Il padre padrone del Montenegro trionfa alle presidenziali. Il suo ritorno al potere è visto con favore da Nato e Ue, che si affidano al suo pragmatico europeismo per contenere la Russia nei Balcani. E chiudono un occhio sui rischi di una deriva autocratica a Podgorica

Sostenitrici di Milo Djukanovic nel quartier generale del DPS a Podgorica, in Montenegro, il 15 aprile 2018. REUTERS / Marko Djurica
Sostenitrici di Milo Djukanovic nel quartier generale del DPS a Podgorica, in Montenegro, il 15 aprile 2018. REUTERS / Marko Djurica

Milo Djukanovic ha vinto le elezioni presidenziali in Montenegro, conquistando il 54% dei voti. Si tratta del suo secondo mandato da presidente del piccolo Paese balcanico, oltre ai sei da primo ministro. Nella serata di domenica, a scrutini ancora in corso, le strade di Podgorica festeggiavano il ritorno alla politica di Milo dopo la pausa di due anni.


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“Noi siamo una coalizione invincibile” ha dichiarato Djukanovic dal vecchio palazzo del governo rivolgendosi alla folla di sostenitori.

Mladen Bojanic, il principale opponente, si è infatti fermato al 33,5% dei voti.

«Non mi congratulerò per la vittoria, perché non ho niente da congratulare, se fossi al posto di Djukanovic mi vergognerei invece di festeggiare» ha commentato Bojanic nella conferenza stampa dopo la pubblicazione dei risultati. Sono parole dure quelle del candidato sostenuto da una larga coalizione di partiti dell'opposizione, le cui speranze risiedevano in un eventuale ballottaggio. Il risultato di Bojanic, infatti, lascia intendere che, se il candidato presidenziale del Partito Democratico dei Socialisti non fosse stato Djukanovic, non ci sarebbe stato un risultato così netto. Il padre padrone del Montenegro gode infatti di un ampio sostegno popolare, trovandosi ai vertici della politica montenegrina da quando aveva appena ventinove anni.

L'affluenza ai seggi si è attestata al 64% degli oltre 500mila aventi diritto, un dato molto simile alle elezioni presidenziali del 2013. Eppure, nella giornata di ieri, l'opposizione ha accusato il partito di Djukanovic di brogli e compravendite di voto in diverse località del Paese.

«Questo risultato è la conseguenza di due fattori: uno Stato imprigionato [dal partito di governo, nda] e un problema interno all'opposizione» ha dichiarato Draginja Vuksanovic, candidata del partito socialdemocratico che ha ottenuto l'8% dei voti, lamentando come le istituzioni statali siano ostaggio del partito di Djukanovic.

Dal canto suo, Milo ha dichiarato che questo risultato è la dimostrazione del supporto popolare al processo di integrazione nell'Unione Europea del Montenegro che, nel giugno 2017, è diventato membro della Nato, un evento che ha ridisegnato il bilanciamento di forze geopolitiche nella regione. Non è un caso, infatti, che il primo messaggio di congratulazioni a Djukanovic sia arrivato dal presidente del Kosovo Hashim Thaci, che su Twitter si è complimentato con il suo “vecchio amico”, sostenendo come questa sia una vittoria per l'intera regione balcanica, che ambisce alla Nato e all'Ue.

Di fatto, la vittoria di Djukanovic non mette a rischio gli obiettivi di Bruxelles e dell'alleanza atlantica ma, anzi, ne garantisce la continuità. Il fronte d'opposizione che sosteneva il candidato Mladen Bojanic, infatti, comprende molti partiti il cui orientamento filo-russo avrebbe potuto minare la stabilità nella regione. Con l'integrazione di Podgorica, la Nato ora controlla tutti gli sbocchi sul Mediterraneo, rappresentando di fatto un ostacolo significativo per gli obiettivi di ingerenza nei Balcani di Mosca.

Per quanto il Montenegro continuerà ad avere nella Russia un importante partner commerciale, specialmente nel settore turistico e immobiliare, va menzionato che lo scorso marzo Podgorica aveva seguito l'esempio di molti paesi Ue, espellendo un diplomatico russo in seguito al caso di Sergej Skripal, l'agente di controspionaggio avvelenato lo scorso 4 marzo in Gran Bretagna e per cui si sospetta il coinvolgimento del Cremlino.

A tal riguardo, l'occidente ritrova in Djukanovic un vecchio alleato sulla cui sete di potere, che lo vede al vertice del Montenegro da ancor prima che questo Paese nascesse, sembra aver ormai chiuso un occhio.

Djukanovic non sarà un campione di democrazia ma, almeno fino al 2023, manterrà il Paese saldamente indirizzato verso Bruxelles, che dal canto suo ha definito il Montenegro, insieme alla Serbia, una testa di serie nel processo di adesione dei Balcani all'Unione, prevedendone una totale integrazione nel 2025.

E chissà se allora ci sarà ancora lui al vertice. Di certo c'è che il carattere pragmatico e l'orientamento europeista di Djukanovic saranno gli elementi principali su cui si svilupperà il futuro del Montenegro, sempre più destinato a sacrificare il pluralismo democratico nel nome della stabilità.

Per Podgorica, la vera sfida sarà ora quella di evitare la deriva autocratica lamentata da tempo dall'opposizione, coniugando allo stesso tempo le proprie aspirazioni europee.

 @Gio_Fruscione 

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