Il Kosovo ora ha un esercito ma (quasi) tutto il mondo contro

Il parlamento kosovaro ha votato la creazione di un esercito regolare. Decisione avversata non solo da Mosca e Belgrado, che non esclude un intervento militare, ma anche da Ue e Nato. Solo gli Usa corrono a congratularsi. Forte del loro appoggio, Pristina rischia di infiammare la regione

Un soldato della Forza di sicurezza del Kosovo si trova di fronte alle bandiere degli Stati Uniti e della NATO dopo la cerimonia di formazione dell'esercito a Pristina, in Kosovo, il 14 dicembre 2018. REUTERS / Laura Hasani
Un soldato della Forza di sicurezza del Kosovo si trova di fronte alle bandiere degli Stati Uniti e della NATO dopo la cerimonia di formazione dell'esercito a Pristina, in Kosovo, il 14 dicembre 2018. REUTERS / Laura Hasani

Venerdì scorso il parlamento del Kosovo ha approvato all’unanimità la creazione di un esercito regolare, concretizzando i propositi espressi negli ultimi mesi. Le attuali Forze di Sicurezza (Fsk) raddoppieranno gli effettivi e sarà gradualmente modificato il loro mandato. Delle tre leggi approvate, nello specifico, la prima riguarda direttamente le Fsk, la seconda fornisce la base per instaurare un ministero della Difesa e la terza introduce modifiche relative al servizio militare.

La votazione, confezionata in modo tale da eludere gli oneri costituzionali, è stata boicottata dai rappresentanti della minoranza serba, mentre il presidente del Parlamento ha sintetizzato così l’esito della votazione: «Da questo momento il Kosovo ha un esercito».

Apparentemente incurante delle conseguenze a livello regionale di un simile strappo unilaterale, Priština pare fare sul serio. Le reazioni non si sono fatte attendere.

Solo Washington dà il nulla osta

Gli Stati Uniti sono corsi a congratularsi con Priština, definendo la votazione come il “normale sviluppo di uno Stato sovrano” e limitandosi a raccomandare il coinvolgimento delle minoranze presenti nel Paese. Ma sono stati gli unici a felicitarsi di questa circostanza. Evento raro come la Cometa di Halley, un fronte trasversale di attori sovranazionali ha condannato la scelta del parlamento kosovaro, pur con diversi gradi di intensità.

Per bocca del Segretario Generale Jens Stoltenberg, la Nato ha parlato di una «decisione avventata», ipotizzando anche un ridimensionamento della propria presenza in Kosovo. Sulla stessa linea l’Onu, che ha richiamato al rispetto della Risoluzione 1244, e l’Unione Europea, che ha ribadito come il mandato delle Fsk debba essere cambiato rigorosamente in accordo con la Costituzione.

Reazioni ben più muscolari sono giunte, come prevedibile, da Mosca, tradizionale patrono di Belgrado e degli ortodossi della penisola balcanica. Già infastidita dalla recente ripresa del processo di integrazione della Bosnia nella Nato, la Russia ha stigmatizzato la mossa di Priština lanciando bordate a tutto campo. Lapidario, il ministro degli Esteri Sergei Lavrov ha definito il Kosovo come il «nuovo epicentro dell’instabilità dei Balcani», accusando le potenze occidentali di adottare un doppio standard verso Belgrado e Priština e Bruxelles di aver fallito nel proprio ruolo di mediazione tra le controparti.

Secondo Lavrov, le truppe Nato schierate in Kosovo sarebbero chiamate a intervenire per bloccare la formazione dell’esercito nazionale. Un portavoce del Cremlino ha sostenuto che questa decisione «molto allarmante» dimostra le velleità bellicose dei kosovari, invitando il Consiglio di Sicurezza dell’Onu a confrontarsi sulla questione.

Da Belgrado con furore

Comprensibilmente, il voto ha suscitato ondate di sdegno nelle alte sfere serbe, che hanno reagito minacciando un intervento armato. Nello stesso giorno in cui si è tenuta la votazione, il presidente serbo Aleksandar Vučić ha visitato le truppe stanziate al confine con la ex provincia serba. A buon intenditor. Vučić ha criticato Stati Uniti e Regno Unito perché prestano immancabilmente il proprio supporto a «qualunque atto illegale compiuto da Priština».

A sua volta, il primo ministro Ana Brnabić ha paventato la necessità di ricorrere all’esercito per difendere la minoranza serba, il cui leader, Goran Rakić, ha dichiarato che «una decisione simile dimostra come le autorità kosovare non vogliano la pace». Di fronte al palpabile innalzamento della tensione, Rakić ha invitato i serbo-kosovari a non rispondere alle provocazioni.

Tra le autorità di Belgrado, dove serpeggiano, redivivi, risentimento e senso di vittimismo verso gli alleati occidentali del Kosovo, regna l’incertezza più totale. Ai timori di agire si accompagna la consapevolezza che l’inazione rischierebbe di generare ondate di protesta in una cittadinanza già allarmata dalle peregrine aperture estive di Vučić relative ad un possibile scambio di territori.

O multilateralismo o barbarie

Lo scacco matto del parlamento kosovaro arriva al termine di una recente escalation nei rapporti con la Serbia che ha ulteriormente indebolito il già flebile dialogo tra Belgrado e la sua ex provincia meridionale. Lo scorso mese per esempio, Priština aveva innalzato del 100% i dazi sulle merci provenienti da Serbia e Bosnia dove, ad ottobre, è salito al potere come rappresentante dei serbi l’ultra-nazionalista filo-putiniano Milorad Dodik. Sebbene la ripresa delle ostilità non pare probabile, in quanto Mosca e Washington non possono permettersi un’altra guerra per interposta nazione à la Donbass, la forzatura dei kosovari pare ben poco lungimirante.

Sullo scacchiere internazionale spesso tattica e strategia contano più delle singole mosse. In questo senso, la formazione di un corpo militare vero e proprio sarebbe potuto essere ottenuta in maniera più inclusiva, nonché concertata con i partner internazionali. Inoltre, l’attuale scenario non pare richiedere la creazione di un esercito, che quindi sembra più un’operazione di marketing, utile sì a rivendicare la propria esistenza come Stato a tutti gli effetti ma non dettata da impellenti esigenze strategiche. Allestire un esercito in un momento di relativa calma potrebbe tradursi in una profezia auto-avverante.

Il rischio, tuttavia, è non solo di infiammare la regione, contribuendo a radicalizzare emarginandola la già vessata componente serba, ma anche di corroborare l’impressione che con la benedizione degli Stati Uniti ci si possa sentire legittimati a alterare impunemente lo status quo a proprio vantaggio senza curarsi di posizioni altrui e ricadute internazionali.

Come nel caso del trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, è evidente che, quando si opta per la legge del più forte, si evoca uno scenario faustiano dove i vantaggi dei soliti noti nel breve termine si traducono in instabilità generalizzata nel lungo termine. Sic transit pax mundi.

@simo_benazzo

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