La natura giano bifronte dell’AfD. Si scindono i nazionalpopulisti tedeschi?

Venti di scissione sui nazionalpopulisti tedeschi.

Un aereo con la scritta "Vota AfD". REUTERS/Wolfgang Rattay
Un aereo con la scritta "Vota AfD". REUTERS/Wolfgang Rattay

Difficile dire se l’incidente retorico di qualche giorno fa costerà a Marine Le Pen veramente già lo spareggio, come sostenevano pressoché all’unisono tutti i media internazionali. La leader del Front National aveva infatti affermato che sulla Francia di Vichy non ricadeva “alcuna responsabilità nel rastrellamento degli ebrei”, mentre la storia insegna che nel rastrellamento di 13 mila ebrei tra il 16 ed il 17 luglio del 1942 e portati al Velodromo d’Inverno di Parigi, prima di essere spediti nei campi di concentramento aveva visto la collaborazione massiccia della polizia francese.

Il dubbio sugli effetti concreti di questa affermazione si fonda sulla considerazione, che il riposizionamento più “moderato” operato da Marine Le Pen, non ha significato automaticamente l’estirpazione della linea molto più apertamente radicale del padre Jean-Marie Le Pen. E questo gli elettori del FN lo sanno bene. Stesso discorso si potrebbe fare per i nazional-populisti austriaci dell’Fpö. Basta ricordare le presidenziali dell’anno scorso. A sentir parlare e ragionare il candidato dell’Fpö Norbert Hofer ci si chiedeva come fosse potuto finire in quel partito. Bastava però andare a guardare l’organigramma del suo ufficio, nel quale siedono alcune note figure della scena dell’estrema destra austriaca, o prestare attenzione ad alcuni suoi scivoloni verbali (il più clamoroso è stata la promessa, alquanto minacciosa: “Se dovessi vincere, vi stupirete dei veri poteri che ha il capo dello Stato”) per capire la vera natura che si nascondeva sotto l’aria per bene e assennata mostrata in pubblico.

Una tattica che pensa di seguire anche il movimento nazionalpopulista tedesco Alternative für Deutschland (AfD).

Solo che diversamente dal FN in Francia e dall’Fpö in Austria, l’AfD riunisce veramente due anime sotto di sé. Quella originale, più economica, liberista, che aveva contraddistinto alla nascita (nel febbraio del 2013) il movimento, allora guidato dal professore di economia Bernd Lucke e sostenuto tra gli altri dall’ex presidente degli industriali tedeschi Hans-Olaf Henkel. Allora la linea politica si concentrava in primo luogo sulla denuncia della politica di salvataggio attuata dall’eurozona e approvata da Berlino. Il progressivo virare dell’AfD verso posizioni sempre più di destra e xenofobe avevano infine spinto Lucke, Henkel e altri più moderati a uscire dall’AfD nella primavera del 2015. Alcune ulteriori virate dopo hanno fatto sì che i radicali di allora, come Frauke Petry una dei leader, si ritrovino oggi dalla parte dei moderati.

Tornando ora alla doppia strategia e, come già accennato sopra, diversamente dai casi Francia e Austria, gli elettori dell’AfD sono veramente disomogenei. Particolarmente interessante è notare una linea quasi netta tra est e ovest, tra i cosiddetti vecchi Länder e quelli nuovi (ex Repubblica Democratica tedesca). In quest’ultimi prevale l’elettore più radicale, più  vicino all’estrema destra e (spesso anche dichiaratamente) xenofobo. D’altro canto, le manifestazione del lunedì di Pegida (acronimo che sta per Patriotische Europäer gegen die Islamisierung des Abendlandes, cioè europei patriottici contro l’islamizzazione dell’Occidente)  sono nate a Dresda e proseguono lì, mentre tentativi di esportarle, soprattutto nelle città tedesche dell’ovest, si sono più o meno arenati tutti.

Posizioni diverse rappresentate paradigmaticamente dal capogruppo parlamentare della Turingia Björn Höcke e dal capogruppo del Baden-Württemberg Jörg Meuthen. Il primo, ex professore di storia, si è fatto ripetutamente notare per le sue provocazioni. Con la più recente affermava che “la Germania è l’unico paese al mondo dove si piazza un monumento della vergogna (intendeva il Monumento dell’Olocausto, ndr) proprio nel cuore della propria capitale” e che “è giunta l’ora di far fare alla narrazione storica tedesca un giro di 180 gradi”. Meuthen, professor di economia, attualmente in aspettativa, rappresenta l’ala più moderata, come ha dimostrato con i fatti. L’anno scorso è stato protagonista di un clamoroso atto di rivolta contro l’avanzata della destra radicale nell’AfD. Meuthen aveva preteso l’espulsione di un membro del partito, reo di affermazioni dichiaratamente xenofobe. Il partito però non l’aveva seguito, motivo per cui Meuthen se ne era andato portando con sé gran parte del suo gruppo parlamentare regionale e fondando una ‘sua’ Afd.  La pace era stata fatta qualche mese dopo, Meuthen era rientrato ed era stato rieletto nel direttorio del partito. Questo gioco al rimpallo tra radicali e cosiddetti moderati continua e forse è particolarmente necessario per attirare nuovi simpatizzanti ed elettori, ora che il tema dei profughi non è più in primo piano. La retorica incendiaria potrebbe non bastare più. Per affermarsi alle prossime elezioni parlamentari del 24 settembre c’è bisogno di un programma credibile. Un compito questo che dovrebbe risultare più facile all’ala moderata. Sarà interessante vedere se lo stesso riuscirà a ricompattare le due anime o finirà per creare una nuova frattura. Un’ipotesi paventata recentemente anche da Frauke Petry, un tempo tra i radicali e oggi a capo dell’ala più moderata. 

@affaticati

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