Le tre sconfitte subite dal governo segnano un cambio cruciale nei rapporti di forza. Accusata di aver nascosto la verità al Paese, May è più debole che mai. E in caso di bocciatura del suo “deal”, il Parlamento potrebbe votare la soluzione Norway plus, che lascerebbe il Regno nel mercato unico 

Il primo ministro britannico Theresa May lascia 10 Downing Street, Londra, Gran Bretagna, 4 dicembre 2018. REUTERS / Henry Nicholls
Il primo ministro britannico Theresa May lascia 10 Downing Street, Londra, Gran Bretagna, 4 dicembre 2018. REUTERS / Henry Nicholls

Londra - Non ha torto Sebastian Payne, commentatore politico del Financial Times che, nel suo ultimo editoriale, ha definito Theresa May “la leader Chumbawamba”, dal nome della band inglese che, nel 1997, scalò le classifiche mondiali cantando “she gets knocked down, but she gets up again, you are never gonna keep her down”.


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Il primo ministro britannico ha dimostrato molte volte, in questi anni di difficile governo, una sovrannaturale capacità di rialzarsi da colpi micidiali.

Ma gli sviluppi degli ultimi giorni, a solo una settimana dal cruciale voto con cui, l’11 dicembre, il parlamento deciderà se approvare o respingere l’accordo raggiunto dal governo con l’Unione Europea su Brexit, sembrano avvicinare come non mai le sue dimissioni.

Malgrado una instancabile azione di marketing del piano sia nel Paese che ai Comuni, la May non sembra aver fatto progressi nella disperata campagna per convincere i parlamentari a sostenerlo.

Al contrario, ha subito tre pesanti sconfitte, non solo sul piano simbolico ma anche su quello procedurale.

La prima: secondo Manuel Campos Sanchez-Bordona, uno degli avvocati generali della Corte Europea di Giustizia, il Regno Unito può rescindere unilateralmente l’Art 50 del Trattato di Lisbona, cioè può annullare la procedura di uscita dall’Unione Europea. Una interpretazione che contraddice la versione sia del governo britannico che di Commissione e Consiglio Europei, che sostenevano fosse necessaria la unanimità degli Stati membri. Ora bisognerà capire se questa lettura, approfondita e argomentata, sarà accolta dalla Corte.

La seconda: la Camera dei Comuni ha votato a maggioranza - 311 contro 293 - una mozione di censura proposta da laburisti, unionisti irlandesi, lib-dem, indipendentisti scozzesi, nazionalisti gallesi e verdi per la mancata pubblicazione del parere legale sul Protocollo per Irlanda e Irlanda del Nord, cioè sulle ripercussioni legali della backstop clause, la clausola di garanzia con cui Bruxelles e Londra hanno risolto temporaneamente il problema di evitare il ritorno di un confine fisico fra le due Irlande. Per la prima volta in quaranta anni, il governo è stato riconosciuto colpevole di oltraggio al parlamento e costretto a un’umiliante retromarcia che ha portato alla pubblicazione del testo.

La terza: un gruppo di Tory Remainers, guidati dall’ex Avvocato generale Dominic Grieve, è riuscita a far passare una mozione che consente ai parlamentari di emendare un eventuale piano B nel caso il piano A venga bocciato l’11 dicembre.

Il governo di Theresa May può, da un punto di vista legale, procedere per la sua strada ma, politicamente, i rapporti di forza si sono spostati a favore dell’assemblea, che ha dimostrato di aver una maggioranza trasversale e di essere pronta a uno scontro diretto con l’esecutivo.

Le ripercussioni di questo improvviso e imprevisto riequilibrio di poteri sono profonde.

La più evidente è l’ulteriore indebolimento del primo ministro e, di conseguenza, del suo piano per Brexit, che lei continua difendere in una situazione di sempre maggiore isolamento.

Non solo non ha la maggioranza ma, ormai, viene accusata apertamente di aver voluto nascondere la verità al Paese per avere resistito alla pubblicazione del parere legale sul compromesso irlandese.

Un parere da cui emerge drammaticamente quanto temuto dai falchi Brexiter e dagli unionisti irlandesi. Come si legge nella lettera inviata alla May il 13 novembre dal Procuratore Generale, Geoffrey Cox: “la backstop significa che l’Irlanda del Nord rimarrà nell’Unione Doganale Europea e soggetta alle leggi europee - quindi sotto la giurisdizione della Corte Europea di Giustizia e della Commissione Europea - mentre il resto del Regno Unito ne uscirà e formerà una unione doganale separata”. Di conseguenza, “dal punto di vista regolatorio, per lo scambio delle merci, la madrepatria britannica è essenzialmente trattata come un Paese terzo” dall’Irlanda del Nord.

Un compromesso temporaneo? “Malgrado dichiarazioni sul fatto che il Protocollo non è inteso come permanente e la chiara intenzione di entrambe le parti di trovare un’alternativa […], secondo il diritto internazionale il Protocollo vale a tempo indefinito […] e il Regno Unito non ha una via d’uscita legale”.

Le parole di Cox confermano, con termini meno burocratici, i contenuti già noti dopo la pubblicazione dell’accordo di recesso, due settimane fa. Ma sono scottanti da un altro punto di vista: dimostrano che la May, malgrado fosse direttamente a conoscenza del rischio che l’Irlanda del Nord possa restare di fatto in Europa per molti anni, ha fatto la scelta politica di accettare un compromesso che mina l’integrità territoriale ed economica del Regno. E la reticenza a pubblicare il parere legale fino a forzare l’azione della House of Commons avvelena quel che resta della fiducia fra potere esecutivo e legislativo.

Qual è il possibile impatto sul voto dell’11 dicembre? Le opzioni sono ancora aperte. La più probabile resta la bocciatura della strategia del governo che di conseguenza, se la May decide di non dimettersi e non viene sfiduciata, dovrebbe presentare un nuovo piano entro 21 giorni.

Ma, ed è uno sviluppo di fondamentale rilevanza, la mozione di Dominic Grieve, passata con una maggioranza di ventidue voti - 321 a 299 - autorizza emendamenti al piano B.

Da notare che, fra i suoi promotori, ci sono anche sei ex ministri conservatori e il parlamentare Nick Boles che, in un editoriale sul Financial Times della scorsa settimana, si è esposto a favore della soluzione Norway plus che, con l’adesione all'Area Economica Europea (Eea) e all’Accordo europeo di libero scambio (Efta), lascerebbe l’intero Regno Unito nel mercato unico e al di fuori dalla giurisdizione della Corte di Giustizia europea. Per questo è una soluzione a cui si è mostrata cautamente aperta perfino la leader del Dup, Arlene Foster. 

La soluzione Norway plus presenta, però, una serie di ostacoli che la renderebbero indigeribile alla corrente dei falchi conservatori: Londra dovrebbe seguire regole europee senza poterle negoziare, sarebbe comunque soggetta a versamenti nel budget europeo, vedrebbe limiti alla possibilità di esercitare una politica commerciale indipendente e, soprattutto, dovrebbe mantenere la libertà di movimento delle persone, il cui controllo è il grande scalpo portato a casa da Theresa May nell’accordo con Bruxelles.

E non è affatto chiaro se l’Ue sia disponibile a considerarla una via d’uscita accettabile, specie dopo la firma di un accordo così faticosamente raggiunto.

@permorgana

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