Dal 2016 le soldatesse britanniche potranno combattere in prima linea

Questa settimana il Regno Unito ha potenzialmente compiuto due passi verso l’uguaglianza di genere: per la prima volta una donna è stata nominata vescovo e venerdì scorso il Ministero della Difesa ha pubblicato un rapporto a favore dell’abolizione del divieto per le donne soldato di prestare servizio al fronte in prima linea. Mentre il primo passo è stato largamente acclamato sia nel Regno Unito che all’estero, il secondo ha lasciato scontenti entrambi i sostenitori e gli oppositori della riforma.

 REUTERS/David Moir REUTERS/David Moir

Il rapporto era stato commissionato dal governo a maggio, dopo che l’allora segretario della difesa Philip Hammond aveva segnalato l’eleggibilità delle donne a prestare servizio in ruoli di combattimento. I risultati del rapporto non sono tuttavia ancora soddisfacenti per il Ministero della Difesa e l’attuale segretario della difesa Michael Fallon ha spostato la data per l’attuazione della riforma al 2016 per avere tempo di far condurre ulteriori ricerche sull’impatto a lungo termine che ha sulle donne l’addestramento utilizzato in fanteria. Alcuni critici hanno disdegnato la decisione come una mossa politica da parte di Fanon con lo scopo di raccogliere simpatie senza poi realizzare nulla. Gli scontenti sostengono che la riforma avrebbe dovuto essere implementata da tempo e che le ragioni fornite dal governo per giustificare il continuo ritardo non sono valide.

Australia, Canada, Danimarca, Francia, Germania, Israele e gli Stati Uniti hanno già abolito il divieto ma alcuni di loro sono stati cauti nel rendere il cambiamento effettivo. Inoltre la definizione di “combattimento” varia e a volte include, ad esempio, il prestare servizio come piloti o in un sottomarino e sparare colpi di artiglieria, tutti compiti che le soldatesse britanniche svolgono già.

Le donne soldato britanniche che desiderano servire al fronte hanno incontrato una lunga storia di opposizione, basata in genere su motivazioni sessiste. Tre anni fa uno studio ha concluso che le donne al fronte creerebbero distrazione per gli altri soldati. Una delle ragioni fornite era che una soldatessa ferita avrebbe ricevuto più attenzioni che un soldato. Ci sarebbe poi la questione della presunta debolezza fisica e psicologica delle donne. Il combattimento, come viene definito nello studio dal Ministero della Difesa, richiede la capacità di avere uno scontro fisico con il nemico e di ucciderlo. Include inoltre “la necessità di proseguire a piedi su terreni difficili, portando un peso notevole, di ingaggiare close combat quarter (Nda: si tratta di una forma di combattimento ravvicinato in un contesto di guerra urbana), di rimettersi sul campo nel caso si resti feriti e di ripetere queste azioni più volte per un periodo prolungato”. Molti all’interno dell’esercito britannico ritengono che le donne semplicemente non siano in grado di svolgere le azioni sopra elencate. Le donne sono ancora in gran parte considerate delle creature pacifiche dal forte istinto materno e se per alcuni l’idea di donne che fanno parte dell’esercito è inquietante, l’idea di una donna che combatte corpo a corpo con un uomo è impensabile. Dietro un discorso apparentemente mosso da intenzioni protettive si nascondono dei giudizi meramente sessisti. Come osserva sul Guardian Ewen MacAskill, la ragione principale dietro l’opposizione “è culturale e psicologica, la società resiste all’idea di una donna impegnata in un combattimento corpo a corpo con un nemico di sesso maschile”.

Nonostante la polemica Fallon ha detto una cosa giusta venerdì: la selezione dovrebbe essere basata sull’abilità e la prestazione fisica, non sul genere. Non tutti gli uomini sono forti e non tutte le donne sono deboli; semplice, no?

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