Quella tribù di veri cittadini europei emersa dalla Brexit

L’accordo raggiunto da Londra e Bruxelles minaccia i diritti degli europei residenti in Uk e dei British in Europe. Le vite di 4.5 milioni di persone sono state “svendute in uno sporco affare”, denunciano gli interessati. Che combattono per affermare la loro identità europea

Dimostranti anti Brexit manifestano davanti al Parlamento a Londra, in Gran Bretagna l'11 dicembre 2017. REUTERS / Peter Nicholls
Dimostranti anti Brexit manifestano davanti al Parlamento a Londra, in Gran Bretagna l'11 dicembre 2017. REUTERS / Peter Nicholls

Venerdì scorso, quando Theresa May, dopo mesi di trattative infruttuose e una notte di chiamate febbrili, ha finalmente chiuso l’accordo-quadro con l’Unione Europea sbloccando la prima fase dei negoziati, la maggior parte dei media internazionali hanno commentato positivamente il compromesso raggiunto, soprattutto per la parte relativa ai diritti dei cittadini europei nel Regno Unito.

“Non cambierà niente”. “I loro diritti saranno garantiti”, questo il tono generale delle sintesi giornalistiche.

Eppure, gruppi come The3Million, che rappresenta gli oltre 3 milioni di residenti europei in UK, e British in Europe, che difende i diritti del 1.2 milioni di britannici in Europa, si sono detti “per niente rassicurati”. Al contrario, hanno intensificato le campagne informative e la pressione presso parlamentari nazionali ed europei per impedire che questa parte dell’accordo venga approvato al Consiglio Europeo che si apre domani a Bruxelles, invitando il Parlamento europeo a boicottarlo.

“Sono molto deluso” ha scritto sul suo account Facebook Nicholas Hatton, fondatore di The3Million, mentre la risposta ufficiale di British in Europe è stata ancora più aspra: “Questo accordo è ancora peggio di quanto ci aspettavamo. Dopo 18 mesi di discussioni, Il Regno Unito e l’Unione Europea hanno svenduto 4.5 milioni di persone in uno sporco affare che avrà un impatto grave sulle vite di tanta gente comune”.

L’accordo garantisce finalmente, è vero, il mantenimento di diritti attualmente goduti dai cittadini europei del Regno Unito, come quello al ricongiungimento familiare, alle prestazioni sociali, all’istruzione pubblica, al Sistema sanitario nazionale. Ma, in attesa che in una fase successiva dei negoziati si definiscano i dettagli, restano molti punti oscuri ed allarmanti. I principali sono: i residenti europei saranno soggetti al diritto britannico con possibilità di ricorso alla Corte Europea di Giustizia solo per otto anni dopo l’uscita, perderanno la residenza dopo 5 anni di assenza dal Paese e, soprattutto, per poter restare avranno l’obbligo di farne richiesta all’Home Office.

Il governo britannico continua a rassicurare sul fatto che le procedure di ottenimento della residenza permanente, o settled status, saranno rapide, semplici ed economiche. Una semplificazione indispensabile, se davvero il Regno Unito dovrà processare più di tre milioni di richieste, introducendo fra l’altro il controllo della loro fedina penale. Ma le domande sorgono numerose. Perché, come richiesto da The3Million, non mettere in atto una moratoria generale garantendo automaticamente il diritto di restare a tutti i residenti europei già nel Regno Unito? Perché l’obbligo di nuova registrazione è esteso a chi è già in possesso della residenza permanente? E quali saranno i requisiti per ottenerla?

Il timore esplicito è che attraverso questa nuova selezione non passino le categorie più vulnerabili. Resterebbero fuori migliaia di persone: anziani, senzatetto, disabili e chiunque non lavori, per una malattia o perché costretto ad occuparsi di congiunti o figli piccoli. Chiunque, cioè, non possa dimostrare di essere autosufficiente.

Con la benedizione dell’Unione Europea, si realizzerebbe l'ossessione politica di Theresa May fin da quando era Ministro degli Interni: rafforzare l’hostile environment, l’ambiente ostile già esistente, per imporre una politica migratoria selettiva per censo, che accolga gli high-skilled workers, i best and brightest, e deporti tutti gli altri, finora protetti dallo status di cittadini europei.

Non sono preoccupazioni infondate: nei primi tre mesi del 2017 il numero di europei espulsi è salito del 26% rispetto all’anno precedente. Le richieste respinte sono state il 27%, con un margine di errore burocratico del 10%. Una volta cessata la protezione garantita dalla cittadinanza europea, essere respinti significa subire gli effetti a cui sono già soggetti gli immigrati irregolari non Ue: congelamento di conti bancari, perdita del lavoro, ingiunzione a lasciare immediatamente il Paese. Fare ricorso è un processo complicato e costoso, alla portata di pochi. Quanto ai British in Europe, a loro va anche peggio: l’Unione Europea ha congelato la loro libertà di movimento, probabilmente come arma da sfoderare nella fase successiva dei negoziati. Con un impatto devastante sulla vita di chi fra loro, per esempio, viaggia in tutta Europa per lavoro.

Eppure, la posta in gioco va oltre i destini individuali. Gruppi come The3Million, In Limbo, British in Europe, l’italiano Together Forward sono nati per difendere diritti acquisiti.

Ma nei mesi trascorsi dal referendum sono diventati molto altro e molto di più: laboratori democratici di costruzione di quella identità europea che dovrebbe essere il maggiore pilastro dell’Unione. Luoghi improvvisati ma vivaci di confronto, scambio, identificazione, tutela reciproca di persone accomunate, per la prima volta, dal loro status di cittadini europei minacciato da un imprevedibile voltafaccia della storia. E sarebbe sbagliato ridurre a vulnus solo privato le tante storie individuali di umiliazione, sgomento, discriminazione reale o percepita che popolano le pagine social di quei gruppi, ad uscire sconfitto è un ideale di convivenza transnazionale che è alla base dell’idea di Europa Unita ma diventa concreto, purtroppo, solo quando si è fuori dal proprio Paese di origine. Per questo e per l’assenza quasi totale, con poche eccezioni, di una stampa davvero paneuropea, alle opinioni pubbliche dei Paesi membri interessa pochissimo e quindi non le mobilita.

Di fatto, sono decenni che nessuno combatte per il senso profondo dell'identità europea quanto gli Europei nel Regno Unito e i britannici in Europa che ne stanno subendo la perdita. Bisognerebbe ascoltarli, finché si è in tempo.

@permorgana

Scrivi il tuo commento
@

Oppure usa i tuo profili social per commentare

GRAZIE

GUALA
GUALA