Nel mirino dei populisti, il presidente del Consiglio Europeo pensa a un ritorno in patria per rilanciare la Polonia liberale. E un sondaggio già lo dà come favorito per le presidenziali del 2020

Donald Tusk. REUTERS/Ints Kalnins
Donald Tusk. REUTERS/Ints Kalnins

Varsavia - Manca un anno esatto al termine del secondo mandato di Donald Tusk a Bruxelles. E oggi il futuro politico dell'attuale presidente del Consiglio europeo appare incerto. I quattro anni sinora trascorsi da Tusk a Bruxelles sono coincisi con uno dei periodi più difficili per l'Ue fra Brexit, l'emergenza immigrazione e i continui contrasti con alcuni Paesi membri, Polonia compresa. E proprio una nuova esperienza politica in madrepatria, dove il suo resta un nome capace di dividere e appassionare l'elettorato, potrebbe essere alle porte per l'ex premier polacco.


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Quando il 22 settembre 2014 si dimise da primo ministro per accettare il suo nuovo incarico europeo, Tusk credeva di avere lasciato il proprio Paese in buone mani. Tuttavia, qualche scricchiolio nel partito di centrodestra moderato ed europeista da lui guidato, Piattaforma Civica (Po), si avvertiva già allora. I sondaggi lo davano fra il 31 e il 38%, appaiato alla principale forza d'opposizione, Diritto e Giustizia (PiS), guidata da Jarosław Kaczyński.

Eppure il nuovo premier, Ewa Kopacz, poteva essere fiduciosa sul futuro. A Varsavia il presidente della Repubblica era un altro esponente di Po, Bronisław Komorowski, e tutto lasciava supporre che i polacchi lo avrebbero confermato nelle elezioni del maggio seguente. Kopacz vantava meno esperienza politica dell'illustre predecessore ma, dopotutto, aveva il compito di traghettare Paese e partito alle parlamentari dell'autunno 2015 nelle quali Po puntava a vincere ancora.

Il 26 ottobre 2015, a voto concluso, Piattaforma Civica conquistava appena il 24,1% delle preferenze. E il nuovo presidente della Repubblica Andrzej Duda, che aveva sconfitto a sorpresa Komorowski cinque mesi prima, si preparava ad affidare l'incarico di formare un nuovo governo ai colleghi di Diritto e Giustizia, divenuti primo partito con il 37,6% dei consensi.

Da Bruxelles, Donald Tusk osservava i risultati elettorali incredulo: rispetto al voto del 2011 che aveva assicurato il suo secondo mandato da primo ministro, Po aveva perso 14 punti percentuali.

La crisi di Po può facilitare un ritorno di Tusk

Se il 2015 è stato l'annus horribilis di Piattaforma Civica, nel triennio successivo la situazione non è migliorata granché. Per alcuni mesi l'ex partito di governo ha dovuto persino subire l'umiliazione di divenire il terzo partito polacco nei sondaggi e, nelle elezioni locali dell'ottobre di quest'anno, si è alleato con i liberali di Nowoczesna formando Coalizione Civica (Ko). Una mossa che ha permesso di sconfiggere i candidati del governo in maniera abbastanza netta in tutte le maggiori città polacche. Tuttavia, i nazional-populisti di PiS hanno ottenuto il 34,1% dei consensi complessivi, conquistando la maggioranza dei voti in nove regioni su sedici. Ko, invece, si è fermata al 27%: un risultato simile al 26,3% del voto locale 2014 quando, però, Nowoczesna ancora non esisteva.

Di fatto, l'addio di Donald Tusk ha aggravato la crisi d'identità di Po e creato un vuoto di potere difficile da colmare. Non ci è riuscita, né forse era designata a farlo, Ewa Kopacz che dopo la batosta delle parlamentari 2015 è tornata nelle retrovie. Sta fallendo l'attuale leader del partito, Grzegorz Schetyna, politico esperto ma privo sia del carisma che del sostegno all'interno del partito dell'ex premier. Il tutto mentre latitano i nomi nuovi con uno dei pochi politici di Po emergenti, l'ex parlamentare europeo e viceministro degli Esteri Rafał Trzaskowski, che è appena stato eletto sindaco di Varsavia ed è quindi momentaneamente fuori dai giochi.

In questo scenario, la possibilità di un ritorno di Donald Tusk alle redini del partito che lui stesso ha contribuito a fondare nel 2001 non è un'utopia. I prossimi due anni, del resto, si annunciano decisivi per un eventuale rilancio di Piattaforma Civica con le parlamentari dell'autunno 2019 seguite dalle presidenziali della primavera 2020. Senza dimenticare le europee del prossimo maggio che saranno un ulteriore termometro per misurare lo stato di salute di Po a cinque mesi dalle elezioni che determineranno il nuovo governo polacco.

I contrasti a distanza fra Tusk e PiS

In questi quattro anni, la lontananza di Tusk da Varsavia non ha impedito agli esponenti dell'attuale governo polacco di attaccare l'ex premier a più riprese. All'inizio le critiche rivolte al presidente del Consiglio europeo erano rivolte ai suoi sette anni di governo con PiS che ha spesso ribadito la necessità di rimediare ai reali o presunti dissesti sociali e finanziari ereditati da Po. In seguito, l'offensiva anti-Tusk si è concentrata sull'operato europeo dell'ex premier accusato di non sostenere gli interessi della madrepatria a Bruxelles.

Gli attriti fra la Polonia e l'Ue sul mancato rispetto dello Stato di diritto e sulle riforme giudiziarie, nonostante la recente retromarcia di Varsavia sulla Corte suprema, hanno fatto scontrare PiS con l'ex premier.

«Chi ammicca al nazionalismo in Europa, chi scommette su disintegrazioni e conflitti è una grave minaccia anche per l'indipendenza polacca», ha dichiarato Tusk il 10 novembre scorso alla vigilia del centenario della nascita del moderno Stato polacco. E pochi giorni prima aveva messo in guardia la Polonia dall'errore di uscire dall'Ue. Un passo mai preannunciato dal governo di Varsavia, nonostante i frequenti rimandi alla propria sovranità nazionale e le opinioni del presidente Duda che a settembre ha definito l'Ue «una comunità immaginaria».

Schermaglie a distanza alle quali si sommano le convocazioni di Tusk a Varsavia, la più recente il 5 novembre, su pressioni di una commissione parlamentare istituita da PiS. L'ex premier è stato chiamato a testimoniare sul caso Amber Gold, il maggiore scandalo finanziario della Polonia post-comunista. Il governo lo accusa di avere ignorato avvertimenti sugli illeciti commessi da Amber Gold nel 2012, a causa di un conflitto d'interessi familiare. La società finanziaria deteneva, infatti, la maggioranza del pacchetto azionario di una compagnia per cui lavorava un figlio dell'allora premier. Tusk smentisce ogni coinvolgimento e sostiene che l'Ente polacco per la difesa dei consumatori avrebbe dovuto impedire che migliaia di connazionali fossero truffati.

I sondaggi vedono Tusk candidato presidente nel 2020

«Non mi ritirerò dalla scena politica. Nel 2019 tornerò in Polonia e nessuno pensi che me ne starò a guardare la televisione», ha dichiarato a marzo l'ex premier al canale polacco Tvn24. Parole che aprono a vari scenari, compreso quello di un Tusk alla guida di un movimento politico ex novo. Un'ipotesi sulla scia di quanto intende fare Robert Biedroń, già primo sindaco gay in Polonia, e politico emergente di un centrosinistra che oggi non conta alcun parlamentare a Varsavia.

Da PiS ripetono che il presidente del Consiglio europeo non correrà alle presidenziali 2020 «per paura di perdere», come sostiene Beata Mazurek, vicepresidente della Camera. Nel frattempo, però, i sondaggi in merito non mancano. In uno di essi, pubblicato a giugno dal tabloid Super Express il 47,5% degli intervistati avrebbe scelto Tusk se opposto all'attuale presidente Duda. Più attendibile l'indagine condotta il 22 novembre da Ibris per il quotidiano Rzeczpospolita e secondo cui il 37% dei polacchi vorrebbe Duda presidente, il 36% Tusk e il 10% l'outsider Biedroń.

Se Tusk confermerà la propria intenzione di volere rimettersi in gioco a Varsavia, allora l'interessato dovrà decidere cosa fare: sperare in un oggi improbabile Schetyna premier nel 2019 per poi candidarsi alle presidenziali con Po l'anno dopo? Oppure creare un nuovo soggetto politico che provi a ridare slancio al centrodestra liberale?

Jarosław Kaczyński, il leader di PiS che ha cercato di screditare Tusk in tutti i modi in questi anni, aspetta e studia le possibili contromosse.

@LorenzoBerardi

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