Perché in Francia è fallita la rehab anti-jihadismo

Non solo antiterrorismo. In Francia sono stati investiti molti fondi statali ma il progetto di attaccare alla radice il fenomeno della radicalizzazione per recuperare gli aspiranti jihadisti attraverso il supporto psicologico è fallito. 

Antenne satellitari nei blocchi di palazzi a Aulnay-sous-Bois, in periferia di Parigi, il 22 gennaio 2015. REUTERS / Gonzalo Fuentes
Antenne satellitari nei blocchi di palazzi a Aulnay-sous-Bois, in periferia di Parigi, il 22 gennaio 2015. REUTERS / Gonzalo Fuentes

Chiude dopo un anno il centro di "deradicalizzazione" di Pontorny per decisione del ministero degli interni francesi. Una team di psicologici, sociologi, esperti di religione ed assistenti sociali avrebbero dovuto guidare il "malato" (giovani in procinto di radicalizzarsi segnalati dalle stesse famiglie e/o amici) verso la guarigione. Ma l'esperimento non ha funzionato. Un flop che è anche costato caro allo stato (ed al contribuente francese). Solo nove "pazienti" sui 25 previsti, risultati insufficienti. Una chiusura che è anche il segno di una sconfitta nella guerra alla jihad europea. Ma cosa è andato storto?

Per capirlo occorre fare un passo indietro. Il 3 giugno 2016 l'Assemblea nazionale francese, sull'onda lunga degli attentati del 2015, vota per una "terza via" tra la prigione/repressione e la libertà vigilata: nasce l'idea del "centro di deradicalizzazione". Il più grande e importante sorge a Beaumont. Nel primo anno di esistenza il centro, ancora sperimentale, deve ospitare almeno trenta giovani. A seguirli, una squadra specializzata di psicologi, psichiatri ed esperti in varie materie connesse con la radicalizzazione: religione, geopolitica e inserimento professionale, dato che i fragili aspiranti jihadisti sono spesso disoccupati, vittime di una lavaggio del cervello da parte di siti e gruppi facebook complottisti che dal Maghreb a Raqqa utilizzano la propaganda vittimista panaraba per assoldare nuovi accoliti. Ai prefetti viene assegnato il compito di segnalare, con l’aiuto dei servizi sociali e delle famiglie in difficoltà, tutte le persone a rischio: individui in lotta con sé stessi ma soprattutto con la società occidentale, quei figli rejetti delle seconde o terze generazioni che hanno già tentato almeno una volta la partenza per la Siria e l’Iraq e sui quali non pende (ancora) alcuna inchiesta giudiziaria. Insomma si cerca di recuperare ragazzi fragili che rischiano di essere inglobati nel proselitismo che in Siria, con lo stato islamico, promette il regno dorato della sharia. Gli strumenti? Sono quelli già messi a punto dalla famosa (e per certi versi ambigua) Dounia Bouzar, psicologa ed antropologa francese (autrice del libro "La vita dopo la jihad") e del suo Centro di Prevenzione Derive Settarie legate all’Islam (CPSDI). Fondato nel 2014 a Lille, il centro opera in quartieri difficili, dove regnano disoccupazione ed emarginazione e dove più alta è la percentuale di giovani musulmani che gravitano attorno all'orbita dell'Islam radicale. Basandosi su un approccio psicosociale, che consiste nello smantellare i meccanismi di indottrinamento utilizzati per attirare i giovani delle banlieue verso la violenza salafita, il centro coinvolge anche magistrati, insegnanti, esperti di radicalismo e movimenti settari. Migliaia le famiglie che si rivolgono al centro ma i risultati non sembrano essere soddisfacenti o almeno non c'è la sicurezza che il suo metodo funzioni. 

La mente dell'aspirante jihadista, per la Bouzar, avrebbe una visione del mondo binaria (male/bene), paranoica perché legata ad una sfiducia crescente nei confronti di più entità (gli adulti, lo Stato, i media). In più è il terreno ideale per la proliferazione di tesi complottiste che producono il sorgere di manie di persecuzione che a loro volta provocano il ripiego e il rifiuto della società da parte dell'individuo. Quest'ultimo comincia a rompere con il proprio entourage, prende le distanze dagli altri ma ugualmente dalle attività e dai circoli sociali tradizionali: attività sportive, culturali, cicli scolastici, formazione, lavoro e si tiene fuori ugualmente dai rituali e dalle abitudini familiari. Diffidente, isolato, disumanizzato, l’individuo comincia a legittimare l’uso della violenza contro gli apostati o inizia a progettare il viaggio (hijra) in Siria o Iraq per raggiungere la “umma” o la comunità veridica, ovvero quella non corrotta. Inizia cosi' il processo di disumanizzazione di sé e degli altri.

Ma dopo questa lenta ed inesorabile discesa agli inferi, è realmente possibile deradicalizzarsi? Il metodo Bouzar, applicato al centro di Pontorny ma anche ad altri, s’appoggia su un duplice approccio: emozionale, per decostruire l’autoreclutamento relazionale. E cognitivo per decostruire l’autoreclutamento ideologico. L’approccio emozionale parte dall’assunto dell’importanza di un luogo originario come fattore di ricostituzione che permette di piazzare l’individuo all’interno di una certa filiazione. Si tratta di far ritornare l’individuo all’interno di una storia in cui si sentiva ancora sicuro anche attraverso il riemergere di micro-eventi dell’infanzia che provocano una vera e propria breccia nel funzionamento psichico rigido del giovane radicalizzato. L’approccio cognitivo invece attacca l’ideologia jihadista che è stata adattata dai reclutatori ai bisogni emotivi e cognitivi di giovani già in difficoltà. Il discorso jihadista mira infatti ad allontanare l’individuo dal mondo reale per farlo piombare in un’illusione permanente. Purtroppo questo schema non ha funzionato, almeno a Pontorny. Questo significa che non esiste una terza via tra la prigione e la libertà vigilata? Difficile dare un verdetto anche perché il ministero ha specificato che la chiusura non significa l'abbandono di una politica che mira a recuperare giovani sulla via della radicalizzazione in strutture adatte. Il governo vuole infatti chiudere i grandi centri ed aprirne altri di entità minore dove poter sviluppare delle soluzioni alternative al carcere. Anche Muriel Domenach, del Comitato di Prevenzione e Radicalizzazione (CIPDR) che gestisce il centro, non ha infatti gettato la spugna. Se, ha spiegato, non esiste la bacchetta magica contro il fenomeno della radicalizzazione, l'esperimento è comunque servito per far capire che altre strade devono essere percorse oltre a quelle pure dell'antiterrorismo.

Il fallimento di Pontorny ricorda nondimeno al contribuente francese quanto difficile sia definire una politica chiara in questo senso anche in presenza di fondi importanti. Già nel Luglio scorso un rapporto del Senato della Repubbica francese si era pronunciato sul massiccio ricorso a fondi per prevenire la radicalizzazione (100 milioni di euro spesi fino ad oggi). Cifre grosse che però non hanno dato risultati soddisfacenti. I fondi sono stati spesso inghiottiti da centri e associazioni spesso più interessate a veicolare un approccio "pluridisciplinare" (per farsi ben accettare nei quartieri difficili) che ad attaccare alla radice il fenomeno della radicalizzazione. Ora che volge al termine l'esperienza del centro di deradicalizzazione si dovranno trovare nuove strade, praticabili e non eccessivamente esose, per cercare di risolvere quella che è divenuta una delle peggiori piaghe delle periferie delle grandi città europee. 

@marco_cesario

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