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Ora dal Friuli i migranti vengono rimandati nell’Austria di Kurz

È iniziato il trasferimento dei profughi la cui domanda d’asilo era stata rifiutata da Vienna. «L’Unità Dublino è stata rafforzata, la pressione era eccessiva», spiega il prefetto di Gorizia. E l’applicazione della convenzione Ue ora mette in difficoltà il cancelliere austriaco

Una indicazione stradale al confine con fra Austria e Italia. REUTERS/Dominic Ebenbichler
Una indicazione stradale al confine con fra Austria e Italia. REUTERS/Dominic Ebenbichler

Il coinvolgimento dell’Austria di Sebastian Kurtz nella gestione dei migranti passa per Dublino. Più precisamente per la Convenzione di Dublino, i cui criteri stabiliscono quale Stato debba farsi carico della richiesta di asilo di una persona giunta sul territorio europeo. L’Austria figura tra i Paesi di primo ingresso, soprattutto per i richiedenti giunti dai Balcani e, in diversi casi, parte delle istanze di protezione ricevute da Vienna sono state rifiutate anche dopo il ricorso.

Diniego che spesso si è riflesso sull’Italia, a partire dal Friuli Venezia Giulia dove da anni giunge un flusso costante di richiedenti non ammessi dal governo austriaco e tedesco, cui se ne aggiungono altri in arrivo da quanto resta della rotta balcanica. Parliamo di una media di dieci persone al giorno dal 2016 a oggi, almeno due terzi delle quali rimbalzate proprio dagli altri Paesi dell’Unione. Questa situazione ha aumentato il peso sulle principali città friulane, dove il sistema di accoglienza si è inevitabilmente ingolfato, facendo fiorire insediamenti informali, spesso a scapito della dignità dei richiedenti asilo.

Per risolvere le cose e alleggerire la pressione, Gorizia ha recentemente effettuato il primo trasferimento di migranti in Austria, sulla base della Convenzione di Dublino. È accaduto il 20 febbraio, giorno in cui sette “dublinanti”, pachistani e afgani, sono stati accompagnati in autobus al valico di Coccau e qui presi in custodia dalla polizia austriaca. Si tratta di una novità per Gorizia - e l’Italia - dovuta a quello che il prefetto della città Massimo Marchesiello definisce come un «rafforzamento dell’Unità Dublino». In sintesi, dopo alcuni mesi di lavoro è stato ottimizzato e velocizzato il coordinamento tra l’ufficio immigrazione della questura, polizia di frontiera e dipartimento di pubblica sicurezza del ministero dell’Interno.

«A Gorizia c’erano arrivi quotidiani di 10 o 15 persone che, in rapporto alla popolazione residente, hanno creato una pressione eccessiva» spiega Marchesiello, «parliamo sul nostro territorio di 1.100 persone, c’è uno squilibrio in eccesso. Abbiamo venticinque comuni, hanno fatto quello che potevano per il progetto di accoglienza diffusa e alla fine ci si ritrova comunque una provincia collassata in quanto a possibilità di accoglienza e a quel punto se non si interviene alla fonte, non si riesce ad andare avanti».

Con queste premesse, secondo il prefetto, il primo trasferimento dovrebbe contribuire al miglioramento della situazione, innanzitutto alleggerendo il carico su Gorizia, quindi disincentivando altri richiedenti asilo dal puntare sulla città friulana. «Le procedure in questione riguardano le persone che sono arrivate recentemente, negli ultimi quattro o cinque mesi. Tutti quelli che sono arrivati prima dobbiamo continuare a gestirli sul territorio».

Quello di febbraio è stato il primo di una serie di trasferimenti verso l’Austria, cui dovrebbero seguirne altri a cadenza settimanale. Una volta a regime, l’Unità Dublino potrebbe quindi spostare la pressione su Vienna. Non tanto per l’entità dei trasferimenti, del resto si parla di qualche centinaio di persone spalmate in più mesi, ma per il fatto di contraddire la politica del cancelliere Sebastian Kurz, del Partito popolare austriaco (Övp), alleato ai populisti di estrema destra del Partito della libertà (Fpö).

In materia di migrazioni, il 32enne enfant prodige austriaco sembra molto vicino all’intransigenza dei paesi Visegrád, quindi a un’idea di Europa da difendere dalle invasioni erigendo muri. A fine gennaio, in un incontro con i colleghi europei a Sofia, il ministro dell’Interno austriaco Herbert Kickl, del Fpö, ha chiarito le posizioni del proprio governo, rifiutando il sistema della redistribuzione dei profughi in quote obbligatorie, così come il ricollocamento in Europa. Questo a tutto svantaggio dei principali Paesi di primo ingresso dei migranti, a partire dall’Italia, almeno fino a quando non sarà possibile esternalizzare il problema. “Aiutarli a casa loro” dunque. Secondo Kurz e i suoi, la soluzione passa per un sostegno nei Paesi di origine dei migranti e, se questi non fossero sicuri, nei territori limitrofi, contemplando anche il ricorso a contingenti militari. Una posizione drastica ma non sorprendente, per un politico giunto al potere cavalcando senza indugio un’inequivocabile retorica anti-migratoria.

Posizioni che presto usciranno dai confini del Paese transalpino. A partire dal primo luglio infatti, l’Austria assumerà la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea e Kurz ha già dichiarato di voler adottare la stessa linea dura, ponendo come prioritarie "sicurezza e lotta contro l’immigrazione illegale". Prospettiva condivisa dal presidente del Consiglio Europeo Donald Tusk che, a febbraio, durante un incontro a Vienna, ha espresso la volontà di «trovare soluzioni affinché l’Unione Europea, assieme agli Stati nazionali, possa gestire i futuri flussi migratori in modo efficiente e senza creare nuove divisioni in Europa». Divisioni - tra Est e Ovest – che potrebbero offrire a Kurz il ruolo di mediatore, considerato dal cancelliere austriaco come un obbligo politico.

Molto dipenderà dalla fine dell’inverno, periodo in cui in genere si riaccendono i flussi migratori. Al momento la situazione resta congelata. Dal primo gennaio a fine febbraio 2018 sono arrivati in Europa via mare 10.243 migranti (fonte Iom), dei quali 2.306 in Spagna, 5.247 in Italia e 2.653 in Grecia. Il dato rilevante riguarda l’Italia, dove si registra una netta riduzione rispetto ai primi due mesi del 2017 (17.438 sbarchi), ma il meteo è un fattore determinante, anche in ragione dell’inizio 2017 caratterizzato da temperature sopra la media.

L’evoluzione più significativa riguarda però la rotta balcanica, dove, secondo Frontex, lo scorso anno 12.178 persone sono transitate sulla via per l’Europa, tutte passate appoggiandosi alle reti di trafficanti attive e quanto mai prolifiche. Negli ultimi mesi infatti, stanno fiorendo due rotte alternative alla tradizionale via balcanica attraverso Grecia, Macedonia e Serbia. C’è la rotta balcanica settentrionale, che sfrutta i numerosi automezzi in partenza dalla Turchia, per arrivare in Germania via Bulgaria e Romania, con Timisoara quale snodo principale del traffico. Segue la rotta balcanica meridionale: dalla Grecia in Albania, quindi Montenegro, Bosnia Erzegovina, Croazia e Slovenia. Si tratta di una direttiva ancora poco sviluppata ma dagli indizi sembra avere un certo appeal. Lo svelano i registri dell’ufficio Immigrazione bosniaco, dove nei primi due mesi di quest’anno sono state registrate 458 persone, in gran parte siriani e afgani, cui si aggiungono pachistani e nordafricani. Più della metà rispetto all’intero 2017, quando le registrazioni complessive erano state 754.  

Inutile dire che la rotta balcanica, in qualunque variante, può influenzare anche la situazione a Gorizia, dove, secondo Marchesiello, il trasferimento del 20 febbraio sembra aver già dato i primi risultati - il calo degli arrivi -, in linea con l’obbiettivo di disincentivare le cosiddette seconde migrazioni di chi si è visto negare la richiesta di asilo in altri Paesi Schengen.

«Si tratta di una tendenza, non ho i dati, ma la speranza è comunque questa, perché se si riesce a offrire un’accoglienza dignitosa va bene, ma abbiamo avuto anche situazioni paradossali, come quella del tunnel Bondi». Tunnel che mette in comunicazione il centro di Gorizia con il confine sloveno, a lungo utilizzato come riparo da gruppi di richiedenti asilo, ma chiuso da un’ordinanza a fine novembre. Qualcuno degli occupanti del tunnel è stato accolto in strutture temporanee in città, come il tendone allestito nel cortile dell’Istituto “Contavalle” in via Garzarolli. Altri - pochi - hanno trovato rifugio nella cosiddetta jungle di Gradisca.

Proprio qui, sulle rive dell’Isonzo, entro fine anno potrebbe concludersi la trasformazione del centro di accoglienza (Cara), in Centro permanente di rimpatrio. Una struttura di detenzione in grado di gestire circa un centinaio di persone, destinate al rimpatrio sulla base degli accordi bilaterali con i rispettivi Paesi di origine. Non è dato sapere se il Cpr di Gradisca si occuperà anche dei richiedenti asilo afgani. Di certo, però, il timore principale dei “dublinanti” afgani destinati al ritorno in Austria è proprio la prospettiva di essere deportati nelle “oasi sicure” di Kabul, malgrado nel Paese le violenze continuino, malgrado il principio di non-refoulement, malgrado la Convenzione di Ginevra, malgrado tutto.

@EmaConfortin

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