Gli accordi per la Brexit si bloccano al confine irlandese

Il costo del divorzio sarà alto, rivela il Telegraph, il giornale dei falchi. E rimane il nodo dell'Irlanda. L’irrigidimento della frontiera danneggerebbe la Repubblica, riaprendo inoltre vecchie ferite. Ma ogni compromesso è nel mirino degli Unionisti, che tengono in piedi il governo May

Confine tra Irlanda del Nord e Repibblica Irlandese a Newbuildings, Irlanda del Nord, 16 agosto 2017. REUTERS / Clodagh Kilcoyne
Confine tra Irlanda del Nord e Repibblica Irlandese a Newbuildings, Irlanda del Nord, 16 agosto 2017. REUTERS / Clodagh Kilcoyne

A pochi giorni dalla scadenza imposta da Michel Barnier al governo May per “fare significativi progressi” nella prima fase delle negoziazioni su Brexit e procedere alla seconda fase, quella dell’accordo vero e proprio, le questioni da risolvere sono ancora elefanti in una cristalleria.

L’unico accordo raggiunto sarebbe quello sul conto del divorzio, come ha rivelato ieri in esclusiva il Telegraph, il quotidiano britannico più vicino ai Tory. La cifra sarebbe compresa fra i 45 e i 55 miliardi di euro, molto più vicina alla richiesta dell’Unione Europea che alla cifra iniziale offerta dal governo May. Secondo fonti citate dal Telegraph “nel testo dell’accordo verrebbe presentata all’opinione pubblica britannica la cifra [più] bassa, mentre il conto finale sarà superiore ai 50 miliardi, come chiedeva l’Unione Europea”. Dal punto di vista dei Brexiteer, quasi un’accusa di intelligenza con il nemico, le detestate istituzioni europee, ai danni degli elettori britannici. Staremo a vedere le ricadute di queste rivelazioni sulla politica interna del Regno Unito e delle bellicose correnti Tory. Da tenere d’occhio in particolare Michael Gove e Boris Johnson, che già in passato hanno sabotato i negoziati per tornaconti personali.

Quanto alla Commissione Europea, ieri si è limitata ad un poco rassicurante ‘No comment”.

Restano due nodi cruciali, da sciogliere entrambi entro pochi giorni: Bruxelles ha chiarito che non procederà finché non avrà garanzie sullo status dei residenti Eu nel Regno Unito e sulla questione, intricatissima, del confine fra Repubblica Irlandese ed Irlanda del Nord post Brexit.

La questione del confine irlandese è un vero ginepraio, con ramificazioni di politica interna e pesanti bagagli storici. In sintesi: l’uscita del Regno Unito, e di conseguenza dell’Irlanda del Nord, dal mercato unico e dall'unione doganale europei pone il problema di ristabilire i controlli al confine, decaduti con gli accordi di libera circolazione.

Dublino si oppone decisamente al loro ritorno. Le ragioni sono molteplici, tutte ugualmente pressanti.

Primo: gli scambi bilaterali sostengono la vitale, ma fragile, economia irlandese.

Secondo, la Repubblica Irlandese non ha, ovviamente, confini diretti con il continente: lo scambio commerciale avviene prevalente per via terrestre attraverso il Regno Unito, perché il trasporto via mare è molto più lungo e costoso e il pagamento di dazi avrebbe conseguenze economiche gravi.

Terzo: su e per quel confine è stato versato molto sangue. Oggi ambulanze, beni, famiglie e lavoratori lo varcano senza intoppi: è questo il risultato più tangibile, per la gente comune, degli accordi del Good Friday che hanno messo fine alla guerra civile in Irlanda del Nord.

Ergo, Dublino sta facendo la voce grossa, annunciando prima un veto su qualsiasi proposta di ristabilimento di dogane e poi chiarendo che un veto irlandese non sarebbe necessario visto che tutti gli altri 26 paesi dell’Unione sostengono la stessa posizione.

I negoziatori europei, da parte loro, caldeggiano una soluzione che appare la più concreta: garantire all’Irlanda del Nord uno statuto speciale in cui, come parte dell’accordo finale, i rapporti bilaterali e le aree di cooperazione con la Repubblica rimangano il più possibile simili a quelli attuali.

Tutto bene, se non fosse che il governo May ha dichiarato che Brexit means uscita dal mercato comune e dall’unione doganale. Ciliegina sulla torta: dopo le fallimentari elezioni anticipate di giugno scorso la maggioranza parlamentare dei Tories, quella che tiene in piedi il governo, dipende dalla delicata alleanza con gli unionisti nord-irlandesi del Democratic Unionist Party, guidati da una come Arlene Foster, che si è formata umanamente e politicamente nella fase più violenta dei Troubles.

Al congresso annuale del suo partito appena concluso, la Foster ha mandato un messaggio inequivocabile: non accetteremo nessuna proposta che separi o distingua l’Irlanda del Nord dal Regno Unito. Sottinteso: piuttosto lasciamo il tavolo dei negoziati. Minaccia da prendere sul serio per due ragioni: la classe dirigente unionista ha, diciamo così, una certa esperienza di negoziazioni estreme, e tiene di fatto ostaggio il governo May.

Contrapposizioni ideologiche apparentemente insormontabili e aggravate dall’instabilità politica da entrambi i lati del confine. L’Irlanda del Nord non ha, di fatto, né un esecutivo né un parlamento dallo scorso gennaio, quando il vicepremier repubblicano McGuinnes si dimise per reazione a un presunto, grave caso di corruzione che, se provato, potrebbe decapitare i vertici unionisti. Le istituzioni del Paese funzionano sulla base della condivisione dei poteri fra unionisti e repubblicani, che ormai da 10 mesi non trovano un compromesso.

Secondo gli accordi di pace del Good Friday, il governo britannico dovrebbe agire da arbitro imparziale fra Repubblicani del Sinn Fein e Unionisti del Dup. Il matrimonio di convenienza fra i Tories e gli unionisti ha compromesso gli equilibri e infiammato una situazione già infiammabile.

Non va molto meglio a Dublino, dove il neo eletto governo Varadkar ha evitato temporaneamente l’implosione martedí, ma non ha risolto i problemi di un governo di minoranza, sorretto anch’esso dalla stampella di un partito minore e scosso da uno scandalo che coinvolge il vice primo ministro Frances Fitzgerald. Non si può escludere che il governo cada entro Natale, a ridosso del prossimo, per Brexit cruciale, Consiglio Europeo.

 @permorgana

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