Dal voto in Spagna messaggi chiari ai politici e all'Europa

È vero che la seconda elezione in sei mesi non ha servito una maggioranza ma rispetto a certe valutazioni a caldo, il voto del 26 giugno ha cambiato qualcosa nel panorama della Spagna e indirettamente dell'Europa.Ai risultati ha contribuito indubbiamente la lunga onda del Brexit, ma anche il comportamento poco lineare di Unidos Podemos e la campagna di polarizzazione e della paura del Partito popolare.

REUTERS/Marcelo del Pozo

A determinare nel concreto il risultato in termini di seggi è stata invece una legge elettorale che premia così pesantemente le formazioni vincenti da annullare del tutto nelle circoscrizioni più piccole già il secondo partito. Non stupisce che i partiti più penalizzati vogliano cambiare una legge che distorce a tal punto il risultato percentuale.
Gli spagnoli, si può dire, hanno premiato chi fino all'altro ieri ha proposto patti di governo o politiche chiari.
Il Pp di Mariano Rajoy, che governa dal 2011, ha guadagnato in percentuale 4,31 punti (dal 28,72 al 33,03%), ma ben un 14% in termini di seggi grazie alla legge elettorale, distanziando il secondo vincitore, il Partito socialista, di ben 52 seggi.
"Queste elezioni ci danno il diritto di governare", ha detto dal balcone dalla sede in via Genova a Madrid Rajoy, che facendo pagare un duro prezzo sociale ha fatto ripartire la crescita in Spagna. Non ha la maggioranza assoluta, ma fuga la tentazione di Ciudadanos e dello Psoe di chiedere la sua testa in cambio di un appoggio diretto o esterno.
L'altra novità di questa elezione è che lo stallo non è obbligato: il Pp potrebbe formare un governo con l'appoggio di Ciudadanos e di due partiti minori, il Partito nazionalista basco e Coalizione Canaria.
"Siamo un grande paese dell'Europa e saremo all'altezza delle circostanze", ha detto Rajoy alla sua piazza che intonava lo slogan "Sí, se puede" (Sì, si può) rubato a Up che non è riuscito a compiere il sorpasso sullo Psoe.
I socialisti hanno salvato il salvabile rispetto alle previsioni di diventare la terza forza e di perdere lo scettro di partito più importante della sinistra. Comunque sia, gli 85 seggi (rispetto ai 90 di dicembre) sono il peggior risultato della sua storia, nonostante la leggera vincita percentuale (da 22,01 a 22, 67%). "Non siamo soddisfatti", ha detto Pedro Sanchez, il leader, del partito che più a lungo ha governato negli ultimi quarant'anni di democrazia spagnola. "Siamo il partito che ha consolidato la democrazia, costruito lo Stato del benessere, modernizzato la Spagna e l'ha integrata in Europa, un partito del progresso e delle riforme per l'insieme della Spagna".
Il riferimento all'insieme della Spagna non è solo una parte chiave del messaggio di Sanchez a Pablo Iglesias di Up. È anche una constatazione che di fronte al baratro che la Brexit ha aperto in Europa, gli spagnoli hanno scelto l'appartenenza alla Ue.
Up ha vinto, infatti, tra i catalani, rassicurati lungo la campagna da Iglesias sulla disponibilità a un referendum di tipo indipendentista, e nei Paesi Baschi. Nel resto della Spagna, invece, forse i potenziali nuovi elettori – di provenienza Psoe – si sono spaventati dal continuo rifiuto di Iglesias di un patto di sinistra con lo Psoe contro il Pp; o sono rimasti disorientati dalle posizioni mutanti del leader secondo dove facesse campagna.
Tra altre ambiguità, Iglesias non ha chiarito, se non nelle ultime settimane, le posizioni ambigue del passato sull'appartenenza alla Ue o sulle soluzioni di Podemos al problema del debito sovrano. "un giorno triste per l'Europa", ha detto sul voto britannico, ma forse era troppo tardi o in contrasto con quanto detto in Catalogna.
I giornalisti non sono stati teneri con Iglesias alla conferenza stampa: "Avete venduto la pelle dell'orso?", "L'alleanza Up ha toccato il suo tetto?" I leader di Podemos hanno detto di essere pronti a una seria analisi, ma di essere orgogliosi di avere (mantenuto) 71 seggi essendo un partito nato solo pochi anni fa. "E abbiamo la responsabilità di mantenere aperto questo spazio per i giovani". La festa nella piazza davanti al museo Regina Sofia a Madrid è stata tuttavia sottotono.
Fatto è che la strategia polarizzante di presentarsi come unica alternativa all'austerità del centro-destra di Rajoy ha beneficiato quest'ultimo.
Ciudadanos, moderati di centro ha perso lo 0,8%, ma ben 8 seggi. Albert Rivera ha detto in ogni caso senza mezzi termini che siederà al tavolo del governo.
La governabilità questa volta è appesa a un filo un po' più robusto, che lascia prevedere un governo.
Innanzitutto perché un terzo voto sarebbe difficile da far digerire alla popolazione; in secondo luogo perché il paese sta soffrendo socialmente e ha urgente bisogno di riforme – costituzionali, economiche, della legge elettorale secondo quasi tutti i partiti; infine, perché è mutato il contesto europeo. Il voto sulla Brexit ha preso in contropiede la Spagna che si considera una nazione importante dell'Europa e alla quale tiene molto.
Per la Ue nel suo momento più difficile, un'instabilità politica in Spagna sarebbe drammatica. Quando il re Felipe VI chiamerà a consultazione i partiti, Rajoy non potrà sottrarsi come negli ultimi sei mesi.
Contrariamente a quanto succede nel resto d'Europa, in Spagna i cittadini hanno penalizzato i partiti nuovi di cui non conoscono bene le intenzioni. Votando i partiti tradizionali hanno chiesto stabilità. Ed Europa. Si può dire che ha perso il populismo.
Molti hanno invece sintetizzato l'ovvia richiesta che i partiti scendano a patti, commentando che in Spagna, nel vivo del Trono di Spade si entra adesso.

@GuiomarParada

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