Tra le vittime di Mladic c’è anche lo Stato fallito della Bosnia Erzegovina

L’ex Generale serbo è stato condannato all’ergastolo per genocidio. “La giustizia esiste”, dice Ado Hasanovic, regista che a Srebrenica ha perso trenta familiari. “E la vita deve andare avanti”. Ma per la giornalista Azra Nuhefendic, “l’odio tra etnie si è approfondito molto negli ultimi 20 anni”

Ratko Mladic compare in aula presso il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia a L'Aja, Paesi Bassi, 22 novembre 2017. REUTERS / Peter Dejong / Pool
Ratko Mladic compare in aula presso il Tribunale penale internazionale per l'ex Jugoslavia a L'Aja, Paesi Bassi, 22 novembre 2017. REUTERS / Peter Dejong / Pool

Qual è la fine giusta per un criminale di guerra? Difficile dirlo. Ieri abbiamo visto quella di Ratko Mladic, il generale dell'esercito serbo bosniaco, il boia della guerra in Bosnia tra il 1992 e il 1996. È lui che ha organizzato l'uccisione di 8000 uomini musulmani nel luglio del 1995 a Srebrenica, è lui il comandante che guidava l'assedio di Sarajevo e che ordinava ai suoi uomini “sparate fino a che non diventano matti”. Ieri Ratko Mladic è stato condannato al massimo della pena, ergastolo, dal Tribunale Penale Internazionale per i Crimini commessi in ex-Yugoslavia dell'Aja e verrà detenuto a vita nel carcere di Scheveningen (carcere lussuosissimo, dicono le cronache, dove gli ex-nemici si ritrovano a giocare simpatiche partite a ping-pong).

Mladic ha provato fino all'ultimo a ritardare il verdetto a farsi beffe della corte, ha chiesto una pausa per andare in bagno e poi si è fatto misurare la pressione tre volte per far dire all'avvocato che stava per avere una crisi di ipertensione. Quando il presidente del collegio giudicante Alfonso Orie ha detto che avrebbero comunque letto la sentenza, l'ex-generale serbo bosniaco ha iniziato ad urlare 'è tutta una bugia!' fino a che non è stato portato via dall'aula a vedere la diretta della lettura da uno schermo.

Nessuno, quindi, ha visto la sua faccia quando il presidente del tribunale lo ha dichiarato colpevole per il genocidio di Srebrenica, l'assedio di Sarajevo, la pulizia etnica in zone che venivano ritenute serbe, la presa di ostaggi tra il personale dell'Onu, torture e trattamenti disumani nei campi di internamento di prigionieri bosniaco-musulmani, arresti illegali, omicidi, atti di violenza con lo scopo di instaurare il terrore.

L'ex generale è stato il braccio armato della politica di Radovan Karazdic, condannato nel 2016 a quarant'anni dallo stesso tribunale, l'esecutore della pulizia etnica e del peggior crimine contro l'umanità avvenuto in Europa dopo la seconda guerra mondiale, il genocidio di Srebrenica.

“Mladic merita un ergastolo per ogni vittima, per ogni persona uccisa e per ogni persona colpita in questa guerra in qualsiasi modo – dice Azra Nuhefendic giornalista di Sarajevo e residente in Italia dal 1995 – L'ergastolo è una sentenza giusta ma non porta giustizia. Perchè cosa potrebbe essere giusto per una madre che ha perso i figli o per i bambini che hanno perso i genitori o per un Paese come la Bosnia Erzegovina la cui società è stata completamente distrutta. La Bosnia Erzegovina di oggi è uno stato fallito ed è un risultato della campagna militare di Ratko Mladic. Quindi l'ergastolo è il minimo che ci si poteva aspettare”.

In Repubblica Srpksa, l'entità a maggioranza serba della Bosnia, non molti però la pensano così. Per loro Ratko Mladic è un eroe e oggi il presidente della Repubblica Sprksa, Milorad Dodik, ha detto che la sentenza è un insulto.

“Nel breve periodo – continua la Nuhefendic – la sentenza potrebbe peggiorare i rapporti già pessimi tra i bosniaci serbi e bosniaci musulmani ma a lungo termine non credo che cambierà la situazione. Il divario, l'odio, l'incomprensione e la sfiducia tra le etnie si è approfondita tantissimo negli ultimi vent'anni, perché nel frattempo sono cresciute delle generazioni che sono state educate unicamente alla sfiducia verso l'altro. Bisogna ricordare che Mladic, quando era il capo dell'esercito, non combatteva contro un altro esercito. Lui combatteva, uccideva, bombardava e ordinava di uccidere i civili, perché le città sono state messe sotto assedio. E sapeva esattamente cosa stava facendo. Ci sono documenti che testimoniano di quando il vertice politico militare serbo bosniaco gli chiese cosa fare e lui rispose “Ma siete consapevoli che questo sarà un genocidio?”. Quindi non si può dire che non sapeva a cosa stava andando incontro”.

E quindi è servita a qualcosa la sentenza di oggi? “Assolutamente sì, è stata necessaria perché è insopportabile per le vittime non avere la possibilità di vedere i propri aguzzini processati e condannati”.

“Tutti devono sapere che si possono compiere i peggiori crimini ma alla fine arriva la punizione”. Così commenta Ado Hasanovic, giovane regista di Srebrenica che ha da poco finito il corso di regia al Centro Sperimentale di Cinema a Roma. “E che chi viene condannato non è un eroe, perchè che eroe è uno che si nasconde per 16 anni?” aggiunge.

Ratko Mladic fu incriminato per la prima volta nel luglio del 1995 dal Tribunale Penale Internazionale ma riuscì a dileguarsi subito dopo la firma degli accordi di Dayton fino alla cattura in Serbia, nel paesino di Lazarevo a pochi chilometri da Belgrado, nel maggio del 2011. Le complicità che hanno permesso una latitanza così lunga e in patria sono ancora tutte da chiarire.

Ma per Ado la sentenza ha un significato ancora più importante. “Ho perso oltre 30 membri della mia famiglia a causa sua e quindi sono soddisfatto, vuol dire che la giustizia esiste”. Ado per fortuna però non era presente all'arrivo di Mladic a Srebrenica “Io sono andato via nel 1993, con l'ultimo convoglio dell'Onu. Mia mamma, io, mio fratello e mia sorella fummo mandati in una zona controllata dall'Armija bosniaca da mio padre che aveva capito che sarebbe stato molto difficile restare a Srebrenica. Lui è rimasto e in questi giorni sto leggendo i suoi diari - ha scritto ogni giorno dal 1992 all'8 luglio del 1995 - e ogni giorno scriveva "questo è il nostro ultimo giorno". Si sapeva che sarebbe successo quello che è successo e nessuno aveva più fiducia nell'Europa o nell'Onu. Mio padre, per fortuna, non si è fidato neanche dell'esercito serbo di Mladic, altrimenti oggi non sarebbe vivo. È scappato in montagna verso Tuzla e così si è salvato”.

Ado lavora tra l'Italia e la Bosnia Erzegovina, non ha mai rinunciato alla sua città, a Srebrenica. Gli chiediamo come vede il futuro in Bosnia Erzegovina. “Noi viviamo ancora tutti insieme: i serbi che vivevano nel mio villaggio vivono sempre lì e noi viviamo lì. La vita va avanti e io vedo questo. Il problema è la politica che divide, altrimenti noi saremmo tutti uguali. Diciamo bugie allo stesso modo, facciamo le stesse battute, ci vestiamo uguale. Se scendi per strada non puoi distinguere tra chi è musulmano, ebreo, serbo o croato. Nei Balcani abbiamo un'unica cultura, l'unica cosa che ci divide è la religione, una carta molto delicata spesso usata a sproposito dalla politica”.

E poi Ado ci ripensa “ Comunque sinceramente per me oggi è un un giorno come un altro. Poteva anche morire o non essere condannato ma Mladic rimarrà sempre un buco nero nella storia, questa condanna è solo una conferma. La cosa che fa paura è che lui, ancora oggi, non ammette nessuna colpa. E sono tanti i nazionalisti in Bosnia che la pensano come lui. Basta ignorarli. Anche perché ci sono tante persone molto più interessanti che vogliono vivere insieme. Su di loro ci dobbiamo concentrare”.

@ceciliafe

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