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La Catalogna esce dalle elezioni spaccata in due e con un futuro complicato

Con affluenza altissima, le urne eleggono Ciudadanos primo partito ma danno la maggioranza dei seggi agli indipendentisti. Quasi cancellati i Popolari di Rajoy. Ma la vittoria di Puigdemont apre scenari complicati

REUTERS / Albert Gea
REUTERS / Albert Gea

I risultati delle elezioni catalane hanno confermato, almeno in parte, i pronostici della vigilia che davano come favorito il partito di Ciudadanos. La formazione arancione di Albert Rivera, che proponeva Inés Arrimadas come candidato principale, è risultata infatti la grande vincitrice alle urne, ottenendo oltre un milioni di voti che si tradurranno in 37 seggi nel prossimo Parlamento regionale.

L’affermazione di Ciudadanos significa innanzitutto il successo, per la prima volta nella storia post franchista della politica regionale, di un partito dichiaratamente costituzionalista. Una vittoria che premia la faccia giovane e moderna della destra catalana, contrapposta, inevitabilmente, a quella incarnata dai Popolari, usciti con le ossa rotte, leggasi umiliati, dalle elezioni. Il partito di Mariano Rajoy ha racimolato poco meno di 200.000 voti, circa il 4% delle preferenze, che significano tre seggi elettorali in Parlamento.

Alla base del boom di Ciudadanos c’e un programma di governo fortemente europeista, che ha difeso strenuamente la continuità della Catalogna all’interno della Spagna e dell’Unione Europea. Un numero consistente di catalani, oltre le più rosee aspettative degli stessi leader del partito vincitore, ha scelto Ciudadanos non soltanto per tutelare l’unità nazionale, ma facendolo attraverso una formazione che fa della lotta alla corruzione uno dei propri marchi di fabbrica e promette una nuova stabilità politica come condizione basilare per frenare la fuga di imprese dalla regione.

Il Partito Popolare ha pagato, verosimilmente, l’incapacità nel gestire la crisi catalana esplosa nel 2010, con l’aggravante delle violenze commesse dalla polizia inviata da Madrid il giorno del Referendum. Una formazione, quella del premier Rajoy, coinvolta inoltre in una sessantina di casi di corruzione a livello nazionale, alcuni gravissimi come il “Gurtel” ed il “Barcenas”, che ne hanno pesantemente minato l’immagine in Catalogna.

La giornata di ieri ha registrato un’alta partecipazione alle elezioni, superiore all’80% degli aventi diritto al voto, nonostante si sia trattato di comizi celebrati in un giorno feriale e lavorativo, convocati in base all’applicazione dell’art.155 da parte del Governo spagnolo.

Il timore di brogli ha pervaso le autorità centrali, che hanno appositamente disposto lo spoglio manuale e non elettronico delle schede elettorali, propagandosi poi, in prossimità del voto, alle formazioni politiche del blocco indipendentista, ricorse ad oltre 30 mila osservatori per vigilare sulla regolarità delle operazioni di spoglio.

Il risultato elettorale, oltre a riflettere pienamente la profonda frattura all’interno dell’elettorato catalano, ne ha tracciato una radiografia perfetta in quanto a ripartizione territoriale, che vede contrapposte Barcellona e la costa, mete di una forte immigrazione dall’Andalusia e da altre regioni spagnole durante l’epoca franchista, alle aree più interne della regione, bastioni dell’indipendentismo.

Ciudadanos ha fatto incetta di voti nei dintorni del capoluogo, scaldando i cuori dei catalani provenienti da famiglie di origine spagnola ed imponendosi anche in zone tradizionalmente in mano al Partito Socialista come il Baix Llobregat, a sud di Barcellona. Socialisti che, dal canto loro, hanno migliorato leggermente la performance elettorale del 2015, ottenendo stavolta circa il 14% delle preferenze ed affermandosi come quarta forza politica regionale.

Il trionfo della formazione di Albert Rivera non ha impedito però al blocco indipendentista di bissare il successo del 2015, ottenendo stavolta 70 seggi contro i 72 dell’ultima tornata elettorale, garantendosi nuovamente la maggioranza assoluta presso il Parlamento regionale. Le urne hanno sancito soprattutto la vittoria della nuova lista di Carles Puigdemont, Junts Per Catalunya, nei confronti di Esquerra Republicana, a cui i sondaggi pre-elettorali attribuivano la leadership indipendentista.

Un’affermazione, quella dell’ex presidente catalano, che scompagina i rapporti di forza nel fronte separatista, al cui interno si registra, inoltre, il pesante ridimensionamento dei radicali di Candidatura d’Unità Popolare (Cup), premiati dall’elettorato col 4,5% delle preferenze. L’appoggio delle principali associazioni indipendentiste, l’Assemblea Nazionale Catalana ed Ómnium Cultural, alla candidatura di Puigdemont è risultato decisivo ai fini della sua vittoria nei confronti di Esquerra Republicana.

Il successo elettorale rappresentava l’obiettivo primario degli indipendentisti che, a differenza di quanto avvenuto nel 2015, si sono presentati alle urne come singole formazioni politiche. Uno step decisivo per cercare di dare continuità al proprio progetto politico, cercando di costringere Madrid al dialogo sull’indipendenza ma che, numeri alla mano, ha visto il blocco separatista fallire l’obiettivo di superare la soglia del 50%.

Quella di Ciudadanos, per quanto storica ed impressionante nei numeri, rischia, con tutta probabilità, di trasformarsi in una vittoria di Pirro nelle prossime settimane, quando verrà formato il nuovo Governo catalano. Il fronte unionista non ha raggiunto infatti la maggioranza assoluta dei seggi in Parlamento, condizione indispensabile per potersi installare al comando della Generalitat.

Agli indipendentisti toccherà quindi, nuovamente, stringere alleanze ed accordi interni di partito per governare la Catalogna, ma le vicende giudiziarie degli uomini forti del blocco separatista aprono scenari indecifrabili per quanto riguarda i nomi che comporranno il prossimo esecutivo catalano.

Su Carles Puigdemont, così come per i 4 fedelissimi che lo accompagnano in Belgio, pende tutt’ora l’accusa per un triplice reato legato alla dichiarazione unilaterale d’indipendenza dello scorso ottobre. Un ritorno in Spagna significherebbe, con tutta probabilità, l’ingresso in carcere per l’ex presidente catalano, dove si trova ancora Oriol Junqueras, leader di Esquerra Republicana.

L’ex vice presidente catalano potrebbe svolgere le funzioni da deputato regionale attraverso una delega, ma nel caso di Puigdemont, perdurando il suo esilio belga, appare complicato immaginare un suo ruolo operativo all’interno del nuovo Governo regionale.

Sugli indipendentisti pende inoltre la minaccia, nemmeno velata, di un nuovo ricorso all’art.155 da parte di Madrid, ipotesi ribadita fortemente dal premier Rajoy in campagna elettorale, qualora il fronte separatista faccia nuovamente ricorso alla via unilaterale per ottenere l’indipendenza della Catalogna.

@MarioMagaro

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