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La Germania sceglie un Presidente anti-Trump

Con una decisione presa a porte chiuse all’interno della coalizione di Governo, CDU e SPD hanno deciso di candidare ufficialmente l’attuale Ministro degli Esteri Steinmeier al ruolo di Presidente Federale della Germania. La scelta vale quasi come una nomina definitiva: i due partiti possiedono la maggioranza assoluta nell’Assemblea Federale, che eleggerà il nuovo Presidente il 12 febbraio 2017. Il ruolo del Presidente della Repubblica Federale, similmente al suo pari italiano, è super partes ed essenzialmente rappresentativo. Ma in situazioni di particolare turbolenza politica, il Bundespräsident può assumere un’importanza fondamentale, proprio per il suo essere portavoce di cruciali principi costituzionali e nazionali.

Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier attende di intervenire all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo, in Francia, il 13 ottobre 2016. REUTERS/Vincent Kessler
Il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier attende di intervenire all’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa a Strasburgo, in Francia, il 13 ottobre 2016. REUTERS/Vincent Kessler

 

Steinmeier e Trump: diplomazia? Nein danke

La scelta di nominare Steinmeier è quindi carica di significati, non solo per quanto riguarda gli equilibri interni alla Große Koalition dell’esecutivo tedesco. Già in agosto Steinmeier aveva fatto dichiarazioni di rara intraprendenza diplomatica, definendo Donald Trump, allora candidato repubblicano, un “predicatore d’odio”, pronto a incendiare l’America. Se dopo l’inaspettata elezione del tycoon qualcuno immaginava un abbassamento dei toni, Steinmeier lo ha deluso.

“Il risultato delle elezioni non è quello che molti in Germania si aspettavano” ha esordito la settimana scorsa l’ancora Ministro degli Esteri tedesco, per poi aggiungere che “il risultato va accettato”, ma che non ci sia alcun spazio per previsioni rosee: “le relazioni transatlantiche non diventeranno più facili, molte cose saranno più difficili”.

Dichiarazioni che hanno esasperato quelle altrettanto perplesse di Angela Merkel e di altri rappresentanti del suo Governo. Non solo, lo stesso Steinmeier non ha voluto congratularsi con Trump per la vittoria elettorale, rompendo un’altra, abituale, tradizione diplomatica.

Una mossa per la quarta candidatura di Merkel

Frank-Walter Steinmeier non era il candidato Presidente di Angela Merkel, che avrebbe piuttosto puntato sul verde Winfried Kretschmann. Quest’ultimo era però troppo inviso alla CSU bavarese, storica alleata dei cristiano-democratici, una forza che la Cancelliera non può permettersi di trascurare in vista delle prossime elezioni politiche del 2017. Ecco che, così, l’ha spuntata un socialdemocratico, andando a premiare un partito che, a ben guardare, sembra sempre più destinato a diventare una perenne stampella elettorale della CDU.

La scelta di Merkel è stata da molti letta come una sconfitta strategica e sono state numerose le critiche nei confronti di una decisione presa a porte chiuse: un atteggiamento elitario che confermerebbe una pericolosa autoreferenzialità della politica tedesca, proprio in un momento in cui il populismo avanza anche in Germania.

Allargando la prospettiva, però, la candidatura a Presidente di Steinmeier sottolinea piuttosto come le questioni di politica interna passino in secondo piano di fronte agli stravolgimenti internazionali.

Scegliendo la veloce candidatura di uno dei suoi Ministri più in vista, e proprio in risposta allo shock elettorale americano, l’attuale Governo tedesco ha deciso di blindare per cinque anni la presidenza della Repubblica, affidandola a un membro dello stesso esecutivo e facendo in modo che a rappresentare formalmente le istituzioni sia qualcuno che abbia pubblicamente preso posizione in nome dei valori fondamentali della Costituzione tedesca. La scelta, quindi, diventa una rivendicazione di principio e un chiaro posizionamento politico, anche internazionale. 

Al tempo stesso, però, sul piano più concreto e contingente, viene pure fatto intendere che il governo della Germania sia solido e coeso, ora e in futuro, e che a trattare con gli stati esteri sarà sempre l’accondiscendente e misurata Angela Merkel, spesso capace di dialogare con chiunque e, quindi, pronta a farlo anche con Donald Trump. 

Ecco così che la notizia di una quarta candidatura della Cancelliera per il 2017 è filtrata proprio in concomitanza con la decisione di nominare Steinmeier Presidente della Repubblica (tra l’altro, per mezzo del più importante media americano, la CNN, e tramite le parole del CDU Norbert Röttgen, Presidente della Commissione Affari Esteri del Bundestag).

Non c’è ancora la conferma ufficiale della corsa elettorale di Merkel per un quarto mandato, ma non si riesce a immaginare chi altri potrebbe garantire una continuità di governo. Non solo: secondo uno degli ultimi sondaggi, il 59% dei tedeschi vedrebbe positivamente un’ennesima candidatura di Merkel.

Anche se, di questi tempi, i sondaggi sono sempre più lontani dalla matematica, resta chiaro che la Cancelliera goda nuovamente di un solido sostegno nel Paese.

Un consenso in patria a cui si aggiunge quello internazionale del mondo politico-culturale di riferimento. Arrivato in questi giorni a Berlino per un tour programmato da tempo, il Presidente americano Barack Obama ha infatti presentato la sua tappa berlinese come un diretto passaggio del testimone alla Cancelliera, in nome delle posizioni liberal in Occidente e per superare la disastrosa disfatta di Hillary Clinton. E se il messaggio non fosse abbastanza chiaro, durante la conferenza stampa congiunta con Merkel, Obama ha fatto direttamente sapere che “se fosse tedesco voterebbe per lei”.

Un Presidente della Germania filo-russo?

La nomina a Presidente della Repubblica di Steinmeier, però, non ha un significato simbolico solo per i rapporti tra Germania e Stati Uniti, ma si rivolge anche all’altro grande interlocutore delle politiche estere europee: la Russia. Pochi mesi fa, nel giugno 2016, è stato proprio il Ministro Steinmeier ad aprire in maniera sensibile alla presidenza Putin, criticando platealmente quella che ha definito la “propaganda di guerra” della NATO contro la Russia. La posizione di dialogo a est della Germania, del resto, è un tratto distintivo della tradizione in politica estera della SPD (in seno a cui, in tempi di piena Guerra Fredda, nacque la cosiddetta Ostpolitik di Willy Brandt).

Se il candidato Presidente Steinmeier si è quindi segnalato come poco diplomatico nei giorni della vittoria di Trump, questo non significa che le sue posizioni non rappresentino una seppur difficile possibilità di allineamento tra Germania e Stati Uniti sulla questione russa. Una questione su cui una Presidenza Clinton, invece, avrebbe preteso forme di conflittualità permanente.

Il già due volte Ministro degli Esteri Steinmeier è dunque anche espressione di una particolare abilità tedesca nel campo della realpolitik internazionale, al di là di quelli che sono i proclami necessari e vitali per affermare l’identità centrale dell’establishment politico e istituzionale della Germania.

Per una NATO che si concentri sul terrorismo islamico?

Steinmeier era già stato, talvolta, conciliante nei rapporti con un altro attore sempre più importante dello scacchiere internazionale: la Turchia di Erdogan. Se in occasione del fallito golpe di luglio il Ministro degli Esteri tedesco aveva condannato la svolta autoritaria del successivo contro-golpe, Steinmeier si era però precedentemente schierato contro la risoluzione tedesca sul riconoscimento ufficiale del genocidio degli armeni. In nome della contingenza diplomatica, infatti, il Ministro socialdemocratico considerava totalmente inopportuno aprire ora il dibattito sui crimini ottomani contro il popolo armeno.

Un’apertura, quella di Steinmeier, che non gli ha però risparmiato l’atmosfera a dir poco sgradevole di martedì scorso, in occasione di una delle sue ultime visite ufficiali nel ruolo di Ministro degli Esteri, proprio in Turchia.

Arrivato ad Ankara freschissimo dell’investitura a candidato Presidente della Repubblica, Steinmeier è stato coinvolto in un acceso scambio di opinioni a favor di telecamera con il Ministro degli Esteri turco Mevlüt Cavusoglu.

In quella che è sembrata una precisa azione della propaganda interna del Governo turco, Cavusoglu ha pubblicamente accusato la Germania e Steinmeier di dare libero asilo a “terroristi” ricercati da Ankara, segnatamente membri del PKK curdo e del movimento antigovernativo gulenista. Questa intraprendenza del governo turco nell’attaccare l’esecutivo tedesco è stata forse rafforzata dal risultato elettorale americano, che ha notoriamente messo in discussione i tradizionali assetti strategici della NATO.

La diretta risposta del candidato Presidente Steinmeier al collega turco, però, è stata altrettanto precisa, e ha ricordato che la Germania persegue ogni forma di terrorismo: “Quello del PKK” così come “quello dell’ISIS”.

Un riferimento specifico al terrorismo dello Stato Islamico che può essere letto come qualcosa di più di una stoccata al Governo Erdogan sui suoi ambigui rapporti con il percorso di crescita dell’ISIS.

Steinmeier, così come tutto l’establishment politico tedesco, sono infatti consapevoli che un eventuale abbassamento della tensione NATO-Russia potrebbe favorire un maggiore focus dell’alleanza atlantica sullo scenario mediorientale e sulla risoluzione del conflitto siriano. Un parallelo scossone ai rapporti tra Occidente e monarchie del Golfo, inoltre, potrebbe erodere il velenoso sistema dei finanziamenti al terrorismo islamico.

Se tutto ciò avvenisse si aprirebbero prospettive inedite che, in Germania come in Francia, potrebbero paradossalmente supportare un recupero di reputazione dei governi europeisti contro l’avanzata dei populismi.

L’immagine di governi europei ideologicamente deboli o ambigui di fronte all’islamismo oltranzista e al terrorismo islamico, infatti, è una delle pietre angolari del successo narrativo del populismo.

Dimostrare una nuova, riconoscibile ma non strumentale fermezza di fronte a tutte le forme del radicalismo islamico, sul piano internazionale così come su quello interno, sarebbe probabilmente uno dei più importanti percorsi a disposizione dei governi europei per rientrare in contatto con ampi settori delle società.

In questo senso, e molto probabilmente in nessun altro, la pericolosa salita al potere di Trump e il riassetto delle priorità della NATO potrebbero rivelarsi temporaneamente utili alla Germania e all’Europa.

Tutto, però, resta estremamente incerto e molto difficile.

@lorenzomonfreg

 

 

 

 

 

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