Le congratulazioni di Merkel al trionfante Orban hanno innescato un’accesa polemica in Germania. I legami tra Berlino e Visegrad però sono destinati a crescere, stimolati dal commercio, ma anche dalla convergenza politico-culturale in un nuovo conservatorismo mitteleuropeo

La cancelliera tedesca Angela Merkel.  REUTERS/Hannibal Hanschke
La cancelliera tedesca Angela Merkel. REUTERS/Hannibal Hanschke

Berlino - Dalla sua fondazione nel 1991 a oggi, il gruppo Visegrád (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Repubblica Slovacca) è passato da un’alleanza volta ad accelerare l’ingresso dei quattro paesi nell’Unione Europea a gruppo interno che contesta politiche e ideologie portanti della stessa Ue. Una contestazione che si è sviluppata su due assi strutturali (ma quasi contradditori): l’urgenza di spingere l’Unione verso una geostrategia meno aperta verso Mosca (una richiesta soprattutto della Polonia e rivolta principalmente contro l’ambivalenza tedesca sul tema) e il rifiuto culturale e tattico delle politiche di accoglienza in tema d’immigrazione (di cui l’Ungheria è l’evidente leader).


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All’interno del V4 ci sono dossier divisivi (a partire proprio da quello russo), ma la concomitanza di quattro governi con tendenze sovraniste e (parzialmente) euroscettiche ha compattato l’alleanza. Soprattutto l’esecutivo polacco del PiS, il partito Diritto e Giustizia di Jarosław Kaczyński si è saldato strategicamente con il solido governo magiaro di Viktor Orbán, che è da sempre molto attivo e abile nell’europeizzare il proprio messaggio.

Germania anti-Visegrád e Germania pro-Visegrád

Come reagisce la Germania? A Berlino è ormai chiaro che il gruppo Visegrád abbia trovato una propria dimensione e che nessuno dei quattro paesi sia pronto a seguire supinamente la Führung aus der Mitte tedesca (leadership dal centro dell’Europa).

Il mercato complessivo dei Paesi V4 è oggi per la Germania più grande di quello francese, mentre gli interscambi tra Germania e la sola Polonia sono il doppio di quelli tra Germania e Russia. L’economia tedesca, insomma, non può trascurare il ruolo dei propri vicini e diventa quasi automatica la ricerca interessata di (nuove) convergenze politico-culturali.

Al momento, quindi, il confronto della Germania con la contingenza del V4 genera due reazioni opposte. Da una parte c’è ancora una profonda, decisa e determinata condanna di quella che è descritta come una regressione autoritaria nei due maggiori Stati dell’alleanza: Polonia e Ungheria. La politica e i maggiori media tedeschi sottolineano da tempo l’affermarsi di una democrazia illiberale a Varsavia e Budapest, compattata attorno a una propaganda consapevolmente xenofoba e applicata tramite riforme istituzionali sempre più distanti dai principi base dell’Unione Europea.

Dall’altra parte, lo stesso partito della Kanzlerin tedesca ha iniziato da tempo a guardare diversamente ai protagonisti del Visegrád. Dopo la trionfale rielezione di Orbán lo scorso 8 aprile, Angela Merkel si è congratulata con il premier magiaro per la sua vittoria (il rapporto dei due leader non è solo definito dalla convenienza diplomatica, ma anche dalla loro comune appartenenza al Partito Popolare Europeo). La scorsa settimana, una lettera aperta di diversi accademici, scrittori e attivisti tedeschi e internazionali ha accusato Merkel di “vergognoso silenzio” di fronte a quella che viene descritta come una riduzione della libertà di stampa e di associazione in Ungheria. Orbán, inoltre, viene direttamente accusato dai firmatari della lettera di farsi portavoce di una propaganda apertamente antisemita e ostile allo stato di diritto.

La verità è che, nonostante sia stata scelta Angela Merkel per condannare la vicinanza tra Cdu-Csu e il partito magiaro Fidesz, tra i cristiano-democratici tedeschi ci sono sostenitori di Orbán ben più convinti della cauta Cancelliera. Su tutti spicca il cristiano-sociale Horst Seehofer, attuale ministro dell’Interno (e della Patria), le cui posizioni in tema di Europa e immigrazione sono molto vicine a quelle del premier ungherese. Più complessivamente, diversi settori conservatori tedeschi vedono di buon occhio una specie di contaminazione culturale in arrivo da est, da quella terra di mezzo da sempre schiacciata tra Russia ed Europa più occidentale.

Su questo piano è l’Austria del governo Kurz a essere un laboratorio in lingua tedesca per il nuovo conservatorismo mitteleuropeo. A Vienna è in corso un progetto che vuole restare interno all’Ue, ma che è stato capace di riassorbire parte delle istanze populiste, tendendo verso una specie di europeismo di segno occidentalista-identitario. Sul piano ideologico, soprattutto quando inizierà il dopo Merkel, niente potrà più escludere l’avvicinarsi degli stessi cristiano-democratici tedeschi ai messaggi euro-identitari dei governi di Visegrád.

Convergenze magari non destinate a compattarsi su dossier complicati come i rapporti Ue con Mosca, ma in grado di proporre nuove alleanze sincretiche in seno all’Unione.

In Germania, del resto, lo scenario sociale per questa svolta à la Visegrád dei cristiano-democratici è oggettivamente favorevole: mentre accademici e intellettuali denunciano il pericolo antisemitismo in Ungheria, nei media tedeschi si parla da settimane dell’antisemitismo diffuso nelle comunità musulmane immigrate in Germania, vale dire proprio quelle che Orbán non vuole vedere formarsi nel proprio paese.

Se a Budapest la stampa, le Ong e le minoranze sono dichiarate sotto attacco, è in Germania che il Concilio Centrale degli Ebrei si è appena sentito costretto a invitare gli uomini della propria comunità a non indossare la kippah nelle grandi città.

Sia la regressione democratica ungherese sia l’antisemitismo legato all’immigrazione in Germania sono problemi concreti per la libertà in Europa, ma sarà facile scegliere di utilizzare politicamente solo uno dei due.

@lorenzomonfreg

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