Clima: a Parigi va in scena il difficile balletto fra interessi e necessità

Equità dell'accordo, ambizione, finanziamenti pre e post 2020. Si è focalizzata su questi aspetti a Parigi la pre-COP, l'incontro preparatorio alla conferenza sul clima attesa a fine mese nella capitale. Alla presenza di 70 Paesi ed oltre 60 ministri, la tre giorni si prefigurava come una grande prova generale, convocata non per riaprire i negoziati – alla Conferenza delle Parti sarà portato il testo di Bonn – ma nel tentativo di trovare un compromesso comune sui temi più problematici.

Credits www.lefigaro.fr

L'incontro testimonia secondo Laurent Fabius di un «un passo avanti» ma non ha sciolto i grandi nodi, primo fra tutti quello del finanziamento. Se l'idea di una periodica revisione al rialzo degli impegni degli Stati per limitare il surriscaldamento globale sembra lentamente farsi strada fra i decisori – sostenuto da Hollande in occasione della visita in Cina del 2-3 novembre, il principio prevederebbe una valutazione quinquennale dei risultati dei 196 protagonisti -, per ottenere certa partecipazione dei Paesi emergenti (Cina in testa) sarà indispensabile la presenza nell'accordo di elementi quantitativi. Un cavillo per ovviare alla riluttanza di quei Paesi, come l'India o il Brasile,  cresciuti rapidamente negli ultimi trent'anni, che all'epoca (al Summit della Terra di Rio de Janeiro, 1992) furono esentati per ragioni economiche a una restrizione delle emissioni, e che ora vorrebbero sottrarsi alla busta collettiva. In più di quest'anomalia giuridica convincere i climato-scettici (Australia) sarà un obiettivo non da poco.

Da parte sua, l'Italia sfoggia il pensiero positivo. Per il ministro all'ambiente Gian Luca Galletti l'appuntamento di fine mese è un inizio di percorso importante, con un cambiamento di paradigma rispetto all'accordo precedente testimoniato dalle rappresentanze: i Paesi partecipanti alla COP21 coprono il 95% delle emissioni globali, contro il 13% alla conferenza di Kyoto.

Spalleggiata dall'Unione Europea l'Italia spinge per un innalzamento delle ambizioni con la richiesta di inserire a dicembre nel testo conclusivo un riferimento all'obiettivo di 1,5 gradi. «I due gradi - su cui si concentrano gli sforzi dei presenti alla COP21 – sono un traguardo che lascia esposta una parte delle popolazioni» ha dichiarato Galletti: «sulla barca di Parigi devono salirci tutti, non deve rimanere a terra nessuno».

Carte COP21 3 mesi prima

Sostenuta dalla comunità scientifica e vitale per gli AOSIS, i piccoli paesi insulari come le Maldive (il cui territorio potrebbe in parte scomparire a causa dell'innalzamento del livello del mare), l'ulteriore sfida non sembra tuttavia aver ottenuto alla pre-COP l'attenzione necessaria alla deviazione del dibattito: per Greenpeace rimane poca speranza perchè questa richiesta ottenga un risultato soddisfacente.

Di ambizioni si è parlato molto anche al Forum du Nouveau Monde, appuntamento di rilievo organizzato dall'OECD alla presenza di esperti, economisti e politici.
Se le linee generali del dibattito non prescindono – inevitabilmente - dal concetto di crescita, portando la riflessione sull' urgenza del lungo termine (un lusso per non poche destinazioni), il forum ha il merito di insistere sulla necessità di una governance trasparente e sul peso della comunità civile. Intimamente contraria all'opzione di far pesare la fattura climatica sui Paesi privi di possibilità, il ministro marocchino per l'ambiente Hakima El Haite sollecita un approccio capace di rimettere al centro dei negoziati le nozioni di rispetto e diritto umano.
«E' su questo punto che il dibattito cittadino sarà il vero e proprio ago della bilancia della COP21» dichiara: «non sarà possibile non ascoltarlo, una responsabilità collettiva si è manifestata in iniziative dal basso mai viste finora». Per El Haite è questo il vero cambiamento di paradigma: «si è dimostrato che l'incapacità della classe politica non è un freno ad un'azione concreta».

Per Gérard Mestrallet, direttore generale del gruppo ENGIE (ex GDF, un logo più arioso da fine aprile), la responsabilità della transizione energetica si fa strada anche a livello imprenditoriale.
Mestrallet testimonia di numerose iniziative prese in questo settore (che rimane un nodo centrale del dibattito in Francia, dove l'ex ministro per l'ecologia Jean-Louis Borloo ha lanciato un programma di elettrificazione dell'intero continente africano entro il 2050 che non fa l'unanimità), e si dichiara ottimista sui mezzi («quando l'economia permetterà di produrre con il fotovoltaico, i finanziamenti arriveranno automaticamente») e partigiano – insieme ad imprenditori e politici occidentali - di un sistema di finanziamento climatico che sia facilitativo e non punitivo.
Rimane l'incognita cinese, ufficialmente «favorevole» alla riduzione delle emissioni (un piano con obbiettivi e mezzi è stato presentato) e al contempo autrice di un titanico progetto discusso dai tempi di Mao e attualmente in corso che lavora allo spostamento di 45 miliardi di metri cubi d'acqua (e 350mila persone) dal sud al nord del Paese. Fine dei lavori prevista... per il 2050.

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