Brexit: se Cameron vince in Europa gli altri paesi seguiranno il suo esempio?

Bruxelles tratta con Londra per evitare la Brexit, l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Il vertice dei capi di governo del 18 e 19 febbraio dovrebbe essere quello decisivo. Tutti aspettano di capire cosa succederà, non solo perché quello britannico è un pezzo fondamentale del mosaico comunitario ma anche perché Cameron e il suo braccio di ferro potrebbero aprire una nuova fase nelle relazioni tra Bruxelles e il resto d’Europa.

REUTERS/Yves Herman

In tanti cambierebbero volentieri le regole: dalla gestione dei migranti ai paletti economici, fino all’integrazione politica. Assecondare Londra potrebbe significare per Bruxelles ritrovarsi in unincrocio di richieste difficile da gestire. Perché da Varsavia a Parigi, da Roma a Helsinki, tutti hanno le idee chiare su come dovrebbe funzionare l’Europa. Il problema è che raramente le idee coincidono.

I profughi, ad esempio. L’ipotesi di una sospensione del trattato di Schengen resta sul tavolo. Italia e Grecia sono pronte a battersi perché non accada. Il metodo-Cameron potrebbe diventare un precedente, la carta da giocare quando il dibattito diventa più aspro. In un’intervista rilasciata a Politico, il ministro delle Finanze Padoan ha indicato quella che potrebbe essere la tentazione di molti, soprattutto in tempi di euroscetticismo: “Chiunque potrebbe dire ‘facciamo come la Brexit’, visto che funziona”.

A nord c’è la Finlandia, che vorrebbe istituzioni europee più forti per sottrarle ai tanti interessi nazionali. Più potere a Bruxelles e meno potere al resto dei partner europei, con la possibilità di agire più efficacemente (e se serve sanzionare) chi non rispetta le regole.

Helsinki del resto nella stanza dei bottoni c’è sempre stata: Olli Rehn, Commissario europeo per gli Affari Economici e Monetari fino al 2014, e Jyrki Katainen, Vicepresidente della Commissione Juncker con deleghe come crescita, lavoro, competitività e investimenti, solo per restare agli ultimi anni. Più in generale, dall’Europa centro-settentrionale arrivano tanti dei funzionari che ricoprono ruoli di primo piano negli uffici più importanti della Commissione, anche in virtù di quel cordone di visioni simili che da Berlino arriva a Helsinki.

Da Est giungono segnali diversi. Dopo anni di europeismo, la situazione in Polonia (il paese più importante dell’area per peso politico ed economico) è cambiata. A ottobre la vittoria elettorale del partito nazionalconservatore Diritto e Giustizia ha aperto una crepa tra Varsavia e Bruxelles. Alcune riforme dell’esecutivo su magistratura e media sono finite nel mirino delle istituzioni europee che vogliono verificare il rispetto dello stato di diritto. A Varsavia non hanno gradito. La premier Beata Szydło ha detto di non capire perché Bruxelles abbia deciso di investire tempo ed energie in qualcosa che non infrange le regole e che è affare interno alla Polonia.

Probabile che questa fase di tensioni si traduca in un no a più poteri a Bruxelles e a una politica di difesa comune. La storia non è tanto diversa in Ungheria. Viktor Orbán vorrebbe allentare quella che lui considera l’interferenza europea nei fatti interni, sul fronte delle regole democratiche e su quello finanziario.

Copenhagen potrebbe decidere di impuntarsi su soldi e migranti, invece. Il Regno Unito vuole una revisione al ribasso dei benefici del welfare per gli stranieri. Nel documento pubblicato dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk (e che verrà discusso nel vertice in settimana) è contemplata la possibilità che gli europei che vanno a cercare lavoro nel Regno Unito accedano alle prestazioni sociali solo gradualmente nell’arco di quattro anni. Per farlo, servirà l’ok del Consiglio dell’Unione europea. I partner continentali, per capirci. Se la strategia funziona e Cameron ottiene molto di ciò che vuole, la Danimarca potrebbe accodarsi e chiedere altrettanto.

L’Italia vorrebbe più flessibilità sulle regole di bilancio, primarie per scegliere il presidente della Commissione europea (l’ultima proposta del premier Renzi) e un riavvicinamento con la Russia – la Finlandia è d’accordo ma in giro per l’Europa le posizioni sono molto diverse. Si tratta di richieste di peso, alcune delle quali avrebbero bisogno di una riscrittura dei trattati. Renzi ha dichiarato che se l’Europa non cambia rotta è finita: “L’Unione europea è come l’orchestra che suona sul Titanic”.

La Francia voterà nel 2017 e quello potrebbe essere il banco di prova decisivo per la tenuta europea. Annunciando la candidatura alle presidenziali, la leader del Front National  Marine Le Pen ha indicato proprio il modello della Gran Bretagna che “organizza un referendum sull’uscita dall’Ue”. Se dovesse vincere, Le Pen partirebbe per Bruxelles determinata ad aprire negoziati su euro, regole comunitarie e Schengen. Il peso politico ed economico francese renderebbe complicato il muro contro muro. E questo, a sua volta, innescherebbe un’accelerazione nelle richieste in giro per il Continente. Tante spinte da più parti, insomma, e tutte diverse: ulteriore pressione su un’Europa che vacilla.

@antonio_scafati

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