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Catalogna: il voto regionale è diventato un plebiscito sull'indipendenza

È un voto regionale, ma richiama l'attenzione di Obama,  Merkel, Cameron e Juncker. L'osservano le banche e le aziende estere  che prudenzialmente fermano alcuni investimenti in Spagna "in attesa che passi la tempesta". Domenica 27 i catalani vanno alle urne per eleggere il Parlamento regionale, ma il  risultato potrebbe avere un impatto oltre le frontiere della autonomía Catalunya.

Catalan pro-independence supporters take part in a demonstration called "Via Lliure a la Republica Catalana" (Way of Freedom for the Republic of Catalonia) on the "Diada de Catalunya" (Catalonia's national day) in Barcelona, Spain, September 11, 2015. REUTERS/Albert Gea

I partiti  in lizza sono tutti stati  costretti a concentrare la  campagna su un punto imposto da  due dei sette partiti principali: la secessione della Catalogna. La coalizione di Junts pel Sí (Insieme per il sì) e Cup, se vince, intende dichiarare unilateralmente l'indipendenza nei successivi 18 mesi. E tutti i sondaggi attribuiscono loro una comoda maggioranza dei seggi, anche se non del voto percentuale.

Le tensioni tra  la regione più ricca di Spagna   e Madrid sono antiche quanto la storia della Penisola Iberica, ma negli ultimi 10 anni  la voglia di indipendenza   si è intensificata, talvolta dietro la bandiera di un partito di destra, talvolta di uno di sinistra, o tutti e due come ora. Tra i conservatori c'è l'attuale presidente della Regione,  Artur Mas, che parla apertamente di elezioni plebiscitarie.

I partiti tradizionali, quello Popolare (al governo) e quello Socialista, assieme a una delle forze emergenti "dal basso" degli ultimi anni, Ciutadans,  si battono contro una divisione dell'attuale Spagna. L'altra grande forza politica spagnola emersa negli ultimi  anni, Podemos, appoggia, assieme a Verdi e  Sinistra Unita, la terza posizione, quella a favore di un referendum. "Non vogliamo che la Catalogna lasci la Spagna (…) Capiamo che volgiate liberarvi  di Rajoy [il premier popolare], ma se ci restate lo cacceremo insieme", ha detto il leader Pablo Iglesias, molto impegnato nella campagna.

Le ragioni degli indipendentisti sono sia economiche sia cultural-identitarie. I catalani tengono molto alla loro cultura e lingua e non si sentono spagnoli. I pro indipendenza raccolgono infatti più voti nella provincia che a Barcellona o nel suo hinterland, dove è stata massiccia l'emigrazione dalle regioni del sud dal dopoguerra in poi. I loro figli, tuttavia, nati e cresciuti in Catalogna sono meno legati alla Spagna, rappresentata da Madrid.

Come Stato indipendente, dicono, la Catalogna conterebbe su tasse in più da usare per opere pubbliche sanità o istruzione per circa 17 miliardi di euro o il 5-9% del Pil della Catalogna. La Catalogna ha porti importanti, ha investito sul settore farmaceutico e biotecnologico, ha attirato fabbriche automobilistiche come Audi (che non si sa se resterebbe in caso di secessione), tecnologia avanzata come l'Albertis che produce satelliti  (e che potrebbe restare) ed è una fucina di start-up.

Questi ragionamenti economici li fa tanto la borghesia conservatrice quanto  la classe media e quella lavoratrice  che hanno subito pesantemente la crisi. "Noi diamo allo Stato spagnolo molto più di quanto lo Stato ci renda. Indipendenti avremmo più occupazione", dice Jaume Soler, un piccolo imprenditore nel settore edile cui non preoccupa il  rischio  dell'"effetto frontiera". Secondo i  canadesi  McCallum e Helliwell,  instaurare delle  frontiere fa aumentare  i prezzi del 40% e riduce  le esportazioni sensibilmente, facendo cadere la produzione e quindi il Pil di un 20%. La Catalogna , da regione ricca oltre la media spagnola diventerebbe una nazione più povera  di quella stessa media secondo la teoria dei due professori.

La sera di mercoledì, in  un dibattito televisivo, il ministro degli Esteri, José Manuel Margallo ha ricordato a uno dei leader indipendentisti, Oriol Junqueras,  tutti i rischi economici, tra cui la disoccupazione. In una Catalogna indipendente salirebbe al 37%. Del programma indipendentista per l'economia si sa poco. In parte perché nello schieramento convivono ideologie molto differenti, da chi vuole uscire dalla Ue, dall'euro e dalla Nato a chi invece vuole rimanerci.

È "una Arcadia felice che non teme la fuga degli investitori e dei capitali, né le code ai bancomat o il controllo dei capitali", recita l'editoriale del quotidiano El Economista. "Quelle persone per bene non hanno presente che potrebbero perdere il passaporto che permette loro di circolare liberamente come europei, o che una Catalogna indipendente vedrebbe chiuse le porte  della Bce e sarebbe costretta a finanziarsi con obbligazioni  sovrane che hanno livello spazzatura". Anche  le principali banche del paese, tra cui due catalane, hanno avvertito sui rischi finanziari ed economici di una secessione, mentre il governatore della Banca centrale spagnola ha parlato di "insicurezza, incertezza e tensione".

"I trattati della Ue non si applicherebbero più",  ha detto il portavoce della Commissione Europea,  Margaritis Schinas Per l'Europa e le sue istituzioni, tra cui la Bce,  ma anche per la Nato, è una situazione senza precedenti, che tuttavia  riflette pulsioni – e rischi – diffusi, dalla Scozia alla Grecia. Una Spagna divisa, e quindi più debole, sarebbe un ostacolo anche per la strategia della difesa e della sicurezza degli Usa nel continente europeo.  Barack  Obama si è quindi augurato "una Spagna unita".

Poiché  la Costituzione  spagnola non prevede che una regione possa rendersi indipendente, lo scenario che molti osservatori prevedono è un nuovo status per la Catalogna con ancora maggiore autonomia. La strada sarebbe in ogni caso difficile e lunga.

Lo scrittore Juan Goytisolo, interrogato da El País, riassume così la  situazione: "Uno scontro tra treni, tra l'immobilismo e una  follia che mira all'essenziale".

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