Bruxelles ritorno alla normalità troppo affrettato

A Bruxelles un ritorno alla normalità troppo veloce. È ciò che molti che vivono e lavorano nella capitale Ue, lamentano. Tutti hanno voglia di ricominciare ancora più determinati di prima, questa è sempre la reazione di forza e di unità che si cerca di avere in queste situazioni. È la migliore risposta che possiamo dare al terrorismo cercare di continuare la vita e il lavoro di sempre. Ma, non si può nascondere che qualcosa è successo, molto è cambiato. Si deve riflettere su quel che è stato. Si devono piangere le vittime di questi attentati, si devono elaborare le ferite e i lutti, si devono trovare soluzioni europee a quella che è una ferita europea. E anche globale.

A Belgian soldier secures the area around the European Council headquarters Brussels, Belgium, March 30, 2016. REUTERS/Yves Herman

“Si è tornati alla "normalità" troppo in fretta: nessuna proclamazione di lutto nazionale, nessuno spazio per elaborare, solo ritorno alla produzione... Che desolazione”  afferma Angela un po’ sconfortata, lei vive e lavora a Bruxelles.

Le falle della sicurezza

Ci si interroga sulle falle della sicurezza, ma soprattutto del sistema di intelligence belga. Sui pochi controlli, sul fatto che  si sia dovuto arrivare a questi attentati per prendere alcune misure contro il terrorismo quali le perquisizioni  rese solo ora possibili ventiquattrore su ventiquattro. Ci sono tanti perché, come quasi sempre dopo un attentato. Alcune cose trapelano dalla stampa locale/internazionale, non sapremo mai fino in fondo cosa ci sia di vero. Una cosa è certa dopo le operazioni di Forest, una settimana prima degli attentati, poco prima della cattura di Salah Abdeslam, le foto dei due fratelli kamikaze erano state diffuse come possibili ricercati in fuga da quel covo. Fu smentito dopo poco che si trattasse di loro. L’FBI afferma di aver avvertito l’Olanda e il Belgio una settimana prima degli attacchi terroristici del rischio attentati e di questi due fratelli, dunque potrebbe tornare tutto effettivamente.

Troppe divisioni nell’intelligence e nelle polizie di quartiere? Forse. Poca esperienza in terrorismo? Sicuramente. Tante cose non tornano, di questo si può essere certi. A cominciare dai quattro mesi di latitanza di Salah nello stesso quartiere o nelle strade limitrofe. Il terzo uomo attentatore con il cappello non si sa chi possa essere, sembrerebbe non essere il giornalista freelance che per due giorni si è pensato fosse. Anche se rimane indagato. Quel che c’è di certo è che ci sono state tante, troppe fughe di notizie si rischiava di non arrestare nemmeno Salah Abdeslam. Troppe anche le telecamere durante le operazioni di polizia che pur di fare qualche scoop e attirare la curiosità di lettori e telespettatori rischiano di intralciare le forze dell’ordine, in alcuni casi già impacciate per conto loro.

A pochi giorni dagli attentati si poteva tranquillamente prendere un treno tra Bruxelles e Parigi senza mostrare alcun documento di identità, senza passare particolari controlli e senza metal detector di emergenza.

“La vita cambierà eccome. Più sospettosi del vicino, più paranoici, più divisi. Personalmente non so cosa ne sarà di me: non mi sento al sicuro neppure nei miei più bei ricordi “ commentava Camilla il giorno dopo gli attacchi -  Il 22 marzo mi sono svegliata e ho ricevuto messaggi strani dal mio ragazzo e dai miei amici: stai attenta, oppure in un eccesso di zelo sei già in aeroporto (avevo il volo dopo pranzo e mi capita spesso di andare prima per godermi l’atmosfera dell’ aeroporto, che amo tanto). Io lì per lì non capisco, ma accendo il computer, realizzo e reagisco: devo trovare un sistema per rientrare in Italia. Oggi si laureava il mio ragazzo e volevo fare di tutto per esserci. Prendo un biglietto di treno Parigi -Torino, vado in stazione e la evacuano. Io sotto shock cerco tutto il giorno da sola passaggi per me e una mia amica, alla fine trovo un passaggio in macchina tramite la pagina fb Italiani a Bruxelles.

“Ho cambiato le mie abitudini già dagli attacchi di Parigi: esco di casa prima dell’ora di punta e torno più tardi dell’ora di chiusura degli uffici per non essere in metro in quei momenti di massima folla. Immaginavo che sarebbe potuto accadere lì. Grazie a ciò posso dire di essere ancora vivo. Adesso andrò in autobus quando non lo vedo troppo pieno o in bici. Altrimenti a piedi anche se da  casa mia a Maelbeek ci impiegherei un’ora” così Juan, spagnolo lavora e vive a Bruxelles da quasi quattro anni.

Il Belgio uno stato fallito? Cosa si pensa da Bruxelles

Sottovalutazione delle minacce, risposte inadeguate, troppe divisioni e inadeguatezza dell’intelligence e delle forze di sicurezza dovuta anche alla mancanza di esperienza nel terrorismo o in reti di criminalità organizzata presenti invece nella storia di altri paesi come l’Italia. Questo appare forse di più come immagine complessiva della situazione a chi vive a Bruxelles, rispetto a quanto viene riportato dai media internazionali.

“Il Belgio uno stato fallito? Forse è più un’espressione utilizzata dai media e non sono sicuro sia così. Piuttosto direi che sono i diversi municipi di Bruxelles che sono naif, mancano di coordinazione tra loro e hanno ignorato problematiche che esistono anche da oltre trent’anni, i media internazionali ne parlano ora, ma io me ne sono accorto dopo poche settimane, che il problema principale sono i comuni, ossia i municipi di Bruxelles” commenta Juan.  I comuni di Bruxelles, per dirlo all’italiana altro non sono che municipi/circoscrizioni all’interno della capitale belga, con poteri di autonomia amministrativa, con diversi corpi di polizia. “ Io chiedo un po’ di responsabilità da parte delle autorità belghe e una migliore analisi della situazione. Se poi vogliono rendere tributo alle vittime devono iniziare chiedendo scusa per gli errori commessi finora. È in gioco la nostra sicurezza, la nostra vita “.

In diversi articoli il Belgio è stato indicato come uno stato fallito, questo già dopo gli attacchi di Parigi “Che il Belgio sia un paese fallito è un po' un'iperbole giornalistica: la libertà che vige in Belgio la si paga in altro modo, a tutto c'è un prezzo. Ciò non significa che non vi siano stati gravissimi errori politici, ma il terrorismo non si batte con il controllo capillare dei cittadini, bensì con la collaborazione tra stati, da ogni punto di vista: strategico-militare, procedurale, informativo“ afferma Angelica “Poi, certo, l'iperfederalismo di questo paese non aiuta, ma non mi sembra che da altre parti non vi siano stati dei buchi clamorosi. Il fatto grave è che, probabilmente, il Belgio ha pensato che, chiudendo gli occhi sulla situazione nazionale, il paese fosse protetto. Ovviamente, prima o poi, questa situazione di falsa immunità doveva finire; credo ce lo aspettassimo tutti da tempo “.

Improvvisamente a Bruxelles sono arrivati tantissimi inviati speciali da parte dei giornali internazionali, un’attenzione mai avuta finora verso la capitale d’Europa. Tanti commenti e tanti articoli, tante analisi e reportage. Crea un po’ di sconforto però che non sempre si sia ben informati sulla realtà che si andrà a raccontare e nemmeno sui luoghi a cominciare dai nomi e dalla loro pronuncia. Potrebbe essere utile ricordare gli errori più frequenti in questi giorni e negli ultimi mesi da parte soprattutto dei media: Molenbeek non è un comune fuori Bruxelles, Molenbeek è un quartiere, un municipio di Bruxelles, non è una periferia e non è lontanto, é dietro l'angolo della centrale Place Sainte Catherine. Non esistono Sciarbic o Scierbec, ma Schaerbeek. I "comuni" di Bruxelles, non sono altro che quartieri (municipi /circoscrizioni per dirlo all'italiana ) che fanno parte della città e semplicemente hanno più autonomia amministrativa.

Maelbeek dove è avvenuto l’attentato alla metro di Bruxelles, non è il quartiere Molenbeek. È una fermata metro nel quartiere europeo vicino a Schuman, dove hanno sede le istituzioni europee e moltissimi uffici internazionali.

@IreneGiuntella

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