Bruxelles sotto attacco dei jihadisti made in Europe

La strategia stragista dello Stato Islamico in Europa ha confermato la sua potenza e la sua ferocia anche a Bruxelles, dove questa mattina un commando di fanatici islamisti ha colpito con due attacchi quasi simultanei sferrati contro l’aeroporto di Zaventem e la stazione della metropolitana di Maelbeek, con un bilancio provvisorio di 34 morti e 198 feriti. Ci sono tutte le probabilità che a compiere l’ennesima carneficina siano stati jihadisti autoctoni vicini a quelli che per oltre quattro mesi hanno protetto la latitanza di Salah Abdeslam, l’unico superstite tra i terroristi franco-belgi che lo scorso 13 novembre uccisero 130 persone a Parigi.

Una strada del quartiere di Molenbeek-Saint-Jean Credit Photo Andrew Testa


Il super ricercato è stato arrestato quattro giorni fa dalle forze speciali belghe in un appartamento del quartiere di Molenbeek-Saint-Jean, insieme ad altri quattro complici, tra cui Monir Ahmed Al Hadj, alias Amine Choukri, da mesi attenzionato dall’intelligence locale.
Sempre a Bruxelles, due giorni prima della cattura di Salah, le teste cuoio avevano ucciso nel periferico quartiere di Forrest, l’algerino Mohamed Belkaid, addestrato in Siria e pronto al martirio per la causa del Califfato.
Il serrato susseguirsi di eventi precedente gli odierni attentati lasciava purtroppo presagire una grave minaccia, ormai irreparabilmente concretizzatasi nel cuore della capitale del Belgio, che negli ultimi mesi sembra diventata la culla dell’islamismo radicale europeo.
Senza dubbio alcuni dei suoi quartieri, come quelli dove nei giorni scorsi sono stati catturati e uccisi gli estremisti islamici sono il simbolo di un’integrazione difficile, che da sola però non spiega il perché di una scelta così estrema, spesso giustificata dalla propaganda del tipo diventa un jihadista e salva l’Islam dalla distruzione dei suoi valori e della sua cultura.
Una scelta che ha prodotto in noi la piena consapevolezza dell’esistenza di persone che vivono nelle metropoli occidentali disposte ad abbandonare il nostro stile di vita per immolarsi alla causa dell’Islam radicale.
Una scelta che spaventa molto di più degli estremisti islamici e dei talebani afgani che costituivano il nocciolo duro di al Qaeda, perché obbliga a doverci confrontare con i cosiddetti terroristi homegrown, cioè persone che vivono in Occidente da anni, se non addirittura dalla nascita.
Questa tipologia di jihadisti conosciuta anche come “lupi solitari”, utilizzando i manuali messi online dal network qaedista o dall’agenzia di propaganda del Califfato, l’Al Hayat Media Center, si trasforma in terroristi che vanno alla ricerca del martirio per colpire le società presso le quali non si sentono integrati.
Questa tipologia di terroristi, difficilissimi da identificare prima che passino all’azione, aveva già colpito a Londra, dove il trentenne Muhamad Sadiq Khan, insegnante di Dewsbury, sposato e padre di una bambina, si fece esplodere nei pressi della stazione della metropolitana Edgar Road, la mattina del 7 luglio 2005, mentre nelle stesse ore, altri tre shahid, inglesi di terza generazione compirono attentati simili in altre zone della città.
Lo stesso tragico rituale seguito dal trentaduenne Amedy Coulibaly, nato a Juvisy-sur-Orge, un comune nella regione dell’Ile-de-France ed originario del Mali, che dopo aver giurato fedeltà allo Stato Islamico è passato alla cronaca per la strage al supermercato kosher di Parigi, dove l’8 gennaio 2015 rimasero uccise quattro persone.
Un’azione terroristica che suscitò grande clamore per essere stata perpetrata in sinergia con l’attacco alla sede del settimanale satirico Charlie Hebdo, compiuta da due immigrati franco-algerini: Said e Chérif Kouachi, provenienti dalla banlieue di Gennevillier e legati ad al Qaeda nella penisola arabica.
E ancora Dzhokhar e Tamerlan Carnaev, i fratelli ceceni che il 15 aprile 2013 insanguinarono la maratona di Boston, facendo esplodere due bombe a pochi metri dal traguardo, provocando la morte di tre persone e il ferimento di altre 264.
I fratelli Carnaev erano nati in Cecenia e scappati nel 2001 dal Kirghizistan per arrivare negli Stati Uniti come rifugiati nel 2002. Tamerlan, che si era avvicinato al fondamentalismo islamico solo pochi mesi prima dell’attacco e sognava di entrare nella nazionale americana di pugilato. Mentre Dzhokhar era uno studente della University of Massachusetts Dartmouth, naturalizzato cittadino americano proprio l’11 settembre 2012, appena sette mesi prima dell’attentato.
Qualcosa nel loro inserimento nel melting pot americano non aveva funzionato e il disagio da immigrati li ha trasformati in spietati assassini classico esempio di ‘lupi solitari’, che ricercano le proprie origini o le ragioni profonde della loro esistenza nell’estremismo islamico. Cani sciolti pronti ad abbeverarsi alla fonte della propaganda del terrore, che rappresentano la spina dorsale dell’ultima e più pericolosa evoluzione del jihad, quella che stamattina ha sconvolto la capitale dell’Europa.
@afrofocus

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