La Corsica tra strappo alla catalana e via parlamentare

Dopo la netta vittoria degli indipendentisti alle elezioni, diversi scenari si aprono per l'isola. Ma la via parlamentare pare l'unico modo per raggiungere l'autonomia ed allontanare lo spettro del ritorno della lotta armata, spiegano Thierry Dominici e André Fazi

Bandiera corsa. REUTERS/Jean-Paul Pelissier
Bandiera corsa. REUTERS/Jean-Paul Pelissier

Mentre la Catalogna continua la sua accidentata corsa indipendentista, il cammino politico della Corsica sembra ancora tutto da costruire. Le elezioni territoriali del 3 e 10 dicembre scorso hanno sancito la vittoria della lista di Gilles Simeoni e Jean-Guy Talamoni. La lista Pè a Corsica ha confermato gli ottimi risultati ottenuti durante il primo turno delle elezioni territoriali dell'isola imponendosi con un netto 56,5% delle preferenze. Dietro, i concorrenti hanno dovuto accontentarsi di briciole: si veda la liste regionalista di Jean-Martin Mondoloni che ha ottenuto il 18,29% o quella dei macronisti. A differenza però della Catalogna, dove c’è stato un massiccio corsa alle urne, le elezioni in Corsica hanno fatto registrare un tasso di astensione molto elevato, il 47,5%.

Tracciando un parallelo tra la Catalogna e la Corsica si vede poi da un lato una regione di quasi 8 milioni di persone e quasi il 20% del Pil della Spagna, dall’altro una piccola isola con circa 330.000 abitanti ed un tasso di disoccupazione che si attesta al 10%. Non è un caso che in questo contesto di economia precaria l’anno scorso l’isola sia stata attraversata da un’escalation di violenze e discriminazioni a sfondo razziale e che di questo clima abbiano beneficiato soprattutto i partiti nazionalisti e le loro frange più estreme. L'idea pero' di una progressiva corsa verso l'autonomia ha federato le forze indipendentiste e nazionaliste dell'isola.  

Nella parola d’ordine della campagna elettorale c'era già tutto il programma: “Un paese da fà”. Il primo obbiettivo era quello di creare una Collettività unica della Corsica per rimpiazzare i due dipartimenti esistenti della collettività territoriale corsa (Ctc). Obbiettivo raggiunto. Un ulteriore successo della "via parlamentare". In effetti da quando si è abbandonata la lotta armata (fine della lotta armata però non significa deporre le armi ha ammonito il Flnc) gli indipendentisti ed i nazionalisti non fanno che moltiplicare successi. Dopo aver vinto le elezioni territoriali nel marzo del 2015 ed aver preso la maggioranza all’Assemblea Corsa con la presidenza dell’autonomista Gilles Simeoni (del partito Femu a Corsica), la coalizione ha anche preso le redini della Ctc nel dicembre del 2015 ed è riuscita ad ottenere nelle elezioni di giugno scorso tre seggi sui 4 che conta l’isola all’Assemblea Nazionale. Insomma manca poco alla vera e propria autonomia. Potrebbe riprodursi anche qui in Corsica uno scenario alla catalana?

“A corto e medio termine è da escludere - spiega André Fazi, ordinario di sociologia presso la Facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Corsica “Pasquale Paoli” - in quanto nonostante alcun sondaggio abbia posto la questione da anni, è probabile che il sostegno ad un’eventuale indipendenza della Corsica si attesti tra il 12% ed il 15% della popolazione. Una minoranza dunque. Molti indipendentisti poi concepiscono l’indipendenza sul lungo termine, non nell’immediato. Quello di cui si discute ora è uno statuto di autonomia regionale. La Francia offre già questo statuto alle collettività d’Oltremare ma per la Corsica sarebbe necessario una revisione della Costituzione, cosa non semplice. Qualunque indipendenza comunque, lo ha detto lo stesso leader indipendentista Jean-Guy Talamoni, nascerebbe da condizioni economiche che ora la Corsica non ha”.

La lista dunque gestirà la futura Collettività Unica dell'isola, che a partire dal 1 gennaio prossimo soppianterà l'attuale Collettività Territoriale della Corsica (Ctc). Una coalizione di nazionalisti e indipendentisti al potere dunque, che ora vorrebbe puntare più in alto, ovvero garantire una sempre maggiore autonomia e soprattutto risolvere diverse annose questioni come quella della lingua corsa, dello statuto di residenza oppure, quella più spinosa riguardante i prigionieri politici dopo decenni di lotta armata, con il movimento indipendentista còrso che ha oramai deposto le armi optando per il parlamentarismo. Dopo quarant'anni anni di violenze e attentati perpetrati sin dalla nascita, nel maggio del 1976, del Fronte di liberazione nazionale della Corsica (Flnc), si è scelto infatti con il disarmo la costruzione democratica della nazione corsa attraverso le istituzioni e la progressiva autonomia amministrativa. Lo strappo della Catalogna di questi mesi non ha fatto altro che offre un’ulteriore accelerazione ad un processo già in avvio e che non puo' arrestarsi, pena il ritorno agli anni bui della lotta armata.

La questione più spinosa rispetto al movimento indipendentista resta però quella dei prigionieri politici. Una ferita aperta per la società còrsa. Dai morti dell’aeroporto di Ajaccio nel 1981 in concomitanza dell’arrivo del presidente Valéry Giscard d’Estaing, all’annus horribilis del 1982 (con oltre 800 attentati commessi in un anno) passando per l’atto forse più eclatante del Flnc, l’assassinio del prefetto Erignac nel 1998, la storia dell’indipendenza corsa è una lotta di sangue e di volontà di maggiore autonomia. Quella strada però non ha portato a nulla dato che le autorità francesi hanno risposto alla violenza della lotta armata con piglio autoritario e repressivo. La via parlamentare sembra quella giusta, ma il percorso per l'ottenimento dell'autonomia è ancora tutto in salita.

"Lo Stato francese non ha necessità di rispondere a una domanda di maggiore decentralizzazione", spiega Thierry Dominici, ricercatore presso l’Università di Bordeaux e specialista della Corsica. "Per il governo francese si tratta in effetti di semplici elezioni territoriali. Certo, si tratta di un risultato storico, dunque è chiaro che la sfera nazionalista può pretendere ad ottenere maggiore autonomia per la Corsica in quanto legittimata dal voto, ma è anche difficile pensare ad un percorso a strappi come quello catalano sia dal punto di vista costituzionale, che dal punto di vista economico o anche demografico"

"L’esempio dell’Italia, ovvero delle regioni a statuto speciale, (come la Sicilia o la Sardegna ndr) potrebbe invece essere più calzante come paragone", continua Dominici. "L’idea di uno Stato regionale però non è che un possibile scenario per il futuro della Corsica. Non dobbiamo dimenticare infatti che nelle condizioni attuali lo Stato non ha alcuna obbligazione a dare una risposta in termini di autonomia alla Corsica. Anche poi dal punto dei vista dell’indipendentismo corso per ora la questione è meramente politica, ovvero non investe la società corsa nella sua totalità. Oggi i corsi chiedono più competenze piuttosto che una vera e propria autonomia. Anche gli indipendentisti dal canto loro parlano prudentemente di “progetto di autonomia” e ciò vuol dire pensare ad un processo che giungerà ad un referendum finale dopo un percorso di tre anni.

"Poi c’è ovviamente la questione costituzionale - conclude Domici - ma avrei difficoltà ad immaginare l’attuale governo lanciarsi su una strada scivolosa come quella della revisione costituzionale senza certezza di ottenere un risultato favorevole. Quello che è importante sapere è che la creazione della Collettività Unica nata dalla fusione delle precedenti collettività è già in sé una sorta di applicazione della legge sulla decentralizzazione. A partire da questo punto di vista, già strettamente costituzionale, si può iniziare un dialogo con lo Stato per ottenere più competenze".

Ora vedremo se la Francia avrà la forza e l'intelligenza di discutere con gli indipendentisti corsi o se invece sceglierà la via del muro contro muro con i risultati che tutti vediamo in Catalogna.

@marco_cesario

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