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Polonia, il nazional-populismo di Kaczynski alla prova del voto

Il voto è locale, ma la posta in gioco nel primo test elettorale dal 2015 è nazionale. Il partito di governo ha puntato sul welfare e sul sovranismo, avviando al contempo una svolta autoritaria. I sondaggi lo premiano. Per i liberali in crisi sarà cruciale tenere almeno Varsavia

I manifesti della campagna di Rafal Trzaskowski e Patryk Jaki, i due candidati principali che correranno per il sindaco di Varsavia alle elezioni locali di domenica in Polonia. REUTERS / Kacper Pempel
I manifesti della campagna di Rafal Trzaskowski e Patryk Jaki, i due candidati principali che correranno per il sindaco di Varsavia alle elezioni locali di domenica in Polonia. REUTERS / Kacper Pempel

Domenica la Polonia va alle urne. Elezioni amministrative, in tutto il Paese. Verranno eletti 2500 sindaci, 47.000 consiglieri comunali e le assemblee dei sedici voivodati (regioni). In molti casi non sarà sufficiente il primo turno. I ballottaggi si terranno il 4 novembre.

Il valore della tornata va ben oltre la geografia politica locale. È la prima volta dalle politiche dell’ottobre 2015, infatti, che il Paese torna a votare. E questa consultazione apre un lungo ciclo elettorale. A maggio 2019 ci saranno le europee, in autunno le politiche, nella primavera 2020 le presidenziali.

Per Diritto e Giustizia (PiS), il partito populista al potere, è una verifica sulle politiche di governo finora attuate, fondate su un forte aumento della spesa sociale, sulla riacquisizione di asset in precedenza controllati da capitale straniero - un esempio è l’acquisto da parte del governo di Pekao, l’ex banca di Unicredit - e su un percorso di accentramento dei poteri che ha fatto scaturire, come noto, un contenzioso con la Commissione europea sullo Stato di diritto, ancora aperto e dagli esiti incerti. Bruxelles contesta a Varsavia lo smantellamento dell’indipendenza dei giudici. Varsavia – in breve – replica rivendicando sovranità, in linea con il registro di Viktor Orbán di cui Jaroslaw Kaczyński, leader de facto della Polonia benché non abbia cariche governative, è grande alleato.

Kaczyński, in queste settimane, si è fatto rivedere in pubblico dopo un’assenza dovuta a problemi di salute. Segno che tiene molto a queste elezioni e sa quanto siano importanti. Gli altri pesi massimi del PiS, incluso il primo ministro Mateusz Morawiecki, hanno girato in lungo e in largo il Paese a caccia di voti.

Non sono stati diffusi molti sondaggi su come andranno le sfide locali. C’è a ogni modo l’impressione che i populisti siano avanti. Un’impressione fondata sui sondaggi a livello nazionale che danno a loro un consenso tra il 35% e il 40%. Tre anni di governo non li hanno affatto logorati. Molta della loro forza elettorale si fonda proprio sul welfare. Sono stati avviati programmi importanti a partire dal 500+, ovvero gli assegni familiari, e a seguire con incentivi per gli alloggi e per gli studenti. Un’altra pietra miliare del programma socio-economico del PiS è l’abbassamento dell’età pensionabile, riportata a sessant’anni.

La questione dell’erosione del sistema di pesi e contrappesi, come quella del controllo assoluto sulla radio-tv pubblica, divenuta una fabbrica di imbarazzanti fake news a detta di molti, sembrano passare in secondo piano davanti alla copiosa pioggia di welfare. Su questo scambio – denaro in tasca in cambio di una certa tolleranza verso l’autoritarismo – si fonda, del resto, il potere di Kaczyński, facilitato anche da una congiuntura economica estremamente felice. Secondo la Banca mondiale, la Polonia dovrebbe crescere del 4,8% quest’anno. Stupefacente anche il tasso di disoccupazione (5,9%), ai minimi dal 1989. Quando Varsavia entrò in Europa si aggirava intorno al 20%.

In questi giorni, restando sul terreno dell’economia, è arrivata una notizia confortante per il governo. Standard and Poor’s ha riportato il rating al livello A-, dopo che all’inizio del 2016 lo aveva declassato a BBB-, temendo che la spirale autoritaria e la spesa sociale elevata, con relativo rischio di deficit fuori controllo, spaventassero oltre modo gli investitori. Nulla di tutto questo è accaduto. Per ora, il sovranismo economico-politico di Varsavia regge.

Dall’altra parte della barricata, i liberali. Hanno guidato il Paese dal 2007 al 2015, gestendo bene la fase della crisi mondiale: se la Polonia cresce a questi livelli è anche grazie al loro operato. Tuttavia negli anni al governo i liberali, guidati dall’attuale presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno commesso un grave errore di percezione. Convinti che la crescita, alla lunga, sarebbe bastata per tutti, hanno sottovalutato il tema delle disuguaglianze e la voglia di protezione sociale manifestata tanto dai vinti della transizione, sottoforma di rabbia e disprezzo per l’establishment liberale, quando dai vincitori, desiderosi di un minimo di stabilità in più dopo vent’anni di capitalismo ruggente e sregolato.

Kaczyński ha saputo infilare il dito nella piaga, proponendo un impasto di statalismo, welfare, revanscismo e autoritarismo, pur senza rinunciare a quello che resta il principale fattore competitivo polacco: i bassi costi produttivi offerti agli investitori stranieri.

Oggi i liberali sono in crisi di identità e idee. Faticano a diffondere il loro verbo oltre un determinato perimetro, che racchiude élite urbane e sinceri democratici che si richiamano con passione alla tradizione democratica di Solidarność, denunciando lo sfascio costituzionale in corso e sperando che l’Europa senta il loro grido di dolore, fermando in qualche modo Kaczyński.

La novità nelle file dell’opposizione è la lista unica creata per le amministrative dalla Piattaforma Civica (PO), il partito più importante dell’arco liberale, il partito di Tusk, e da Nowoczesna, formazione ispirata da dietro le quinte da Leszek Balcerowicz, artefice della shock therapy con cui la Polonia dopo il crollo del comunismo impostò la transizione al libero mercato.

Nel cartello liberale, denominato Coalizione civica (KO), figura anche una piccola formazione di sinistra, Iniziativa polacca (IP), capeggiata da Barbara Nowacka, tra le protagoniste delle lotte delle donne contro i tentativi del governo e della Chiesa cattolica di inasprire la già restrittiva legge sull’aborto. Con questa operazione i liberali cercano di conquistare un po’ di consensi alla loro sinistra, anche in vista delle europee e delle politiche dell’anno prossimo.

Un buon risultato, per loro, sarebbe raggiungere un 30-35%, tenendo alcune grandi città ed evitando il tracollo nei voivodati dove i populisti, che ne governano solo uno, cercheranno di fare incetta. Potrebbero conquistarne la metà, quindi otto, secondo le previsioni.

Né gli uni né gli altri hanno però i numeri per vincere da soli. Serviranno alleanze.

I liberali guardano al Partito popolare (Psl), una forza agraria e centrista che sembra in recupero dopo qualche anno di difficoltà, così come all’Alleanza democratica di sinistra (Lsd), che traghettò la Polonia in Europa, per poi avvitarsi in una crisi senza fine culminata con la clamorosa esclusione dal Parlamento nel 2015.

Kaczyński dovrà invece cercare qualche alchimia, non certo facile, con Paweł Kukiz, un rocker anti-establishment che nel 2015 fondò una sua lista, Kukiz 2015.

Sullo sfondo, la sfida per Varsavia, la capitale. Dal 2006 è amministrata dai liberali. Kaczyński vuole riprendersela e qui conta anche il discorso familiare: il gemello Lech, ex capo dello Stato, deceduto nel tragico schianto di Smolensk nel 2010, ne fu sindaco dal 2002 al 2005, anno in cui sconfisse Tusk alle presidenziali.

Il candidato populista a sindaco è Patryk Jaki, giovane (33 anni) e determinato. Ha condotto una campagna dura, energica, moderna, con lo slogan “per un’onesta e ambiziosa Varsavia” che allude alle accuse di corruzione cadute sul sindaco uscente, Hanna Gronkiewicz-Waltz, nel contesto delle privatizzazioni dei beni confiscati dal regime comunista nel dopoguerra.

I liberali hanno messo in campo Rafał Trzaskowski, ex ministro della Pubblica amministrazione. Il motto della sua campagna è stato “Varsavia per tutti”. Trzaskowski è un candidato di livello e, a quanto pare, potrebbe farcela a tenere il bastione di Varsavia. Non mancano comunque le incognite. E di certo si andrà al ballottaggio.

@mat_tacconi

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