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La missione balcanica della presidenza bulgara

Primo semestre alla guida della Ue per il Paese più povero del blocco, ancora sotto osservazione a Bruxelles. Il premier Borissov ha presentato un’agenda ambiziosa, ma un vertice con i colleghi di Romania, Grecia e Serbia ha svelato qual è l’obiettivo più importante per Sofia

Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker accoglie il presidente bulgaro Boyko Borissov. Reuters/Eric Vidal
Il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker accoglie il presidente bulgaro Boyko Borissov. Reuters/Eric Vidal

“L’unione fa la forza”, è il motto che la Bulgaria ha scelto per il suo primo turno di presidenza dell’Unione europea iniziato il 1 gennaio. Per i prossimi sei mesi sarà Sofia, la capitale del Paese più povero dell’Ue a dettare l’agenda europea. E l’agenda, almeno sulla carta, è più che ambiziosa. Tra gli obiettivi che il premier Bojko Borissov ha elencato a novembre al presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker figurano oltre alle trattative in corso riguardo alla Brexit, il documento quadro per il prossimo bilancio Ue,  l’economia digitale e l’intenzione di assumere il ruolo di mediatore tra i vecchi e nuovi Stati membri, tra Paesi dell’est e dell’ovest, visti i rapporti tutt’altro che sereni. Vorrebbe inoltre riuscire a legare di più i Balcani all’Ue, per lo meno la Serbia. 

Un attivismo che può risultare sorprendente, visto che la Bulgaria da quando è entrata nell’Ue, undici anni fa, non ha mai mostrato un eccessivo desiderio di voler contribuire al processo di ammodernamento dell’Unione. Come spiegava recentemente alla radio austriaca il politologo Martin Vladimirov del Center for the Study of Democracy, Sofia fino a oggi ha reagito piuttosto che agito, allineandosi in primo luogo alle decisioni di Berlino “e questo anche quando le decisioni avrebbero toccato interessi nazionali”. Ma andava bene così, fintanto che l’Ue restava “la mucca da mungere” ed elargiva fondi per progetti infrastrutturali. Fondi che finivano perlopiù nelle casse di imprese vicine al governo. E l’elevato tasso di corruzione, così come un apparato giudiziario troppo spesso in odore di commistione con la politica, fanno sì che il Paese sia ancora sotto stretta sorveglianza da parte di Bruxelles.

Sempre secondo Vladimirov, l’agenda delle cose che Sofia si è proposta di fare ha molto del maquillage, eccezion fatta per la marcia di avvicinamento di alcuni Paesi dei Balcani. Il premier sa che ora come ora nell’Ue c’è poca voglia di accogliere nuovi Stati, per cui intende concentrarsi su obiettivi più realistici come l’abolizione delle spese di roaming e migliori collegamenti aerei tra i Balcani  occidentali e i Paesi dell’Ue. 

Non è solo un senso di fratellanza e solidarietà a indurre Borissov a puntare molto sulla carta balcanica. L’obiettivo è quello di far uscire la Bulgaria, almeno per i prossimi sei mesi, dal cono d’ombra nel quale si trova e nel quale si è cacciata.

Motivo per cui, già in ottobre il premier aveva invitato i primi ministri di Grecia, Romania e Serbia a Varna, sul Mar Nero, per un vertice. Nel comunicato finale,  Borissov aveva fatto sapere che c’era piena concordanza nel “fare dei Balcani un esempio di pace, stabilità e prosperità in Europa”. E si lavorerà più strettamente insieme, soprattutto nelle questioni economiche e nei progetti infrastrutturali. Per quel che riguarda invece la presenza del premier serbo Aleksandar Vučić al vertice, voleva essere testimonianza concreta del fatto che “siamo tutti convinti e decisi ad affermare che il posto della Serbia è nell’Ue”. 

Consapevole del fatto che ora come ora Bruxelles guarda con un certo timore a questi vertici ristretti, Borissov si è affrettato a precisare che non vi è alcuna intenzione di creare un gruppo sulla falsariga di quello di Visegrad, composto da Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. A parte il fatto che ci sono significative differenze di vedute. La Bulgaria vuole prima o poi entrare nell’eurozona e nell’area Schengen, mentre la Polonia e l’Ungheria vedono in un’ulteriore integrazione un pericolo per la loro indipendenza.

Il tentativo di tranquillizzare le istituzioni europee si spiega anche alla luce del fatto che Bruxelles è stata tutt’altro che contenta della coalizione che Borissov ha formato dopo la vittoria del suo partito conservatore Gerb alle elezioni anticipate di fine marzo scorso. Borissov si è infatti alleato con l’Alleanza Patriottica, composta da tre partiti noti per le posizioni a tratti di estrema destra e xenofobe. Alleanza Patriottica poi non fa mistero delle sue simpatie per Putin, mentre una delle ragioni per cui i bulgari continuano a essere in maggioranza pro europei è proprio la distanza che si vuole mettere tra Sofia e Mosca. 

Un sentimento pro europeo che ultimamente si è leggermente offuscato per via dei migranti, questione sulla quale Sofia si sente vicina alle posizioni dure di Budapest e Varsavia. Ma visto che tra gli obiettivi che Borissov si è posto per questo semestre di presidenza c’è anche quello di svolgere un ruolo di mediazione, sarà interessante vedere come si comporterà quando Budapest e Varsavia lanceranno i prossimi attacchi nei confronti di Bruxelles.

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