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Il fronte catalanista diviso alla nuova sfida per l'indipendenza

Secondo i sondaggi il sostegno alla secessione è cresciuto dopo i fatti di ottobre. Alle elezioni del 21 dicembre però i partiti del blocco indipendentista si presenteranno in liste distinte. Ma le strategie sono speculari, gli intenti comuni e gli obiettivi ambiziosi

La bandiera catalana durante una manifestazione per la liberazione dei leader indipendentisti. REUTERS/Albert Gea
La bandiera catalana durante una manifestazione per la liberazione dei leader indipendentisti. REUTERS/Albert Gea

Nessuno vuole mancare al gran ballo elettorale del 21 dicembre. Dopo settimane di accuse rivolte a Madrid per l’applicazione dell’art.155 della Costituzione, bollando la stessa tornata elettorale come illegittima, l’intero blocco indipendentista catalano ha deciso alla fine di presentarsi alle elezioni regionali.

Obiettivo dichiarato è quello di ripetere lo storico successo del settembre 2015, un’eventualità resa, apparentemente, più complessa dalle vicissitudini giudiziarie di buona parte dei leaders indipendentisti, tutti candidati in distinte liste elettorali.

L’ex vicepresidente del destituito Governo catalano, Oriol Junqueras, è ancora in carcere insieme ad altri 7 ex Consiglieri, tutti accusati dei reati di ribellione, sedizione e malversazione di fondi, mentre Carles Puigdemont continua nel proprio auto-esilio belga, accompagnato da altri 4 ex Consiglieri del proprio Governo, in attesa che la giustizia locale decida in merito all’ordine di arresto europeo spiccato nei loro confronti dall’Audiencia Nacional spagnola.

Non ci sono impedimenti legali alla candidatura degli imputati fintantoché non venga emessa una condanna definitiva. Una possibile elezione determinerebbe però un evidente problema pratico nell’esercizio delle funzioni di deputato: nel caso degli ex Consiglieri attualmente detenuti, il Parlamento regionale potrebbe inquadrarne lo status come “incapacità prolungata”, concedendo loro la possibilità di esercitare il diritto di voto attraverso una delega. Una condizione di cui difficilmente potrebbero beneficiare Puigdemont ed i suoi 4 fedelissimi, se eletti, nel caso in cui perduri il loro soggiorno in Belgio.

L’ex presidente catalano aveva fatto appello all’unità dell’indipendentismo in vista dei comizi elettorali, proponendo la creazione di un’unica lista dove far confluire tutti i partiti secessionisti. Ipotesi tramontata praticamente sul nascere, vista la decisione di Esquerra Republicana (Erc) di presentarsi da sola ai nastri di partenza il prossimo 21 dicembre.

Il sodalizio tra il Pdecat di Puigdemont ed Esquerra, le due principali formazioni indipendentiste catalane riunite nella coalizione di Junts pel Si, era stato la chiave per la vittoria alle elezioni regionali del 2015, col supporto decisivo di Convergenza d’Unità Popolare (Cup), l’ala radicale del separatismo, in sede parlamentare, che aveva garantito il raggiungimento della maggioranza necessaria per portare avanti un progetto politico finalizzato ad ottenere l’indipendenza della Catalogna.

Un’unità d’intenti messa adesso in discussione dalle strategie di partito in chiave elettorale, che hanno scoperchiato le tensioni interne al blocco indipendentista degli ultimi mesi. Erc ha presentato alcuni dei suoi pesi massimi come capilista a Barcellona, tra cui Oriol Junqueras e gli ex Consiglieri Romeva e Mundò, tutti dietro le sbarre al momento, e l’attuale presidente del Parlamento catalano Carme Forcadell.

Dall’esilio belga Carles Puigdemont ha risposto con la creazione di Junts per Catalunya (JxCat), una lista elettorale partorita all’interno del suo partito, il PdeCat, che include però diversi esponenti della società civile catalana di indole indipendentista.

I sondaggi danno Erc come favorita alle elezioni col 23% delle preferenze, assegnando invece circa il 17% a JxCat. Sono proprio queste percentuali a spiegare la scissione tra Erc ed il PdeCat, finora riuniti nella coalizione di Junts pel Si. Esquerra Republicana, supportata dai numeri, reclama la leadership del movimento separatista al PdeCat di Carles Puigdemont, che dal Belgio ha ribadito più volte di essere l’unico presidente legittimo del Governo catalano. Sarà il risultato elettorale a definire inevitabilmente i rapporti di forza all’interno del blocco indipendentista.

“Le elezioni del 21 dicembre rappresentano il Referendum concordato che lo Stato non ha voluto concederci” ha tuonato nei giorni scorsi Marta Rovira, Segretaria generale di Erc. Una posizione condivisa da tutti gli esponenti del separatismo, che vedono nei comizi elettorali un’opportunità strategica per ribadire nuovamente a Madrid il sostegno dell’elettorato all’indipendenza della Catalogna.

Allargare la base sociale dell’indipendentismo attraverso le elezioni è l’obiettivo primario di tutte le formazioni separatiste, come sottolineato da Joan Tardà di Erc, che ha ribadito la necessità per l’intero movimento di contare su una maggioranza solida, superiore al 50%, che permetta di giustificare la proclamazione dell’indipendenza.

Gli ultimi sondaggi del Centro di Studi d’Opinione del Governo catalano hanno rivelato come il 48% della popolazione sia favorevole alla secessione, numeri mai registrati fino ad ora, che evidenziano come l’appoggio alla causa indipendentista sia aumentato dopo le violenze della Polizia spagnola registrate lo scorso 1 ottobre, giornata in cui si è celebrato il Referendum sull’indipendenza.

Un ruolo decisivo in chiave elettorale spetta all’associazionismo indipendentista, rappresentato da Ómnium Cultural e dall’Assemblea Nazionale Catalana (Anc), schieratosi apertamente dalla parte di Carles Puigdemont,  come dimostra la candidatura di Jordi Sanchez, dimissionario presidente della Anc attualmente in carcere a Madrid, a numero due della lista di JxCat a Barcellona, preceduto ovviamente dallo stesso Puigdemont.

Nonostante la decisione di concorrere separatamente alle elezioni, le distinte formazioni indipendentiste hanno adottato una strategia speculare in molti punti, almeno fino al 21 dicembre. Sia Erc che JxCat chiedono l’immediata liberazione dei politici catalani detenuti e la sospensione dell’art.155, reclamando al Governo centrale, in caso di nuova vittoria elettorale, l’apertura di un dialogo focalizzato sull’indipendenza della Catalogna.

L’idea di chiedere nuovamente un Referendum concordato non viene più contemplata, in considerazione della risposta negativa fornita ripetutamente da Madrid a riguardo. In sostanza l’indipendentismo ritiene che un ulteriore successo alle elezioni legittimi l’adozione di una strategia di Governo per dare seguito alla volontà popolare già espressa attraverso il Referendum.

Un obiettivo ambizioso, che imporrà però agli indipendentisti di fare i conti con gli eventi del mese di ottobre, marchiato a fuoco dalla reazione di Madrid alla sfida secessionista dell’esecutivo di Puigdemont, destituito in blocco in base all’applicazione dell’art.155 della Costituzione.

Il Governo di Mariano Rajoy, dal canto suo, non si è mostrato disposto a concedere alcuna apertura alle aspirazioni indipendentiste catalane, spalleggiato apertamente dall’Unione Europea. Lo stesso premier spagnolo, intervenendo a margine della presentazione di Xavier Garcia Albiol come candidato del Partito Popolare alle prossime elezioni regionali, ha ribadito che l’art.155 continuerà ad essere in vigore qualora la dialettica politica non rientri pienamente nell’ambito della legalità.

@MarioMagaro

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