L'ambigua partita in solitario di Macron in Libia

Dopo la tregua firmata dalle milizie, la pace è appesa a un filo in Libia. Ma Macron va avanti, opponendosi al rinvio delle elezioni. Parigi punta sul Maresciallo Haftar per indebolire il premier Sarraj (e l’Italia). E aiutare così Total a scavalcare Eni nella corsa per il petrolio libico

Khalifa Haftar stringe la mano al presidente francese Emmanuel Macron, dopo un incontro all'Eliseo. Parigi, Francia, 29 maggio 2018. Etienne Laurent / Pool via Reuters
Khalifa Haftar stringe la mano al presidente francese Emmanuel Macron, dopo un incontro all'Eliseo. Parigi, Francia, 29 maggio 2018. Etienne Laurent / Pool via Reuters

Parigi - Nell’intricato ginepraio libico la Francia del presidente Emmanuel Macron gioca la sua ambigua partita in solitaria, mentre la pace nel Paese resta appesa a un filo dopo la tregua firmata mercoledì dalle milizie sotto l’egida dell’Onu. Parigi rema in direzione totalmente opposta rispetto a Roma: mentre l’Italia si schiera con le Nazioni Unite appoggiando apertamente il Governo di accordo nazionale guidato dal premier Fayez al Sarraj, la Francia sostiene in maniera informale il maresciallo Khalifa Haftar, leader indiscusso della Cirenaica, che gode dell’appoggio anche dell’Egitto, dell’Arabia saudita e, in misura minore, della Russia.

Gli scontri scoppiati a Tripoli il 27 agosto scorso tra le milizie rimaste fedeli ad al Sarraj e gli uomini della Settima brigata, vicini ad Haftar, hanno provocato più di sessanta morti, 12 dispersi e 159 feriti. Un’offensiva scattata con l’obiettivo di prendere Tripoli e deporre al Sarraj, accusato di finanziare le milizie locali chiedendo in cambio protezione. A mettere un tappo a quest’ondata di violenze ci ha pensato l’Onu che, attraverso l’intermediazione del suo rappresentante speciale per la Libia, Ghassan Salameh, è riuscita a far sedere allo stesso tavolo i gruppi armati coinvolti nelle battaglie che hanno infiammato Tripoli per nove giorni. L’accordo firmato prevede sette punti su cui si articola il cessate il fuoco che dovranno essere rispettati da entrambe le parti.

In un contesto così instabile, Macron continua dritto sulla sua strada, puntando alle elezioni del 10 dicembre decise a Parigi lo scorso maggio, quando il leader francese riunì all’Eliseo i quattro principali protagonisti della crisi: il presidente Sarraj, il generale Khalifa Haftar, il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Salah Issa, e quello del Consiglio di Stato, Khaled al Mishri. Un’iniziativa diplomatica che suscitò le ire dell’Italia, lasciata fuori nonostante il ruolo fondamentale giocato da Roma nel processo di stabilizzazione del Paese. Ponendosi come mediatore tra le parti, Macron ha cercato di assumere la leadership del dossier lasciando fuori una serie di attori fondamentali. Una mossa che ha contribuito ad esacerbare le tensioni delle tante milizie rimaste a guardare.

Tuttavia, la scelta di organizzare elezioni libere e indipendenti in un lasso di tempo così ristretto sembra essere un’impresa irrealizzabile e avventata, soprattutto se vista nel quadro dei recenti scontri di Tripoli che hanno ancora una volta testimoniato lo stato di fragilità in cui versa il Paese. Per questo Stati Uniti, Gran Bretagna e, soprattutto, l’Italia hanno chiesto il rinvio delle votazioni a quando la situazione non si sarà stabilizzata.

Ma Macron sembra fare orecchie da mercante, noncurante delle accuse provenienti dall’altro versante delle Alpi. "In appoggio alle Nazioni Unite e al fianco dei suoi partner, la Francia è determinata a lavorare al proseguimento del processo politico e all'organizzazione di elezioni entro la fine dell'anno" si legge in una nota diffusa ieri dal Quai d’Orsay, dove si afferma che "chi cerca di ostacolare il processo politico dovrà rispondere dei propri atti".

«La nostra posizione è che quando fare le elezioni lo devono stabilire i libici e le loro istituzioni. Noi non fissiamo date» ha dichiarato a tal proposito il ministro degli esteri italiano, Enzo Moavero, secondo il quale «è curioso che le date siano stabilite dall'esterno».

Dal canto suo, l’Unione Europea sembra incapace di imporre una linea comune agli Stati membri. Bruxelles in questi giorni si è limitata a lanciare sterili appelli alla pace caduti nel vuoto, mentre le tensioni tra Francia e Italia andavano crescendo. 

Ieri Macron si è intrattenuto telefonicamente con Sarraj per un colloquio durante il quale il capo dello Stato ha dichiarato il «sostegno della Francia al Consiglio presidenziale libico riconosciuto dalla comunità internazionale e al processo politico volto ad una Libia pacifica, sovrana, unita e democratica». Affermazioni in contrasto con quelle che sembrano essere le reali volontà di Parigi e che pongono la Francia in una posizione ancora più equivoca.

Nonostante l’appoggio formale dato al governo di Sarraj come Paese europeo, la Francia concretamente sostiene Haftar. Colpire il governo di Tripoli, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, significa indebolire la posizione dell’Italia all’interno dello scacchiere libico. Per questo, durante i giorni dell’assedio, il governo italiano era pronto ad inviare una task force dei corpi speciali per proteggere l’incolumità di Sarraj.

Riducendo l’influenza italiana nella regione, Parigi potrebbe mettere le mani su un’ampia fetta di quella torta energetica composta da una riserva di 48,4 miliardi di barili di petrolio e 75 miliardi di barili di gas. Ad oggi, l’Eni è la principale società internazionale ad operare sul territorio libico. Un ruolo di primo piano che, secondo quanto affermato dal Wall Street Journal nel 2015, deriva da una serie di accordi istituiti tra l’azienda e alcune milizie che hanno fornito protezione agli impianti. Mentre l’Eni attualmente può contare su una produzione da 320mila barili a giorno, il concorrente francese Total si limita a 31mila barili. Una tendenza che Macron spera di invertire rafforzando Haftar attraverso le prossime elezioni, visto che il generale controlla molte aree strategiche per l’accesso al petrolio nella Cirenaica.

Per conoscere i prossimi sviluppi bisognerà attendere la conferenza che si terrà in Italia a novembre. Ieri Moavero ha annunciato che l’incontro si svolgerà con ogni probabilità in Sicilia e vedrà anche la partecipazione di Cina e Stati Uniti. Un appuntamento che potrebbe imprimere un nuovo corso al dossier libico.

@DaniloCeccarell

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