Europa: una nuova cortina di ferro contro i migranti

Venticinque anni dopo la caduta di quel muro che simbolizzava la divisione dei popoli e l’impossibilitàdi dialogo, l’Europa si trova a vivere un momento storico delicatissimo, in cui una nuova cortina di ferro si profila all’orizzonte. Questa volta non si tratta di due visioni del mondo che si contrappongono ma di una parte di un mondo esploso, i cui punti di riferimento politico-istituzionali si sono dissolti nel corso delle recenti ‘primavere arabe, delle contro-rivoluzioni manipolate in chiave teocratica, dei bombardamenti alleati senza contesto e dettati da logiche belliche e strategiche, un mondo che lentamente scivola nell’oblio e che cerca di trovare una salvezza, di ricostruirsi, di sfuggire alla dissoluzione e alla violenza civile.

Gevgelija, Macedonia - Police try to stop migrants going under a fence to board a train at a station near Gevgelija, Macedonia, September 7, 2015. REUTERS/Stoyan Nenov

Un mondo che cerca il suo alter-ego, la sua controparte perché è quella parte con la quale ha sempre dialogato. Si fugge dalla guerra, dalla morte certa, dai bombardamenti, dai rastrellamenti, dalle violenze di governi tirannici, di potenti gruppi terroristici, si fugge dalla barbarie che avanza inesorabile ed inghiotte con essa anche la civiltà del Mediterraneo. Di fronte a cio’ l’Europa della politica non si compatta, non fa fronte comune con gli strumenti che le sono propri ma agisce in ordine sparso e per iniziative individuali. Una cesura è stato il grande sussulto civile della Germania che ho sospeso il Trattato di Dublino per permettere ai rifugiati siriani di entrare in territorio tedesco. La società civile tedesca ha poi dato un ulteriore insegnamento all’Europa con il diffondersi spontaneo delle campagne #RefugeesWelcome a tutti i livelli. E’ un fatto positivo che indica il profilarsi di una vera risposta democratica europea al dramma della dissoluzione degli equilibri in Medio Oriente. Ma è un evento a sé stante. Manca in realtà una politica europea comune sull’immigrazione, manca una direzione dall’alto e l’orchestra europea sembra essere sempre più scordata e fuori tempo.

Muri materiali, barriere di filo spinato, muri di parole

Una nuova cortina di ferro dunque sorge di fronte ad un un’ondata migratoria senza precedenti che è oramai percepita nell’immaginario collettivo dei media e delle società come un pericolo al pari di un’invasione di un esercito nemico. I numeri, certo, spaventano. Ma non dovrebbero se rapportati alla realtà contingente. Le circa 350.000 persone che da Gennaio ad oggi hanno cercato di raggiungere l’Europa sono ben poca cosa di fronte ad esodi ben più consistenti: gli italiani verso le Americhe tra la fine dell’Ottocento e le due guerre mondiali, gli spagnoli verso la Francia durante la guerra civile, i portoghesi in fuga dalla dittatura e tanti altri esodi di portata mondiale. Anche qui manca l’apporto degli intellettuali, degli storici, degli specialisti delle migrazioni per spiegare un fenomeno ciclico del nostro mondo, fenomeno che è divenuto, per una concomitanza di cause, epocale ma che puo’ essere decifrato con gli strumenti della storia smussandone i toni apocalittici. Nel dibattito invece s’invitano media frettolosi e politici di turno, che soffiano sul fuoco della xenofobia e dell’odio etnico-razziale, con il risultato che la comprensione del fenomeno s’allontana sempre di più ed irrimediabilmente. 

Europa murata

Di fronte all’altro, al rifugiato, al migrante, l’Europa dunque si chiude, si “mura” dentro i propri confini. La risposta è multipla. Non si tratta solo d’innalzare muri fisici o barriere di filo spinato ma anche di muri di parole, di scontro politico. Ci sono mura di filo spinato come in Ungheria ma anche muri di “polizia” come in Macedonia, ci sono mura composte da barriere naturali i cui punti di accesso vengono militarizzati, come avviene a Calais, oppure c’è il muro d’acqua del Mediterraneo già diventato insormontabile la cui compattezza è assicurata dalle nuove mura di acciaio delle navi da guerra che si preparano ad agire nel Mediterraneo, al largo della Libia. Paradossalmente per la prima volta nella sua storia, l’Europa infine si compatta ma solo su un’idea militare: il pattugliamento, il rafforzamento dei confini, la moltiplicazione di controlli alle frontiere, l’emergenza di un “noi” e di un “loro”, di un’identità europea che sarebbe minacciata da una non precisata identità o forse proprio da una assenza d’identità. Il rifugiato, il migrante ha infatti perso la sua identità di cittadino di un paese, rappresentante una certa cultura e sostrato sociale, per assurgere ad apolide in cerca d’identità territoriale e protezione sociale. Di fronte a cio’ lo stato di diritto in Europa (e nel diritto esiste dunque l’asilo, l’accoglienza e la solidarietà per chi fugge da guerre e morte certa) cede il passo ad un stato di “polizia” europeo i cui obbiettivi principali non sono più la conservazione della vita ma la sicurezza del cittadino all’interno dei suoi confini, il limes di cio’che è percepito anche come come un nuovo, insormontabile, limite della nostra civiltà.

@marco_cesario

 

 

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