Silvio Berlusconi voleva fargli fare il kapò, Martin Schulz, invece, vuole diventare il prossimo Cancelliere della Germania. E la missione non sembra più impossibile.

Il leader del Nuovo Partito Democratico Sociale (SPD) Martin Schulz in una conferenza stampa presso la sede del partito a Berlino, Germania, 30 gennaio 2017. REUTERS / Fabrizio Bensch
Il leader del Nuovo Partito Democratico Sociale (SPD) Martin Schulz in una conferenza stampa presso la sede del partito a Berlino, Germania, 30 gennaio 2017. REUTERS / Fabrizio Bensch

Lasciata la sedia da Presidente del Parlamento Europeo, Schulz è entrato come un fulmine a ciel sereno nella politica tedesca. Forse non riuscirà a spodestare Angela Merkel, ma il vivace e polemico socialdemocratico è già riuscito a ravvivare una campagna elettorale che sembrava destinata a una rielezione scontata della Cancelliera.


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61 anni, figlio di un poliziotto, bocciato alle superiori, formazione libraio, ex calciatore dilettante, poliglotta, giovanissimo sindaco e, poi, europarlamentare per anni, Martin Schulz è certamente un tedesco atipico: provocatore, impulsivo, ironico, esuberante. Pochi anni fa, Schulz raccontò di aver attraversato e superato, neanche ventenne, l’inferno dell’alcolismo, confermandosi capace di uno stile di auto-narrazione emozionale, ben più americano che tedesco. Un talento che si sta rivelando vincente e che non è certo scontato per chi ha fatto carriera negli apparati dell’Unione Europea, spesso descritti come un regno di fredda e impersonale tecnocrazia.

Il tecnocrate-outsider

Dopo un anno politico come il 2016, i sondaggi valgono ben poca cosa, soprattutto se mancano 7 mesi alle elezioni. Resta il fatto che, in pochi giorni, l’annuncio della candidatura di Schulz ha fatto risalire la SPD di ben 9 punti percentuali, riportandola a un record che non si vedeva dal 2006. Secondo l’ultimo rilevamento su base nazionale, infatti, se si votasse domani mattina la CDU-CSU di Merkel conquisterebbe il 33% dei voti, mentre la SPD di Schulz il 32%.

Un testa a testa improvviso, su cui non avrebbe scommesso nessuno.

Martin Schulz è l’ennesima dimostrazione che niente è più prevedibile nella politica europea contemporanea. Solo due settimane fa, in Germania si facevano ancora battute sulla missione da kamikaze senza speranze di Schulz, parlando della sua candidatura come del ripiego di prestigio di un superboss UE rimasto senza lavoro.

La maggioranza degli analisti considerava il socialdemocratico troppo poco conosciuto in patria, oltre che debole all’interno del proprio stesso partito. Due caratteristiche che, invece, sembrano ora favorire il neo-candidato. Proprio perché appena sceso da un aereo in arrivo da Bruxelles, Schulz non ha diretti legami con l’attuale governo di coalizione CDU-SPD e si può permettere un atteggiamento critico nei confronti dell’esecutivo. Un aspetto a cui deve aver pensato anche il compagno di partito Sigmar Gabriel, Vice-Cancelliere dell’attuale Governo Merkel, che ha fatto un decisivo passo indietro per sostenere la candidatura dell’outsider di lusso.

Merkel-Müdigkeit: stanchezza da Merkel

Comunque andrà nelle elezioni di settembre, una cosa è chiara a tutti: l’immediata vampata di consensi per Schulz è anche frutto di quella che diversi giornali hanno già ribattezzato Merkel-Müdigkeit, una naturale stanchezza dei tedeschi nei confronti della Cancelliera, in carica da 12 anni. Tanti tedeschi giudicano ancora Merkel una garanzia, ma sembra tecnicamente impossibile che qualcuno la sostenga con appassionato entusiasmo.

Lo stile radicalmente attendista e riflessivo di Angela Merkel è esattamente il contrario della verve di Schulz, un politico che, ad esempio, non si è risparmiato nel confrontarsi con la svolta autoritaria di Erdoğan in Turchia o l’ascesa nazionalista-unilaterale di Donald Trump in America.

Insomma, un uomo spesso poco conciliante e non particolarmente diplomatico, che non scatenò solo una delle più penose figure berlusconiane, ma portò Jean-Marie Le Pen, scomodo padre di Marine, a dire: “Schulz è un signore che ha l'aspetto di Lenin e parla come Hitler”.

“Make Europe Great Again”

L’ex leader del Front National non è il solo nemico giurato di Schulz, anche l’inglesissimo anti-UE Nigel Farage si è più volte scontrato con l’allora Presidente del Parlamento Europeo, così come altri nazionalisti si sono scambiati battute a muso duro con il socialdemocratico più intransigente della Germania.

Ogni tedesco che voterà Martin Schulz, infatti, saprà di fare una scelta ultra-europeista. L’intera proposta politica di Schulz è legata a doppio filo al progetto europeo e la stessa biografia politica dell’ex Presidente non fa che richiamare una specifica e determinata impostazione culturale che vede nell’Unione la sola, storica, speranza europea.

Con il suo recente exploit di popolarità, soprattutto nell’elettorato più giovane, Schulz è diventato protagonista di una serie di meme e post virali sui social, che ne esaltano proprio l’europeismo militante, quasi oltranzista. Da qualche giorno, ad esempio, sta spopolando un’immagine in stile “Hope” di Obama, che ritrae però Schulz con la scritta “MEGA”, acronimo di “Make Europe Great Again”. Ma se “The Schulz” su Reddit o i video ironico-celebrativi su Youtube confermano il forte brand personale del candidato SPD, questo non significa che Martin Schulz sarà capace di reggere altri 7 mesi in quello che è l’anno della verità per l’Europa. La domanda, ad esempio, è per quanto tempo un rappresentante dell’establishment UE come lui riuscirà a presentarsi come un semplice outsider ribelle. Anche in Germania, infatti, l’insofferenza o il sostegno per l’Unione Europea saranno aspetti cruciali della lotta elettorale. Chiunque guardi con sospetto l’UE non voterà quasi certamente per Martin Schulz, a prescindere dalla sua popolarità come meme Facebook.

Große Koalition, auf Wiedersehen

Il forte europeismo del candidato socialdemocratico può anche diventare un assist per una svolta a destra della CDU di Merkel. Con una SPD forte, riconoscibile e competitiva, i cristiano-democratici hanno la possibilità di rimettere in discussione i dettami sempre più in crisi della moneta unica e dell’integrazione europea, un percorso che Merkel ha già iniziato a tracciare nelle ultime settimane (seppur con la sua proverbiale ambivalenza). A questo scenario si aggiunge un tema che monopolizza da più di un anno il dibattito interno alla Germania: la cosiddetta crisi dei migranti. Le politiche di accoglienza sono state alla base della prima, reale, crisi di consenso di Merkel, ma l’occasione di una SPD che ricompatti un fronte a sinistra può essere molto utile al tentativo della CDU di scendere a patti con la sorella bavarese CSU, riposizionandosi gradualmente su una maggiore intransigenza in merito a immigrazione e sicurezza.

Da parte sua, Schulz sta ancora tentennando nel presentare il proprio programma politico e non sembra intenzionato ad affrontare di petto il tema della crisi dei migranti, consapevole che l’argomento risvegli, nell’elettorato tedesco, sensibilità e preoccupazioni trasversali. Il candidato socialdemocratico sembra per ora deciso nel basare la propria campagna sulla giustizia sociale, una questione sentita nel paese, in cui il tasso di disoccupazione ai minimi storici nasconde molte storture del mondo del lavoro e smantellamenti del welfare tedesco. Una campagna elettorale per la giustizia sociale che, di fatto, spinge la SPD verso un’ipotetica alleanza di governo con i Verdi e con la Linke, circostanza che potrebbe costare voti allo stesso Schulz. Il decisivo elettorato di centro, infatti, è aperto alla moderazione produttivista della socialdemocrazia, ma non all’anti-capitalismo democratico della Linke.

Nonostante le difficoltà a sinistra, anche l’agitazione tra le fila della CDU è in crescita, fino al punto di interrogarsi sulla convenienza della ricandidatura di Merkel, che era stata nominata solo un paio di mesi fa con un plebiscito. Un nervosismo confermato dai primi attacchi contro Schulz, che hanno puntato al suo passato molto ben retribuito da Presidente del Parlamento UE e, sempre sulla stessa linea, sul suo eccessivo supporto dell’Unione rispetto ai più contingenti interessi nazionali tedeschi.

Willy Brandt o Friedrich Ebert?

Gli attuali e i futuri equilibri politici tedeschi non escludono, tuttavia, una riedizione della stessa Große Koalition, magari con un Schulz Vice-Cancelliere dietro a un’intramontabile Merkel. Da sempre, SPD e CDU sono capaci di essere bellicose avversarie o strategiche alleate. Molto dipenderà dall’evolvere della campagna elettorale, dalla pressione esercitata dai populisti di destra e, soprattutto, dall’esito delle elezioni francesi di maggio, che possono essere un punto di non ritorno per qualunque progetto europeista nel continente.

Non solo. Se Schulz dovesse riuscire nell’impresa di diventare il prossimo Cancelliere tedesco, si troverebbe davanti a un compito certamente proibitivo. Un esecutivo di sola sinistra dovrebbe fronteggiare un’opposizione durissima da parte dei cristiano-democratici sui temi economici e, ancora di più, da parte della nuova destra AfD, che troverebbe in un governo SPD-Verdi-Linke un avversario ideologico perfetto. In tempi di decisioni storiche sull’UE, sulle politiche di immigrazione, sui rapporti geopolitici e sul destino della moneta unica, un governo a guida socialdemocratica potrebbe trovarsi in acque drammaticamente agitate. E Martin Schulz dovrebbe decidere se ispirarsi a Willy Brandt, uno dei socialdemocratici che fecero grandi la Germania e l’Europa, o diventare pericolosamente simile a Friedrich Ebert, presidente SPD di quella Repubblica di Weimar che precipitò nella lunga notte nazista.

@Lorenzomonfreg

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