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Brexit, il tempo è quasi scaduto e l’Europa si prepara al "no deal"

Doveva essere il Consiglio europeo decisivo, ma l’accordo non c’è, né si sa quando (e se) si chiuderanno le trattative. Anche perché la sfida decisiva si gioca a Londra dove la May è assediata dai falchi. E da Parigi a Berlino, i Paesi più esposti si preparano al “no deal”

Theresa May parte lascia la conferenza stampa dopo il vertice dei leader dell'Unione europea a Bruxelles, in Belgio, il 18 ottobre 2018. REUTERS / Toby Melville
Theresa May parte lascia la conferenza stampa dopo il vertice dei leader dell'Unione europea a Bruxelles, in Belgio, il 18 ottobre 2018. REUTERS / Toby Melville

Bruxelles - Se si paragonassero i negoziati sulla Brexit a una partita di calcio, mercoledì sera avremmo dovuto sentire quel triplice fischio che avrebbe mandato le squadre negli spogliatoi e sancito la fine dell’incontro. Si andrà invece ai tempi supplementari per provare a chiudere quell’accordo che da mesi si dice sempre più vicino, nonostante i pochi passi avanti fatti e uno stallo che appare ogni giorno sempre più evidente.

Anche nel corso della cena di mercoledì tra i 27 leader senza Regno Unito, si sono rincorse voci di “accordo virtuale” già raggiunto e da formalizzarsi in un altro vertice informale a Salisburgo programmato tra il 17 e il 18 novembre. Poi la doccia fredda, con tanto di annullamento del summit di novembre quale segnale di Bruxelles per ammonire Londra presentatasi nuovamente a mani vuote.

Strategie negoziali diverse. Da un lato Commissione e Stati membri si sentono dalla parte di chi ha già fatto la propria mossa e aspetta ora quella dell’avversario, acconsentendo a prendere ulteriore tempo in una fase in cui sembra non essercene. Dall’altro, un governo non particolarmente saldo cerca di perdere tempo perché sente sgretolare l’appoggio di Westminster e del proprio stesso partito.

Diverse fonti vicinissime al tavolo negoziale hanno avanzato il dubbio che la mancanza di nuove proposte derivi dall’assenza di un mandato forte della May per condurre le trattative. Benché espressione di un governo regolarmente eletto, la fronda interna degli hard brexiters tra i conservatori si fa sempre più incalzante e insofferente sull’attuale stato delle trattative.

Lo affermano pubblicamente anche alcuni leader Ue, come il ministro lussemburghese Xavier Bettel, secondo cui un eventuale accordo trovato al tavolo negoziale non è detto passi a Londra. Gli ha fatto eco il presidente lituano Dalia Grybauskaite, che su twitter ha lasciato intendere, con la tipica schiettezza baltica, come sia difficile comprendere cosa vogliano fare i britannici, aggiungendo che forse sono i primi a non saperlo.

Continuando la metafora iniziale, la sensazione è che il governo May, non del tutto certo di portare a casa il match - più per ammutinamento sulla propria panchina che per goal degli avversari -, stia puntando ad arrivare alla lotteria dei rigori. Vorrebbe dire, in sostanza, presentare il Brexit Bill in Parlamento al ridosso di quel 29 marzo dopo cui ci sarebbe soltanto l’incertezza assoluta dello scenario no deal. A quel punto, Theresa May potrebbe chiamare i deputati incerti al senso di responsabilità per non far compiere al Paese un – nuovo - salto nel buio.

Backstop ed estensione periodo transitorio

Theresa May ha parlato per un quarto d’ora prima della cena dei 27, solamente citando sia la questione del backstop sul confine irlandese sia l’estensione del periodo transitorio. Quest’ultima parziale apertura è forse l’unica novità che arriva dall’infruttuoso incontro di Bruxelles. Lo scorso dicembre, Regno Unito e Ue si erano accordati su un periodo di transizione di 21 mesi che seguirà l’addio formale di Londra a marzo, ma la parte europea spinge per altri 12 mesi di limbo post-Brexit.

Durante questo periodo, il Regno Unito continuerà a far parte del mercato unico partecipando anche ai costi operativi. Ed è questo il motivo per cui estendere il periodo transitorio di almeno un altro anno diventa delicato da far passare a Londra. Senza i rebate, complesso sistema di rimborsi chiesti e ottenuti da Margaret Thatcher negli anni Ottanta che cadrà dopo Brexit, il contributo del Regno Unito per partecipare al mercato unico, anche se in via transitoria, aumenta esponenzialmente. In più, estendere il periodo di transizione va in aperto contrasto alla narrativa di una parte dei tories, che continua a chiedere di non voler restare un altro minuto in più nella Ue.

Il nodo di Gordio dell’intera faccenda, come definito dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk, resta sempre la questione irlandese. La questione è centrale soprattutto per motivi di sicurezza, dato che fu proprio l’assenza di confini a portare pace su una terra fino a pochi decenni prima bagnata dal sangue. A complicare la faccenda, anche il notevole peso politico che il piccolo partito unionista dell’Ulster ha all’interno del fragile governo May.

È qui che entra in gioco il backstop, il famoso e intraducibile paracadute che in caso di no deal porterebbe a considerare solo il Nord Irlanda come ancora parte de facto del mercato unico, creando dunque unità nell’isola e difformità nel territorio del Regno Unito. È tuttavia evidente come la questione sia un pretesto per prendere - o perdere - altro tempo, distogliendo l’attenzione dalle questioni più spinose. Il backstop riguarderebbe solamente uno scenario no deal ed era in realtà già stato accettato formalmente dal Regno Unito a marzo scorso, prima del recente passo indietro.

Scenario no deal

Nessuno lo vuole ma, dovesse scadere il tempo e quindi essere no deal, bisogna arrivarci preparati. Molto dipenderà da come si giungerà al mancato accordo, se per rottura dei negoziati o per bocciatura di Westminster o Strasburgo. Quello che è certo è che il giorno dopo il no deal, quattro sarebbero i Paesi più esposti per posizione geografica e relazioni commerciali: Repubblica di Irlanda, Francia, Olanda e Belgio.

Diversi Stati si stanno preparando anche a questo eventuale scenario. Parigi ha già pubblicato un no deal plan francese, mentre Angela Merkel ha annunciato che il piano tedesco è pronto. A Bruxelles si teme parzialmente che il Regno Unito possa intessere una complessa rete di no deal deals, un serie di accordini temporanei con Stati membri e Commissione che possano fungere da toppe e allo stesso tempo aumentare il peso negoziale in vista dell’accordo definitivo sulle relazioni future, senza pagare il conto che deve a Bruxelles né risolvere la questione irlandese.

Da un punto di vista geopolitico, bisognerà anche far fronte all’isolamento logistico di cui l’Irlanda potrebbe soffrire. Le principali infrastrutture di collegamento tra Dublino e il resto dell’Ue passano infatti per la Gran Bretagna. La questione dei porti sta dividendo gli Stati Ue: quelli francesi sono al momento saturi per cui, probabilmente, i collegamenti con l’Irlanda partiranno in un primo momento da Olanda e Belgio. Parigi non è tuttavia disposta a rinunciare a quest’opportunità di aprire una nuova rotta.

La Commissione europea intanto ha presentato un documento di preparazione al no deal, illustrato dallo stesso presidente Jean-Claude Juncker e non dal negoziatore Michel Barnier nel corso della cena dei 27. Tali misure di preparazione sono comunque unilaterali e vedono la Ue puntare a difendere gli interessi dei propri Stati membri senza alcun favore al Regno Unito, ha detto una fonte diplomatica.

Alcuni governi si sarebbero detti tuttavia delusi dallo “striminzito documentino” di sole due pagine presentato dalla Commissione, pur mantenendo immutata la fiducia nel capo negoziatore Michel Barnier. È lui, infatti, l’uomo Brexit di parte europea, prendendosi una parziale rivincita su Juncker che cinque anni fa lo sconfisse nella corsa per diventare il candidato dei popolari alla presidenza della Commissione. A Barnier era stato chiesto nuovamente di candidarsi allo spitzenkandidat del Partito popolare europeo, a dimostrazione del grande credito politico guadagnato nei negoziati con Londra. Ha tuttavia preferito non intaccare la credibilità del proprio delicato mandato con una campagna politica, seppur interna.

@gerardofortuna

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