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In Francia per il Ramadan arrivano 300 imam stranieri e scoppia un caso

Per il Ramadan da tempo centinaia di imam stranieri vengono in Francia per aiutare i colleghi. La pratica è regolata con cura, ma quest'anno, complice l’allarme terrorismo, è scoppiata un’aspra polemica. In attesa della legge di riforma dell’Islam francese promessa da Macron

Un ragazzo partecipa alle preghiere del Ramadan a Marsiglia. REUTERS/Philippe Laurenson
Un ragazzo partecipa alle preghiere del Ramadan a Marsiglia. REUTERS/Philippe Laurenson

Parigi - Quest’anno il Ramadan in Francia si apre nel segno di nuove polemiche. Cominciato mercoledì, il mese di digiuno e di preghiera per i musulmani d’oltralpe è finito al centro di un aspro dibattito politico a causa dell’arrivo di circa 300 imam stranieri che aiuteranno i loro colleghi francesi nella lettura del Corano. Una pratica che, nonostante non sia nuova in Francia e in altri Stati europei, ha sollevato un polverone, mentre il Paese resta in attesa di scoprire la riforma dell’organizzazione dell'Islam francese progettata dal presidente Emmanuel Macron.

Gli imam consolari che nei prossimi 30 giorni saranno impegnati nei 2500 luoghi di culto musulmani sparsi in tutta la Francia provengono principalmente da Algeria, Marocco e, in minima parte, Turchia. La loro presenza sul territorio è regolamentata da una serie di accordi bilaterali stabiliti tra Parigi e i rispettivi Paesi d’origine. Secondo la procedura, la lista completa con tutti i nomi della delegazione viene trasmessa un mese prima al ministero dell’Interno, che provvede a un controllo sul loro livello di formazione e sulla conoscenza del francese. Le figure religiose venute appositamente per il Ramadan potranno restare in Francia grazie a un visto di breve soggiorno che scade proprio l’ultimo giorno del mese.

Questo piccolo battaglione giunto appositamente per celebrare uno dei cinque pilastri dell’Islam si aggiunge agli altri 300 imam distaccati già presenti sul territorio, anche loro inseriti all’interno di liste conosciute da ministero dell’Interno.

L’utilizzo di predicatori provenienti da altri Paesi nel periodo del Ramadan risponde alle esigenze dei circa 6 milioni di musulmani presenti in Francia, che in un mese di intensa attività religiosa come questo necessitano di un rinforzo. Gli imam francesi possono così contare sull’aiuto dei loro omologhi capaci di praticare il tajwid, una pratica che consiste nel recitare il Corano con una lettura salmodiata.

Ad aprire la polemica ci ha pensato Jeannette Bougrab, ex segretaria di Stato sotto il governo del presidente Nicolas Sarkozy, che in un’intervista rilasciata a Le Figaro un mese fa ha definito la presenza degli imam stranieri come «un’eresia». Parole che hanno trovato ampio eco nel mondo politico, con la presidente del Front National, Marine Le Pen, che ha commentato l’iniziativa definendola «inaccettabile», mentre l‘ex premier Manuel Valls ha chiesto di «mettere un termine il prima possibile» a questa pratica.

Per rispondere alle critiche, la sottosegretaria al ministero dell’Interno, Jacqueine Gouralt, ha assicurato che il dossier viene seguito con la massima attenzione. Una risposta è arrivata anche dal Consiglio francese del culto musulmano (Cfcm) e le federazioni delle moschee, che hanno diffuso un comunicato congiunto in cui si afferma che «i musulmani di Francia sono profondamente attaccati alla laicità e alla profondità dello Stato, garante del libero esercizio di culto».

Alcuni responsabili hanno inoltre fatto sapere che gli imam terranno degli incontri per parlare del radicalismo islamista mettendo in guardia soprattutto i giovani più influenzabili da questo fenomeno.

In realtà, l’arrivo di imam stranieri in Francia per il Ramadan non è una novità. Ormai da decenni il Paese accoglie figure religiose del mondo musulmano, inquadrando la loro presenza con rigidi controlli. Una procedura che, come indica un rapporto diffuso da Senato nel 2016, avviene anche in altri Paesi europei. Tutti i governi che si sono succeduti (compreso quello di Manuel Valls) hanno continuato quella che ormai è diventata una tradizione.

La controversia di queste ultime settimane si inserisce all’interno di un contesto securitario particolarmente teso, con la minaccia terroristica ancora alta e i timori nei confronti dei sospetti radicalizzati. La Francia resta con i nervi scoperti, soprattutto dopo l’attacco della scorsa settimana, quando un uomo di origini cecene ha accoltellato cinque persone nel centro di Parigi uccidendone una. Il partito della destra gollista dei Républicains e il Front National hanno a più riprese puntato il dito contro il governo, colpevole di non aver preso adeguate misure per fermare i sospetti radicalizzati schedati con la lettere “S” che sono passati all’azione, come nell’ultimo attentato a Parigi o a Carcassonne lo scorso mese.

L’argomento diventa poi ancora più delicato in vista della tanto attesa riforma dell’Islam promessa dal presidente Macron. Entro giugno, il capo di Stato francese dovrebbe svelare le misure decise per riorganizzare il culto musulmano in Francia. L’obiettivo è quello di strutturare la religione islamica all’interno dell’Esagono, regolando i finanziamenti provenienti dall’estero e la formazione degli imam. Partendo da questi due punti fondamentali, il governo vuole creare un Islam francese, indipendente dalle influenze dei paesi del Maghreb e del Golfo, capace di organizzarsi in maniera omogenea e autonoma.

Un progetto ambizioso, che ha visto il presidente avanzare con prudenza. La consapevolezza di entrare su un terreno minato che rischia di far esplodere nuove tensioni sociali ha portato Macron ad aprire il dialogo con tutte le istanze rappresentative. Nei mesi scorsi il presidente si è intrattenuto con settori della società civile, intellettuali e leader religiosi per avere il maggior numero di pareri. Tuttavia, restano alcuni scogli giuridici da superare. Primo fra tutti, la legge del 1905 sulla separazione tra Stato e Chiesa, considerata come un faro della laicità francese, che vieta ogni sovvenzionamento statale ai culti. In questo modo, le organizzazioni sono costrette a cercare finanziamenti tra i fedeli, arrivando anche ad accettare doni provenienti dall’estero.

Rifondando l’Islam in Francia, il presidente Macron si appresta a compiere un’importante rivoluzione religiosa e sociale. Una scommessa da cui dipenderà il futuro della seconda fede più professata all’interno dell’Esagono.

@DaniloCeccarell

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