di vari ministeri per il Dexeu, che doveva presentarlo in questi giorni ai ministri e sottosegretari più autorevoli in incontri individuali, in preparazione della riunione del comitato governativo sulla Brexit prevista per la prossima settimana.

In sintesi, una manina esasperata, ad altissimi livelli della gerarchia ministeriale, si è voluta assicurare che quei contenuti non rimanessero circoscritti al governo. Segnale allarmante di sfiducia.

Un portavoce di Downing Street ha replicato che Londra sta lavorando ad una «partnership inedita e speciale con l’Unione Europea» che quindi non ricadrebbe in nessuno degli scenari analizzati.

Ma una partnership si fa in due e i segnali da Bruxelles sono tutt’altro che incoraggianti.

Lunedì scorso, con un voto durato in tutto 2 minuti, i ministri degli Affari Europei dell’Unione hanno approvato le linee guida per negoziare la transizione con con il Regno Unito dopo il 29 marzo 2019, data della sua uscita dall’Unione Europea.

Le linee guida votate prevedono che la transizione duri 21 mesi - fino al 31 dicembre 2020 - e non 24 come suggerito da Londra, che il Regno Unito debba rispettare ed implementare tutte le leggi e normative decise in Europa senza però la possibilità di partecipare al processo decisionale - se non in casi eccezionali - e soprattutto che Londra non possa liberamente chiudere accordi commerciali alternativi.

E già nel primo pomeriggio di lunedì i detrattori della May - quelli che nel suo stesso partito lavorano alacremente a sostituirla accusandola di debolezza interna e internazionale e di condannare il Regno alla condizione di “stato vassallo” - si erano scatenati fino a far dubitare, per qualche ora, della stessa tenuta del governo.

Il primo ministro ha nicchiato, aiutata dall’imminente partenza per il suo primo viaggio ufficiale in Cina, dove resterà fino a venerdì.

Ma intanto sulla sua linea negoziale è trapelata un’altra notizia imbarazzante. Anche stavolta da fonte autorevole: la cancelliera tedesca Angela Merkel, che a un gruppo di giornalisti avrebbe raccontato un esilarante retroscena del suo incontro di Davos con Theresa May.

Merkel avrebbe chiesto: «Su Brexit cosa volete?». May: «Fammi un’offerta». E Merkel, interdetta: «Ma siete voi che ve ne andate, non tocca a noi fare un’offerta. Allora, cosa volete?». Risposta di May: «Fammi un’offerta».

Episodio divertente e rivelatore. Theresa May, paralizzata dalla propria vulnerabilità politica e dalla negazione dell’evidenza sulle conseguenze di Brexit, sembra non essere in grado di fare nessuna offerta.

 @permorgana

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