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Non solo Angela, così le donne dominano la partita elettorale tedesca

La campagna elettorale è alle battute finali. Si dice sia stata molto noiosa, eppure sono emersi nuovi personaggi politici. Soprattutto dal fronte femminile.

Una scultura in plastica del filosofo Karl Marx sotto al palco da cui parla la candidata del partito di sinistra Die Linke Sahra Wagenknecht. Lipsia, 28 agosto 2013. REUTERS / Thomas Peter
Una scultura in plastica del filosofo Karl Marx sotto al palco da cui parla la candidata del partito di sinistra Die Linke Sahra Wagenknecht. Lipsia, 28 agosto 2013. REUTERS / Thomas Peter

La campagna elettorale tedesca è in dirittura d’arrivo. E secondo diversi commentatori sarà più interessante il post del pre elezioni. Perché anche se la CDU portasse a casa la maggioranza dei voti, non sarebbe detta ancora l’ultima parola. E se l’SPD (numeri permettendo) riuscisse a convincere i Verdi a fare una coalizione a tre insieme ai liberali dell’FDP (sempre che questi si mostrino disponibili) o alla Linke, soffiando così ad Angela Merkel il quarto mandato? Già ipotesi, lambiccamenti. Quello sul quale invece ci si può sin d’ora soffermare è una nuova costellazione politica che si è venuta a evidenziare durante queste elezioni e che mette in primo piano alcune figure di donne politiche più sicure, assertive, attive dei loro colleghi maschi. Sono soprattutto tre che meritano essere osservate più da vicino. Due appartengono ai partiti più radicali dello spettro politico, cioè alla Sinistra (Linke) e al partito nazionalista Alternative für Deutschland (AfD), mentre la terza all’Spd. Nei primi due casi si tratta di Sahra Wagenknecht per la Linke e di Alice Weidel per l’AfD. In un recente confronto televisivo tra i leader dei partiti minori, le due hanno catalizzato l’attenzione per temperamento e combattività.

C’è chi pronostica alla 48enne Sahra Wagenknecht, attualmente uno dei due capogruppo della Sinistra al Parlamento, un grande futuro. E non si tratta di un militante della Sinistra, e o di suo suo marito, l’ex capo della Spd poi passato alla Sinistra, Oskar Lafontaine. Si tratta di un politico dei Verdi. A lungo Wagenknecht è stato il bastione e coscienza dogmatica dell’ala più radicale del suo partito. Anni fa, ai tempi in cui era leader della piattaforma comunista, difendeva ancora, almeno in parte, la politica economica di Walter Ulbricht (primo Segretario Generale della Germania dell’est). Nata e cresciuta nella Germania dell’est, Wagenknecht è figlia di una tedesca e di un iraniano (scomparso a un certo punto e mai più riapparso). È dai tempi della scuola che gira protetta da una corazza di inavvicinabilità e altezzosità. Una difesa necessaria, visto che i bambini la prendevano in giro per via della sua pelle olivastra e i capelli nerissimi. Poi era stato il regime socialista a starle stretto, lei si rifiuta di partecipare a manifestazioni indette dal partito, e per questo le viene negata la possibilità di studiare. Ma nonostante ciò, nell’estate dell’89 era entrata nel partito unico SED, per salvare il salvabile. Inutilmente, come si sa. E così, dopo la caduta del Muro, si iscrive all’università e comincia a fare attività politica. Resta però spigolosa, solitaria, fin quando non incontra Lafontaine. “Grazie a lui ho imparato a rilassarmi, a tenere più sotto controllo i miei istinti ribelli” confessa in un’intervista al Tagesspiegel. E in effetti, osserva l’intervistatore, Wagenknecht negli ultimi anni è molto cambiata. Non solo è meno rigida nell’approccio con il prossimo, è anche meno dogmatica nelle posizioni politiche.

Tra i cambiamenti più importanti c’è il suo riconoscersi apertamente nella scuola economica ordoliberista. A chi parla di bizzarria, lei ribatte che, se si seguissero fedelmente le idee fondanti del liberismo, ne uscirebbe una sorta di “socialismo creativo”, avverso alla centralizzazione e favorevole “a produttività e concorrenza”. Certo, lo stato dovrebbe avere il compito di garantire a chi da poco o da tempo non ha più un lavoro, di poter vivere ciò nonostante in modo dignitoso. Tesi le sue che, almeno in parte, non sono poi tanto diverse da alcune sostenute dai liberali.

Motivo per cui Alice Weidel, 38 anni, durante quel dibattito televisivo, esordisce dicendosi d’accordo con alcuni ragionamenti di Wagenknecht. Un apprezzamento che la stessa ha però immediatamente rimandato alla mittente, perché essere lodata proprio da chi rappresenta un partito di destra, nel qual si trovano anche politici che sono in odore di simpatie naziste, è l’ultima cosa che vorrebbe.

La bruna e la bionda, così diverse, eppure a vederle insieme è difficile non trovare tratti comuni, ben inteso, solo caratteriali. Anche l’intercedere di Weidel è un po’ rigido, un po’ altezzoso, anche lei tende a mantenere una certa distanza verso il prossimo. Il suo è il curriculum di una economista che ha lavorato in Cina – parla correntemente il mandarino – poi per la Goldman Sachs anche Hong Kong, mentre oggi è la consulente finanziaria di start up. Il suo percorso politico l’ha vista prima nei Verdi, poi nell’FDP. Nell’AfD è entrata perché condivideva le protesta del fondatore, il professore di economia Bernd Lucke, contro i salvataggi della Grecia. Lucke se n’è poi andato, quando il partito ha assunto posizioni troppo nazionaliste, lei invece è rimasta. I vertici la dipingono come contrappeso a Björn Höcke, portavoce dell’AfD in Turingia, che per via di un vocabolario che pare uscito dal Terzo Reich ha rischiato anche l’espulsione.

Se a molti suoi amici è apparsa sconcertante la sua politica, ancora più curioso potrebbe apparire il fatto che, in un partito così conservatore i delegati abbiano scelto anche lei come candidato di punta alle elezioni. Weidel è, infatti, sposata e vive in Svizzera con una regista di origine asiatica, insieme hanno anche due figli piccoli. Sarà pure un controsenso, penseranno alcuni dell’AfD, “intanto però abbiamo una candidata più che presentabile e soprattutto capace di argomentare”. Nei talk show Weidel ricorre prevalentemente ad argomentazioni di tipo economico, nei comizi di partito la si può però sentire pronunciare anche frasi nello stile radicale di Höcke. Recentemente è stata resa pubblica una mail del 2013, nella quale lei definiva Sinti, Rom e arabi “popoli estranei alla cultura tedesca, che stanno invadendo il nostro paese”. I parlamentari del Bundestag sarebbero peraltro “porci” e “marionette delle potenze vincitrici”. Lei nega di esserne la mittente, alla domanda però, su cosa intenda fare, lei rimanda ai suoi avvocati. E’ probabile che questa mail agli occhi dei suoi sostenitori, cambi poco. Così come non inciderà sui suoi sostenitori la notizia diffusa mercoledì dal sito online del settimanale Die Zeit. Secondo lo setto Weidel in passato avrebbe impiegato per le pulizie di casa, donne che avevano fatto richiesta d’asilo, pagandole in nero. Ma si sa, penseranno i sostenitori dell’AfD, si tratta di fango gettato dalla “stampa corrotta”.

Infine c’è la socialdemocratica Andrea Nahles, attuale ministra del Lavoro. Anche lei una politica tosta e tra le tre, quella con maggior esperienza.

47 anni, cattolica praticante, divorziata e con una bambina di sei anni, Nahles in passato è stata leader storica degli Jusos, i giovani socialdemocratici, e successivamente a capo dell’ala più di sinistra dell’SPD. Due ruoli che non le hanno però assicurato solo simpatie da parte dei compagni. Nahles ha la nomea di non mollare finché non ha ottenuto quel che vuole. La sua tattica è quella dello sfinimento. Così ha fatto anche in questi anni a capo del ministero del Lavoro. Ed è grazie alla sua cocciutaggine che – vincendo le resistenze di Merkel – alla fine il salario minimo è stato introdotto; ed sempre grazie a Nahles che c’è stata la riforma delle pensioni: questa prevede ora la possibilità di ritirarsi dal lavoro a 63 anni e senza decurtazioni, per chi ha versato contributi per 45 anni. Per le donne che hanno messo al mondo figli prima del 1992, verranno invece conteggiati due anni per l’educazione degli stessi. Ma nonostante questi meriti, la discesa in campo di Nahles, al posto di Martin Schulz, per sfidare Merkel non è stata nemmeno presa in considerazione. La cosa non le ha fatto certo piacere, ma non è detto che il futuro non le riservi ancora qualche gradevole sorpresa, come scrive il settimanale Spiegel. Se l’SPD dovesse ottenere più del 25 per cento dei voti, ci si dovrà chiedere se entrare di nuovo in una grande coalizione o meno. In caso affermativo, ed è l’ipotesi che Nahles preferisce (non necessariamente però) lei potrebbe vedersi promossa a capogruppo, un che le lascerebbe più libertà di movimento. Se il partito dovesse invece rimanere al di sotto, Schulz dovrà lottare per mantenerne la guida. La tentazione dell’SPD di voltare una volta per tutte pagine sarebbe infatti forte. E se così fosse, la scelta potrebbe cadere su di lei, scrive il settimanale di Amburgo.

Tre donne con posizioni diametralmente opposte e per questo capaci di riportare la vera cultura del dibattito in Parlamento. Almeno questo sperano alcuni.

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