I vincitori e i vinti alle elezioni presidenziali del Parlamento europeo

Il 17 gennaio scorso il Parlamento europeo ha eletto un nuovo presidente che risponde al nome di Antonio Tajani, italiano, membro del gruppo parlamentare del Partito Polare Europeo (PPE), ed eletto tra i candidati di Forza Italia alle elezioni europee del 2014.

Il nuovo presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani si congratula con il presidente uscente Martin Schulz. REUTERS/Christian Hartmann
Il nuovo presidente del Parlamento europeo Antonio Tajani si congratula con il presidente uscente Martin Schulz. REUTERS/Christian Hartmann

Tajani è stato eletto con 351 voti favorevoli e 282 contrari, sconfiggendo al ballottaggio Gianni Pittella, anch’egli italiano e candidato del gruppo dei Socialisti e Democratici (S&D). Questi, i fatti. Ma c’è qualcosa di significativo da rilevare? Al Parlamento Ue l’elezione del presidente non ha mai rappresentato un evento di grande interesse politico. Per anni tale scelta è stata definita da un accordo politico tra i gruppi di maggioranza – popolari e socialisti – che si sono divisi la carica per metà legislatura a testa. Le ragioni di questa scelta erano sostanzialmente due: a causa dei pochi poteri detenuti dall’Europarlamento il livello di competizione è rimasto basso, attenuando le divisioni politico-ideologiche dei diversi gruppi parlamentari, a loro volta uniti nella comune battaglia per un rafforzamento del ruolo assegnato alla Camera nel processo decisionale. La seconda ragione riguarda le funzioni del presidente del Parlamento europeo, un incarico dall’alto valore simbolico (nel protocollo diplomatico gode di precedenza rispetto ai presidenti del Consiglio europeo e della Commissione) quanto dal limitato peso politico (si limita ai compiti di rappresentanza e alla conduzione dei lavori parlamentari). Ciononostante, queste elezioni hanno riservato alcune novità che meritano di essere evidenziate. E per farlo, non c’è modo migliore di andare a vedere chi sono stati gli apparenti vincitori e vinti di questa tornata.

I vincitori:

I popolari

Il gruppo del PPE non è solo riuscito ad eleggere il proprio candidato, ma può ora contare su un proprio membro al vertice di tutte le istituzioni politiche dell’Ue (Jean-Claude Junker alla Commissione e Donald Tusk al Consiglio). Un monopolio che potrebbe interrompersi tra qualche mese, quando nel maggio del 2017 verrà eletto il successore di Tusk, la cui riconferma appare incerta. Per il PPE questa situazione certifica ancora di più la loro vittoria alle ultime elezioni europee.

Gli euroscettici britannici di Nigel Farage

Dopo aver realizzato la propria missione politica ed esistenziale – portare il Regno Unito fuori dall’Ue – per Nigel Farage e il suo partito, l’UKIP, rimane ben poco da perseguire se non la visibilità politica e qualche finanziamento europeo che rinsaldi la tenuta interna del partito, messo in crisi dall’inaspettata vittoria. La scampata fuga dei deputati del Movimento 5 Stelle (M5S, tra gli sconfitti) verso il gruppo dei liberali avrebbe tolto alla compagnia di Farage i numeri necessari per formare un gruppo parlamentare, con tutti i benefici che ne derivano, economici in primis. L’elezione di Tajani non stravolgerà l’atteggiamento che il Parlamento europeo avrà nei confronti dei risultati negoziali della Brexit – per i quali è richiesta l’approvazione della Camera – ma avere un presidente dei popolari sostenuto anche dal gruppo dei conservatori europei (ECR), per la maggior parte britannici, è sempre meglio di un presidente socialista spiccatamente europeista.

Italia

L’Italia deve veramente festeggiare? Sì e no. Vantare la nazionalità del Presidente del Parlamento europeo può essere considerato un riconoscimento del buon lavoro svolto dalla delegazione dei politici italiani, o più cinicamente un riconoscimento del loro peso numerico, essendo gli ultimi tra i grandi paesi dell’Ue a non aver mai avuto un Presidente prima di oggi. Peraltro, la nazionalità al Parlamento Ue conta molto poco rispetto alle altre istituzioni. I lavori seguono nella maggior parte dei casi logiche sovranazionali dettate dall’orientamento politico più che dal luogo di nascita. Un presidente italiano sarà più attento alle politiche migratorie? Può darsi, ma a discuterne e deciderne saranno tutti gli altri 750 deputati, di cui solo 73 italiani. Ciò che probabilmente aumenterà saranno le dichiarazioni ufficiali (e non vincolanti) sul tema e i titoli dei giornali italiani.

Il Parlamento europeo

Dopo anni di grosse coalizioni tra PPE e S&D, all’interno del Parlamento si intravede un po’ di competizione per eleggere il proprio candidato. La campagna acquisti lanciata da Guy Verhofstadt tra le file grilline per sostenere la propria nomina poteva essere politicamente discutibile, ma aveva il merito di provare a smuovere l’apatia consociativa che troppo spesso connota l’Europarlamento. In una democrazia matura si può vincere e si può perdere, quello che non si dovrebbe fare è scegliere la via del compresso per evitare il confronto. Di fronte al rischio di de-politicizzare i lavori dei gruppi parlamentari causato dall’arrivo degli euroscettici, la strategia migliore potrebbe non essere quella di unirsi (troppo) per isolarli, ma dimostrare che in Europa esistono idee diverse su come dovrebbe funzionare l’Ue. Un vivo dibattito critico per cambiare il sistema rimane il peggior nemico di tutte le forze anti-sistema.

I vinti:

I socialisti

A rompere il compromesso della presidenza sono stati i socialisti, desiderosi di sostituire Martin Schulz con un altro rappresentante S&D. L’azzardo non ha ripagato, ma considerando la natura anomala del patto con il PPE il tentativo aveva senso. Nel futuro prossimo, la vera sfida per i socialisti sarà quella di far riemergere dall’oblio i temi fondanti del loro programma politico,  tra cui spiccava la lotta alla disoccupazione tramite maggiori investimenti europei e meno austerità nazionale. Sarà dura.

Guy Verhofstadt

L’idea del leader dei liberali (ALDE) era semplice: portare dentro il proprio gruppo gli europarlamentari M5S per rafforzarne la posizione da “ago della bilancia” tra popolari e socialisti, e puntare così alla presidenza del Parlamento. Il piano è fallito però per colpa degli stessi liberali, scettici sull’efficacia del matrimonio d’interesse. A farne le spese è stato Verhofstadt, la cui legittima ambizione politica è stata mal condotta a spese della propria reputazione. Criticare aspramente un partito per poi cambiare idea, repentinamente, in cambio di una manciata di voti è una mossa difficile da fari digerire ai propri colleghi di gruppo. Lo sarà anche per gli elettori?

Gli euroscettici italiani di Beppe Grillo

I parlamentari M5S siedono nello stesso gruppo dell’UKIP, sebbene quasi 8 volte su 10 non votino come loro, optando per posizioni politiche molto più vicine alla Sinistra europea (GUE) o ai Verdi (più di 7 volte su 10). I dati di VoteWatch Europe non fanno altro che certificare il risaputo atteggiamento schizofrenico del M5S nei confronti dell’Ue (“no all’Euro ma sì agli eurobond!”), generato dalle diverse visioni sul processo d’integrazione che convivono all’interno del Movimento.

Allearsi con Farage ha escluso gli europarlamentari pentastellati da diversi incarichi di rilievo, nonostante molti di essi abbiano dato prova di voler lavorare per cambiare l’Ue e non per distruggerla. A peggiorare ulteriormente la loro reputazione ci ha pensato Beppe Grillo cercando di confluire nell’ALDE per acquistare maggior peso politico senza badare troppo alla coerenza delle idee. Coerenza che, purtroppo, è sempre stata uno dei valori fondanti del Movimento. Il finale, con il ritorno nel gruppo dell’UKIP a nuove e meno vantaggiose condizioni, è la prova che qualcosa è andato storto, e che il M5S in Europa dovrà risolvere – prima o poi – i propri dubbi esistenziali.

Il Parlamento europeo

Quanto cambierà il ruolo del Parlamento sotto la presidenza di Tajani? Poco o nulla, i problemi che l’unica istituzione dell’Ue democraticamente eletta sta affrontando non riguardano il suo funzionamento interno, ma il ruolo che ricopre nei processi decisionali europei, dove si ritrova defilata tra l’attivismo del Consiglio e la parsimonia della Commissione, che ha ridotto il numero di proposte legislative per concentrarsi sui dossier più importanti. I poteri dell’Europarlamento si sono ampliati tantissimo, ma l’istituzione soffre ancora un deficit di competenze che aumenta quando ci avvicina ai pilastri più sensibili della sovranità nazionale: politica economica ed estera. E così, in tempi di crisi economica e migratoria, la voce del Parlamento europeo rischia di rimanere in sottofondo. 

@lorenzovai 

 

 

 

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