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Prove di Ostpolitik in attesa di un nuovo governo a Berlino

Mentre Merkel cerca l’accordo per una nuova grande coalizione, i partner sfruttano l’interregno per avviare il disgelo a Est. La Csu cerca una sponda a Budapest per frenare l’europeismo dell’Spd. E Schulz è sconfessato anche dall’apertura ad Ankara del ministro degli Esteri Gabriel

Viktor Orban abbraccia Horst Seehofer durante una visita al parlamento bavarese. Monaco, Germania. REUTERS / Michael Dalder
Viktor Orban abbraccia Horst Seehofer durante una visita al parlamento bavarese. Monaco, Germania. REUTERS / Michael Dalder

La politica tedesca è in stand by. Almeno, così pare a uno sguardo superficiale. Nei fatti, invece, qualcosa si muove soprattutto per quel che riguarda le relazioni internazionali verso est. Quasi che, in attesa di un nuovo governo, in Germania alcuni politici stiano sfruttando questo interregno per prove di riavvicinamento o più in generale di un nuovo corso soprattutto nell’ambito della Ostpolitik. I primi a mettersi alla prova in questo compito sono stati i cristianosociali bavaresi che giovedì scorso, in occasione del loro annuale incontro di inizio anno a porte chiuse, hanno riservato un’accoglienza più che calorosa al premier ungherese Viktor Orbán.

Molti hanno voluto leggervi uno sgarbo ad Angela Merkel e al tempo stesso un avvertimento rivolto ai socialdemocratici, in vista degli incontri esplorativi iniziati due giorni dopo per decidere (entro questo giovedì) se vi siano i margini per una nuova grande coalizione.

I cristianosociali hanno lasciato però al premier ungherese l’onore e l’onere di indicare chiaramente quale siano la sue idee circa l’Europa e i migranti. Gli europei ­­– spiegava dunque un raffreddatissimo Orbán in una breve conferenza stampa – non vogliono vivere sotto la minaccia del terrorismo. Gli europei chiedono frontiere sicure. Vogliono che chi non ha titolo di vivere nell’area Schengen torni nel proprio Paese. Una richiesta che molti politici hanno però ignorato, causando gravi disfunzioni nella democrazia che vanno ora corrette. “E il 2018” concludeva Orbán “sarà l’anno in cui verrà ristabilito il volere del popolo”. Un annuncio pro domo sua e al tempo stesso a beneficio della Csu. L'Ungheria è chiamata a rinnovare il parlamento in primavera, mentre in Baviera le elezioni regionali si terranno in settembre, quando la Csu dovrà assolutamente cancellare l’onta del 10% di voti che i nazionalisti dell’AfD hanno ottenuto alle politiche.

Per i socialdemocratici non sarà quindi facile gettare le basi di quegli Stati Uniti d’Europa che il capo dell’Spd Martin Schulz vorrebbe realizzati entro il 2025. Come aveva già fatto sapere tempo addietro il ministro delle Infrastrutture cristianosociale Alexander Dobrindt: “E’ meglio che l’Spd torni con i piedi per terra”. E in effetti, per quel che riguarda il futuro dell’Ue, non vi è dubbio che Monaco di Baviera sia politicamente molto più vicina a Budapest, Varsavia e ora anche a Vienna (che dal primo luglio avrà la presidenza di turno dell’Ue) che a Berlino.

E del resto anche nella Spd c’è chi non usa particolari attenzioni nei confronti di Schulz e in particolare della sua linea dura nei confronti della Turchia.

I rapporti tra Berlino e Ankara vanno di male in peggio da un paio d’anni. La crisi è diventata evidente nel marzo del 2016 con l’affaire Böhmermann, un comico che nella propria trasmissione aveva preso pesantemente in giro il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Poi c’era stata, sempre quell’anno, la risoluzione del Bundestag riguardo al genocidio armeno, seguita tempo dopo dal divieto fatto da Berlino ai politici turchi di fare comizi elettorali in Germania. Infine l’ondata di arresti seguita al fallito putsch nell’estate 2016 che, lo scorso anno, ha colpito anche numerosi cittadini tedeschi o con la doppia cittadinanza, accusati di collaborare o essere sostenitori del movimento di Fetullah Gülen, il nemico giurato di Erdogan.

Ma Ankara non può fare a meno di Berlino - innanzitutto per motivi economici, ma anche per mantenere un certo peso politico internazionale - né Berlino di Ankara, per non mettere a rischio l’accordo sui migranti e per far scarcerare i suoi connazionali, a iniziare dal corrispondete turco tedesco del quotidiano Die Welt  Deniz Yücel, in carcere da 11 mesi.

Schulz, ancora in campagna elettorale aveva affermato che se fosse diventato cancelliere avrebbe interrotto i negoziati con la Turchia per l’ingresso nell’Ue e chiesto il congelamento dei fondi che l’Ue elargisce già in questa fase ai Paesi candidati. “Perché questo è l’unico linguaggio che Erdogan capisce”.

Solo che il ministro degli Esteri nonché suo compagno di partito Sigmar Gabriel non pare dargli ascolto. In novembre ha fatto visita al suo omologo Mevlüt Çavuşoğlu nella sua città natale Antalya, mentre l’altro giorno Çavuşoğlu ha ricambiato la cortesia, incontrandosi con Gabriel nella sua Goslar. Alle critiche che sono subito arrivate, Gabriel ha replicato seraficamente: “In tempi così difficili bisogna pur iniziare a ristabilire almeno un dialogo”. Un dialogo che parrebbe peraltro aver già sortito qualche effetto, vista la recente liberazione di alcuni tedeschi incarcerati.

Ma forse la liberazione non è solo frutto dell'abilità diplomatica del ministro. In un’intervista rilasciata da Gabriel allo Spiegel e pubblicata nel numero ora in edicola, alla domanda del giornalista: “Si dice che i turchi abbiano ricevuto in cambio dei rilasci forniture militari, è vero?” Gabriel risponde: “La Turchia è membro della Nato e partner nella lotta contro il cosiddetto Stato Islamico. Due motivi che di per sé già escluderebbero restrizioni nell’export di materiale bellico, restrizioni che invece esistono per altri Paesi di quell’area. Ciò nonostante, negli ultimi tempi il governo tedesco ha negato l’autorizzazione a molte esportazioni di armi verso la Turchia”. Una risposta che certo non spazza via i sospetti. Tant’è che i media continuano a parlare di un ordinativo turco di panzer alla Rheinmetall, la quale però nega e spiega che si tratta solo di nuove dotazioni di sicurezza per Leopard II già in mano turca.

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