Un rapporto fa luce sul sistema con il quale la Francia coloniale ha depredato il patrimonio artistico africano. Macron ora è pronto a restituire tutto. Un nuovo atto di “riparazione memoriale”, utile a rafforzare i rapporti con le ex colonie. Ma ostacoli e tensioni non mancano

Tre grandi statue reali del Regno di Dahomey esposte al Museo Quai Branly a Parigi.
Tre grandi statue reali del Regno di Dahomey esposte al Museo Quai Branly a Parigi. REUTERS/Philippe Wojazer

Parigi - Mentre l‘Italia riflette se prestare o no i dipinti di Leonardo da Vinci a Parigi, la Francia si prepara a restituire ai Paesi africani le opere d’arte saccheggiate durante il periodo coloniale, rispettando una promessa fatta dal presidente Emmanuel Macron a Ouagadougou, in Burkina Faso, un anno fa. «Voglio che entro cinque anni ci siano le condizioni per delle restituzioni temporanee o definitive», disse il capo di Stato francese in quell’occasione, aprendo così un nuovo capitolo nell’interminabile libro sulla Françafrique.


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A gettare le basi di un progetto così articolato e complesso ci hanno pensato la storica francese Benedicte Savoy e l’economista senegalese Felwine Sarr, un duo franco-africano che su incarico dell’Eliseo ha consegnato venerdì un rapporto al presidente Macron frutto di otto mesi di lavoro. Il documento elenca decine di migliaia di oggetti e opere d’arte arrivate dall’Africa subsahariana in Francia principalmente tra il 1885 e il 1960. Nel corso dei loro studi i due esperti hanno portato alla luce un sistema di appropriazione da parte dei francesi basato su saccheggi, furti e bottini di guerra, con le opere africane spesso passate nelle mani dei colonizzatori a prezzi irrisori.

Secondo le stime, tra l’85% e i 90% del patrimonio artistico africano si troverebbe al di fuori dei confini del suo continente di origine, mentre il rapporto parla di “almeno 90mila oggetti dell’Africa subsahariana nelle collezioni pubbliche francesi”. I Paesi più interessati sono il Ciad (9mila opere), il Camerun (7.800) e il Madagascar (7.500). Cifre da capogiro, che hanno richiesto un lungo e certosino lavoro di catalogazionee ricostruzione storica.

Tuttavia, per finalizzare il piano di riconsegna sarà necessario attuare delle modifiche al sistema legislativo francese, che per proteggere le proprietà artistiche dello Stato si appoggia sui principi di inalienabilità, imprescrittibilità e insequestrabilità. In altre parole, le collezioni nazionali non possono cedere i loro pezzi perché vietato dal codice del patrimonio nazionale francese. Savoy e Sarr hanno proposta una modifica del codice attraverso una legge che dovrebbe permettere alla Francia di concedere delle deroghe sui trasferimenti di proprietà, evitando così di promulgare leggi speciali come già successo per le spoglie di Saartije Bartman  date all’Africa del sud  nel 2002 e i resti di un gruppo di maori consegnati alla Nuova Zelanda nel 2010.

Per lanciare il processo sarà necessaria la domanda formale da parte dei rispettivi governi africani, che riceveranno il documento non appena sarà approvato dall’Eliseo. Per il momento l’unico Paese ad aver presentato una richiesta di restituzione è stato il Benin, che nell’agosto del 2016 ha inviato a Parigi una domanda riguardante alcuni oggetti, come i troni dei re Ghezo, Glélé e Behanzin o un gruppo di statue antropomorfe.

Ma l’aspetto legale non rappresenta l’unico ostacolo da superare in questa inedita quanto complicata iniziativa. La preparazione del tanto atteso rapporto ha lasciato il mondo dell’arte francese con il fiato sospeso per i timori che un simile progetto possa svuotare le teche dei musei. Quello che potrebbe pagare il prezzo più alto di questa operazione sarebbe il Quai Branly, museo inaugurato nel 2006 dall’allora presidente Jacques Chirac, grande amante dell’arte africana, che ospita a suo interno 70mila pezzi. Sui 90mila repertoriati nel rapporto, i due terzi si troverebbero proprio tra le sue mura, per un numero complessivo di 40mila oggetti.

La restituzione delle opere potrebbe creare problemi anche in Africa. Molti Paesi non dispongono di musei o infrastrutture adatte ad ospitare un numero così importante di oggetti, mentre dal punto di vista diplomatico si potrebbero creare delle dispute legate a tribù  ormai scomparse o Paesi i cui confini sono stati modificati. Il rapporto su questo punto prevede di rimpatriare le opere negli Stati che includono i territori di provenienza, ma il rischio è che si accendano forti dibattiti tra Paesi frontalieri. Per questo gli specialisti hanno previsto di dare priorità a quei casi in cui gli oggetti richiesti dai governi africani potranno essere inviati direttamente senza incorrere in nessuna controversia.

Con questa iniziativa il presidente Macron si lancia in quella che è stata da lui stesso definita come una “riparazione memoriale”, un gesto per tentare di ricucire lo strappo tra la Francia e le sue ex-colonie. Già in passato il presidente ha affrontato l’argomento del colonialismo utilizzando toni di condanna che hanno provocato un’ondata di indignazione, soprattutto negli ambienti della destra francese. «I crimini della colonizzazione europea sono incontestabili», disse a Ouagadougou lo scorso anno, mentre durante la campagna presidenziale definì il colonialismo come “un crimine contro l’umanità”. Un atteggiamento di riconoscimento storico che, evitando di cadere in imbarazzanti mea culpa, inserisce Macron su una linea già tracciata da alcuni suoi predecessori, come François Hollande o Jacques Chirac.

Il primo gesto di Macron poche ore dopo aver ricevuto il rapporto è stato quello di restituire al Benin 26 opere prelevate dall’esercito francese nel 1892. Il capo dell’Eliseo ha poi espresso la volontà di riunire a Parigi all’inizio del prossimo anno i partner africani ed europei per definire una “politica di scambio”.

Ma la scelta di riconsegnare ai rispettivi luoghi di origine le opere africane può essere letta anche nell’ottica di un rafforzamento dei rapporti diplomatici con le ex colonie francesi. Una mossa strategica che si inserirebbe nel gioco delle influenze straniere nell’Africa subsahariana, dove per il momento la Cina svolge un ruolo primario.

Intanto, Macron sceglie l’arte come punto di partenza di un nuovo processo, cominciando una delicata operazione volta a riconsegnare la memoria saccheggiata alle popolazioni precedentemente sottomesse. Un cammino che dovrà proseguire in questo senso per riuscire a riconciliare la Francia con un passato che ha lasciato dei segni ancora evidenti nella sua memoria.

@DaniloCeccarell

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