Deniz Yücel, giornalista turco-tedesco, è rinchiuso nel blocco 9 del carcere di massima sicurezza Silivri, a 70 km da Istanbul. Yücel è stato arrestato il 14 febbraio, mentre era in Turchia come corrispondente del quotidiano tedesco Die Welt. Il reporter è solo uno degli oltre 150 giornalisti attualmente incarcerati nel paese.

Una scheda display pubblicitari elettronici "FreeDeniz" sul tetto della sede gruppo editoriale Axel Springer tedesco, per sostenere arrestati turco-tedesco giornalista Deniz Yucel a Berlino, Germania, 28 febbraio 2017. REUTERS / Fabrizio Bensch
Una scheda display pubblicitari elettronici "FreeDeniz" sul tetto della sede gruppo editoriale Axel Springer tedesco, per sostenere arrestati turco-tedesco giornalista Deniz Yucel a Berlino, Germania, 28 febbraio 2017. REUTERS / Fabrizio Bensch

L’arresto di Yücel ha segnato un passaggio significativo: questa è la prima volta che un giornalista con la cittadinanza tedesca venga imprigionato in Turchia. Non è certo un caso che tutto stia avvenendo proprio ora. Deniz Yücel, infatti, è sempre più un ostaggio della strategia di provocazione del governo Erdoğan contro i paesi che ospitano le più grandi comunità turche in Europa.


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Yücel, giornalista indipendente e di spirito anarchico, è accusato di “propaganda terroristica” dalle autorità turche. Al reporter viene contestato di essere un fiancheggiatore del PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, e di sostenere (anche) i gülenisti, il movimento accusato da Erdoğan di aver organizzato l’ambiguo golpe del luglio 2016. PKK e movimento Gülen sono ideologicamente così distanti che basterebbe questa doppia accusa a dimostrare la natura strumentale e prettamente politica dell’arresto. Il vero motivo dell’imprigionamento di Yücel è la sua libertà critica esercitata come giornalista turco-tedesco. Gli stessi giornali filogovernativi in Turchia stanno presentando il prigioniero come un rappresentante della “propaganda anti-turca in Germania”.

I giudici accusano Yücel di aver collaborato con RedHack, un gruppo di hacker che aveva reso pubbliche le email di Berat Albayrak, ministro dell’Energia e genero dello stesso Presidente Erdoğan. Su queste email e su questa vicenda Yücel ha scritto due articoli per Die Welt, in cui ha raccontato i dettagli della repressione governativa in Turchia. Il fatto che l’attuale arresto di Yücel sia collegato a questi due articoli - scritti in lingua tedesca e su un giornale tedesco - dimostra che quello di Ankara è anche un attacco alla libertà di stampa in Germania, considerata un problema per le strategie di propaganda governativa presso la comunità turco-tedesca. Ad aprile, infatti, è previsto il referendum costituzionale in cui Erdoğan tenterà di fare la scalata finale verso il potere assoluto, chiamando a votare anche 1,4 milioni di turchi che vivono in Germania.

Proprio Erdoğan, del resto, ha accusato direttamente Yücel di essere un agente segreto di Berlino, rendendo ancora più palese la natura provocatoria dell’arresto del giornalista.

Germania: campagne per la liberazione e insofferenza verso il nazional-islamismo

Con l’hashtag #FreeDeniz si stanno ora moltiplicando le iniziative tedesche per la liberazione di Yücel. Non solo. Se molte manifestazioni sono espressione di movimenti politici e associazioni tradizionalmente impegnati nella difesa della libertà di espressione, è anche emerso un interesse per la vicenda che trascende la particolare simpatia per il lavoro del giornalista di Die Welt.

Il caso Yücel, infatti, è diventato l’ennesima occasione per un confronto fra un’ampia ed eterogenea parte della società tedesca e i settori più tradizionalisti e nazionalisti delle comunità turco-tedesche, andandosi ad accavallare con le fresche polemiche sul divieto imposto ai ministri turchi di fare propaganda elettorale in Germania (e in Olanda).

Tra i tanti commenti social sulla vicenda è facile trovare accese discussioni tra chi attacca il governo Erdoğan e diversi turco-tedeschi che, invece, sostengono il nuovo corso nazional-islamista del Presidente. Su Facebook e Twitter, i turco-tedeschi accusano l’Europa e i giornalisti di voler indebolire una Turchia resa di nuovo grande dal suo Presidente, mentre altri rivendicano la libertà di espressione di chi vuole sostenere Erdoğan in Germania. Molti altri commentatori, allora, rispondono che la Turchia chiede continuamente la democrazia in Europa per poter propagandare la “dittatura” di casa propria. Non mancano, nei dibattiti online, gli inviti più o meno moderati ai turco-tedeschi di “andare/tornare a vivere in Turchia” oppure, dall’altra parte, le celebrazioni oltranziste del governo turco, magari rafforzate da un inconfondibile “Allahu Akbar!”

La polarizzazione in Europa tra supporter e oppositori di Erdoğan, del resto, è proprio la strategia del governo di Ankara. Ogni volta che il Presidente turco ha bisogno di ricompattare il proprio potere in patria o nella diaspora, il suo governo alza il livello dello scontro e gioca la carta dell’orgoglio nazionale e religioso, magari muovendo anche l’accusa di razzismo (o, addirittura, di nazismo) nei confronti delle democrazie europee.

Quello che sembra sfuggire a Erdoğan è che se nel breve periodo il gioco potrà garantirgli suggestioni ideologiche tra i suoi sostenitori, dall’altro lato questa impostazione sta compattando sempre di più le società europee contro la Turchia. Forse Erdoğan è ormai convinto che la sua sola possibilità di conservare il potere sia legata alla scelta dell’Europa come nemico assoluto, magari cercando di consolidare un’alleanza con la Russia putiniana. Questa non sarebbe una decisione priva di conseguenze, soprattutto per quanto riguarda il ruolo nella Nato dell’enorme esercito turco.

Intanto in Germania, così come in Francia, in Olanda o in Danimarca, continua a crescere l’esasperazione per quella che, di fatto, è diventata l’aggressività sociale del nazional-islamismo turco. Gli scontri di domenica scorsa a Rotterdam tra polizia olandese e nazionalisti turchi sono un esempio di come una forma di contro-colonialismo d’ispirazione neo-ottomana abbia fatto il salto di qualità verso una questione di ordine pubblico.

Il diritto alla libertà dei turchi e dei curdi anti-Erdoğan

L’uso dei propri sostenitori come agitatori nei paesi europei, gli insulti all’ordine democratico delle repubbliche europee e la propaganda in favore di una svolta autoritaria in Turchia non sono i soli problemi dell’attuale escalation promossa da Recep Tayyip Erdoğan. C’è un’altra questione, forse la più cruciale di tutte, di cui la Germania è un esempio concreto.

Tra gli 1,4 milioni di turchi di Germania con diritto di voto in Turchia c’è un’ampia minoranza di donne e uomini che rifiutano apertamente la strada verso nuove forme di sultanato. Non si tratta solo della grande comunità curda, ma anche di tantissimi turchi che, da posizioni eterogenee, non condividono le politiche dell’attuale governo di Ankara.

Questo significa che, più avanza la repressione del dissenso in Turchia, più la Germania è il paese in cui si rifugiano o sono costretti a vivere coloro che non vogliono piegarsi al regime galoppante. Per certi versi, i soli parlamentari di lingua turca rimasti davvero liberi sono quelli che siedono nel Bundestag tedesco, ad esempio Cem Özdemir o Sevim Dagdelen, che sono tra i più strenui oppositori della svolta autoritaria di Erdoğan.

Arresti come quelli di Deniz Yücel sono quindi aggressioni simboliche contro questa stessa comunità. Incarcerare un giornalista turco-tedesco significa tentare di raggiungere simbolicamente l’opposizione interna alla diaspora, rivendicando un potere repressivo in territori che non sono sotto la sovranità del governo turco. Gli stessi rally elettorali non sono un problema per il rapporto che i vari ministri turchi hanno con i loro fedelissimi sostenitori, ma per l’automatica intimidazione esercitato contro gli oppositori che vivono in Europa, tra cui ci sono anche i numerosi giornalisti che verrebbero incarcerati se mettessero piede in Turchia. Non è un caso se, in Germania, anche i sindacati dei giornalisti si sono apertamente espressi contro la propaganda elettorale turca sul suolo tedesco.

Sempre più spesso, infatti, si parla delle pressioni esercitate da Ankara contro i cittadini turchi che vivono all’estero e che non sostengono il governo Erdoğan. Lo scorso agosto il PKG - Kontrollgremium, l’organo parlamentare tedesco di controllo dei servizi d’intelligence, ha segnalato la gravità della penetrazione dei servizi segreti turchi nelle comunità turco-tedesche. Sempre pochi mesi fa, inoltre, è cresciuta la polemica contro l’Unione turco islamica per la religione (Ditib), associazione religiosa che per anni si è presentata come un propulsore dell’integrazione dei musulmani , ma che ora deve rispondere all’accusa di utilizzare gli imam per spiare la comunità turca in Germania e segnalare potenziali oppositori al governo di Ankara.

Ora tocca al governo Merkel

Domenica sera, in diretta televisiva sul canale pubblico ZDF, il Ministro della Finanze Schäuble ha formalmente vincolato la cooperazione economica con la Turchia alla risoluzione del caso di Deniz Yücel. Se anche il falco del governo Merkel si è sentito in dovere di dare una tale importanza al caso del giornalista incarcerato, significa che il peso simbolico della vicenda ha raggiunto livelli inconsueti.

Resta tuttavia chiaro che il governo di Berlino covi ancora la speranza di poter superare velocemente la crisi, ritrovando una Turchia che sia un partner commerciale e un (molto ambiguo) garante per la cosiddetta crisi dei migranti.

La Cancelliera Merkel ha cercato, negli ultimi giorni, di stemperare i toni e lasciar cadere gli insulti di Erdoğan, arrivando ad auspicare, un po’ paradossalmente, che il caso Yücel si svolga nel rispetto della legge e del diritto. La scorsa settimana, Sigmar Gabriel, nuovo Ministro degli Esteri tedesco, ha incontrato il suo corrispettivo turco, Mevlüt Cavusoglu. Gabriel è uscito dal meeting sventolando la promessa turca di permettere gli incontri tra Yücel e i diplomatici tedeschi. Ma, proprio ieri, agli stessi diplomatici è stato esattamente negato ogni contatto con il prigioniero.

Il gioco di attesa strategica e rifiuto delle provocazioni da parte del governo tedesco è certamente giusto in quanto a intelligenza diplomatica: farsi trascinare nella conflittualità permanente è poco utile in uno scenario geopolitico già rovente.

Tuttavia, anche per il governo tedesco, lo stesso gioco può diventare pericoloso e controproducente.

Se il governo Merkel e gli altri governi europei non affronteranno il nazional-islamismo turco in nome dei principi della libertà repubblicana, lasceranno inevitabilmente lo spazio a forze politiche che lo affronteranno sul piano dello scontro tra etnonazionalismi.

@Lorenzomonfreg

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