Catalogna indipendente, Catalogna in bancarotta

Sogna il welfare danese ma non avrebbe i soldi per pagare i fornitori di medicinali; ambisce a creare un sistema educativo aperto come quello di Oslo ma potrebbe ritrovarsi senza euro per pagare insegnanti e mense; crede di poter raggiungere la tripla A dei rating come Austria e Olanda ma si trova con un giudizio a BB- e con outlook negativo. La Catalogna che rivendica la sua indipendenza da Madrid dopo tre secoli di “occupazione borbonica” mostra i muscoli a livello politico, fa la guerra nei Tribunali ma ha una precaria situazione finanziaria. Anzi, pessima.

REUTERS/Albert Gea

La battaglia dialettica che si sta giocando tra il Presidente uscente della Generalitat Artur Mas e il premier di centrodestra Mariano Rajoy riempie le pagine dei giornali e i talk show televisivi, anima il dibattito nei caffè di Barcellona ma difficilmente viene analizzata in chiave economica. E, guardando bene, la Catalogna potrebbe solo beneficarne nel rimanere con il resto della penisola.

Recentemente Standard &Poor's ha abbassato il giudizio sulla regione (da BB a BB-), a tre passi dal livello spazzatura, mentre ha alzato di un gradino quello della Spagna, il paese che potrebbe registrare una crescita del PIL il prossimo anno superiore al 3% (stime FMI). Il primo punto di partenza sta proprio nei Titoli di Stato. Una Catalogna indipendente, come sognato dagli elettori di Juntpel Sí, la componente uscita vittoriosa dalle ultime elezioni ma non con una maggioranza assoluta, dovrebbe presentarsi al mercato per ricevere sottoscrizioni. Ma lo farebbe con una pessima faccia: senza l’aiuto del Fondo de Liquidéz Autonómico di Madrid (FLA) le casse della Generalitat sarebbero totalmente vuote. Peggio: avrebbero una montagna di debiti nei confronti della capitale di Re Felipe VI.

Secondo Juan Fernando Robles, professore del Programa Ejecutivo en Dirección Financiera (PEDF) e Direttore Generale dell’Instituto Superiore di Tecnica e Practica Bancaria (ISTPB), “la Catalogna si presenterebbe al mercato nella peggiore situazione possibile: indebitata, in crisi politica e tecnicamente fuori dall’Eurozona. Trovare un investitore pronto a scommettere fin da subito sul nuovo stato sarebbe quanto meno complicato”. E la Catalogna non ha il tempo di aspettare. Anche Miguel Ángel Bernal, professore e membro della IE Business School, coincide su questo aspetto: “Date le circostanze, sarebbero due gli scenari possibili perché la Tesoreria non si ritrovasse vuota: collocare i  bonos(Titoli di Stato), che però avrebbero un rating spazzatura, oppure alzare da subito le tasse. E non credo che la prima mossa di un nuovo esecutivo sovrano sia quella di far pagare più imposte ai cittadini”.

Già, perché anche ipotizzando una Catalogna fuori dalla bancarotta manca un vero programma economico. “Il Presidente Mas annuncia innumerevoli riforme ma senza un sostegno finanziario forte la Catalogna entrerebbe da subito in una spirale recessiva”, la pensa così Lorenzo Bernaldo de Quirós, Presidente de Freemarket Corporative Intelligence. “Dal punto di vista tecnico la Catalogna è in bancarotta. Per potere realizzare un programma di riforme sostenibile il governo dovrebbe alzare drasticamente le tasse, una misura non certo amata dal suo elettorato. Il welfare (la Seguridad Social) presenta già un forte buco di bilancio e l’indipendenza richiederebbe mettere le mani nelle tasche dei cittadini, già tartassati con uno dei regimi tra i più alti in Spagna”.

Ma quanto vale da sola la Catalogna? Nella regione è concentrato il 16% delle popolazione spagnola, cioè quasi 8 milioni di persone. Si produce il 19% del PIL del paese, oltre il 23% della produzione industriale; metà delle aziende o multinazionali straniere (5.637 nell’ultimo bollettino di CataloniaTrade&Investment) hanno sede nella Regione, ovvero il 46% di tutte quelle presenti in Spagna. Il 25% dell'export spagnolo viene generato infatti proprio in Catalogna, che indirizza sui mercati stranieri circa il 30% del proprio Pil. Tra i prodotti più esportati, ci sono quelli chimici (16% del totale), le auto e i componenti per l'industria motoristica (16,3%), i cibi e le bevande (11,6. È innegabilmente una delle regioni più ricche e industrializzate del Sud Europa ma con un’alta percentuale di disoccupati: a settembre 2015 il dato superava il 17% (EPA), tre punti in meno da inizio anno ma oltre dodici punti in più del periodo pre-crisi. Non solo: la popolazione a rischio povertà è di quasi il 18%, un dato significativo che mostra la grande disparità tra una classe ricca produttiva e una componente minoritaria in difficoltà.

La Catalogna non è stata immune dalla madre di tutti i problemi spagnoli: la bolla immobiliare. Anche a Barcellona e provincia il problema degli sfratti si è fatto sentire. Non è un caso che la vittoria di Ada Colau (quota Podemos) alle amministrative della scorsa primavera si sia basata su una lotta dura contro le banche e i grandi proprietari immobiliari per chiedere affitti sociali.

Per chiudere le pensioni. Ad oggi la Catalogna da sola, come sostiene ancora Fernando Robles, riuscirebbe a coprire solo il 64% del totale. Senza il Fondo de Liquidéz Autonómico di Madrid il restante 34% non riceverebbe il sussidio a fine mese.

Senza contare che una Catalogna indipendente uscirebbe fin da subito dalla Comunità Europea, dovrebbe istituire una Banca Centrale come un’Azienda Tributaria, una dogana evari Dipartimenti economici. Tutto al di fuori del salvagente Euro e del Presidente Draghi e con il rischio che multe multinazionali abbandonino il territorio per l’instabilità politica.

Proprio sicuri che convenga la separazione da Madrid?

@davide_tenconi

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