La politica estera è stata poco presente nel dibattito elettorale tedesco. Eppure, a seconda della coalizione che si troverà a governare la Germania, i rapporti con Europa, Stati Uniti, Russia e Turchia potrebbero cambiare radicalmente.

La Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin al G20 di Amburgo. REUTERS/Bernd Von Jutrczenka
La Cancelliera tedesca Angela Merkel e il Presidente russo Vladimir Putin al G20 di Amburgo. REUTERS/Bernd Von Jutrczenka

Se si esclude il tema dell’immigrazione, la politica estera ha ricoperto poca importanza nella campagna elettorale tedesca. Gli osservatori si sono abituati a considerare i partiti con aspirazioni di governo sostanzialmente allineati sulle questioni internazionali. L’attuale scenario globale, però, non permette questo tipo di sottovalutazioni. La pressione dei mutamenti geopolitici è destinata ad agitare la presunta armonia interna della Germania. E le sensibili differenze tra i vari partiti sui temi di politica estera potranno rivelarsi decisive nei prossimi quattro anni. Angela Merkel sembra avere il quarto mandato in tasca (secondo i sondaggi la CDU ha 15 punti di vantaggio sulla SPD di Martin Schulz), ma è in ogni caso improbabile che possa governare da sola. A definire la politica estera che verrà sarà dunque la composizione della nuova coalizione al governo. 


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La prima possibilità è una riedizione dell’attuale Große Koalition: un governo CDU-SPD si assicurerebbe il 60% circa dei voti. Si tratterebbe della soluzione più semplice, che però non piace all’ala destra dei cristiano-democratici (a partire dalla CSU bavarese), mentre gli stessi socialdemocratici sanno che replicare il ruolo di junior partner significherebbe accettare un ennesimo ridimensionamento politico. La seconda possibilità è un’alleanza a destra tra CDU e i liberali della FDP. Rimasti fuori dal Bundestag nelle scorse elezioni, ora i liberali sembrano in grado di raccogliere fino al 10% dei voti. Anche il loro contributo, però, potrebbe non bastare a Merkel per formare un nuovo governo. In tal caso, c’è la cosiddetta opzione “Jamaika”, così chiamata perché al colore nero della CDU e al giallo della FDP si aggiungerebbero i Grünen, i Verdi tedeschi. Un’alleanza a tre non impossibile, ma certamente difficile. C’è infine la stramba evenienza che la CDU venga estromessa e che l’esecutivo venga creato dalla SPD con i Verdi e la sinistra radicale Linke (coalizione rosso-rosso-verde) o con i Verdi e gli stessi liberali (coalizione rosso-verde-giallo). Si tratta di due possibilità remote nei numeri e nella fattibilità politica. Soprattutto un governo di sola sinistra rischierebbe di portare una certa aria di Weimar nel paese, creando un’opposizione di destra molto potente in cui i cristiano-democratici siederebbero accanto ai populisti di AfD, il che è l’ultima cosa che si auguri l’establishment politico-economico tedesco.

Le opzioni sul tavolo sono diverse e ciascuna di queste indirizzerebbe in modo più meno netto la politica estera del prossimo governo Merkel. Questo vale soprattutto per quattro aree fondamentali: Europa, Russia, Turchia e Stati Uniti.

Europa

La Große Koalition CDU-SPD è un’alleanza tra europeisti tiepidi ed europeisti entusiasti. In un governo nero-rosso, Martin Schulz sarebbe il Vice Cancelliere di Angela Merkel, oltre che un ministro di rilievo. Il suo profilo ultra-europeista e la sua storica appartenenza all’apparato istituzionale dell’UE potrebbero mitigare la tendenza dell’ala destra dei cristiano-democratici a voler scavalcare sempre di più Bruxelles e Strasburgo. Schulz e i suoi sarebbero, ad esempio, un certo contrappeso all’attuale Ministro delle Finanze Wolfgang Schäuble, che secondo alcuni punta a dirigere la nascita di un nuovo ministero delle Finanze europeo per ordinare rigorosamente l’area euro sulla base delle singole responsabilità nazionali. Malgrado la forma europeista delle sue ultime proposte, infatti, Schäuble resta uno dei primi teorici della Kerneuropa, un nucleo di egemonia mitteleuropea che tende a marginalizzare la periferia dell’UE.

L’impostazione politica di Schäuble potrebbe essere paradossalmente frenata anche dalla stessa Angela Merkel per calcoli di egemonia personale. Se il prossimo governo CDU non venisse formato con la SPD ma con la FDP, però, le posizioni dei liberali potrebbero esacerbare le dottrine di rigore finanziario, anche al di là degli equilibri creatisi negli ultimi anni. I liberali sono un partito business oriented, molto vicino all’establishment economico tedesco e alla Bundesbank, e sono mossi da una concreta realpolitik finanziaria che considera l’UE necessaria ma preferibilmente impegnata a regolare i partner europei senza disturbare troppo Berlino (anzi, Francoforte). Anche un’eventuale coalizione Jamaika, con i Verdi aggregati a FDP e CDU, non cambierebbe molto lo scenario. I Grünen entrerebbero in un governo con una percentuale appena sufficiente per difendere e proporre a denti stretti la propria agenda ambientalista (oltre a un paio di altri temi specifici).

Russia

La Germania è un paese storicamente scisso tra russofilia e russofobia. Da tempo la Cancelliera si rapporta a Mosca con la sua tradizionale e strategica ambiguità. Per Vladimir Putin, a ben guardare, Angela Merkel continua a essere un interlocutore migliore di altri. I due leader si conoscono e, malgrado tutto, l’estremo possibilismo di Merkel lascia sempre più porte aperte di quanto si creda. La CDU ha inserito nel proprio programma la volontà di continuare a dialogare con la Russia (fino all'alleggerimento o alla rimozione delle sanzioni economiche) a patto che Mosca segua la via del protocollo di Minsk sulla questione ucraina. Anche in questo caso, il prossimo alleato di governo di Merkel potrebbe influenzare sensibilmente l’impostazione futura di Berlino.

Schulz non è mai stato tenero con la Russia e ha apertamente utilizzato il termine “putinisation” come sinonimo di degenerazione autoritaria. Questo, però, non significa che l’ex Presidente del Parlamento Europeo possa cancellare la decennale tendenza socialdemocratica al dialogo con il gigante russo. Socialdemocratica fu l’ostpolitik iniziata da Willy Brandt, mentre da sempre aperto a Mosca è il socialdemocratico Frank Walter Steinmeier, attuale Presidente della Repubblica Federale e autore di una delle proposte più moderate sul conflitto ucraino. Ma, soprattutto, socialdemocratico è stato e rimane Gerhard Schröder, il potente ex Cancelliere che nel 2003 tenne la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Schröder è amico personale di Putin, siede da anni a capo del board di Nord Stream AG ed è ora vicino a una nomina all’interno della public company petrolifera russa Rosneft.

Nel recente confronto tv con Merkel, Schulz ha pubblicamente invitato Schröder a non accettare un incarico così vicino al Cremlino, ma neanche un simile appello può nascondere quell’area di stretti interessi russo-tedeschi di cui Nord Stream è l’infrastruttura più evidente e i socialdemocratici sono da anni i referenti politici più radicati. Non è un caso che la SPD chieda ora un rafforzamento della via diplomatica nei rapporti con la Russia, punti molto sul ruolo dell’OSCE e auspichi un uso “differenziato” dei meccanismi di sanzione.

Il dialogo socialdemocratico con Mosca resterebbe invece tagliato fuori dal governo se il prossimo alleato di Merkel saranno i liberali o, anche, i Verdi. Entrambi i partiti sono più fermi nel mantenere le sanzioni economiche. I Verdi, soprattutto, sono strutturati da un’impostazione liberal che non vuole abbandonare la questione dei diritti di fronte agli interlocutori internazionali. Anche la posizione della FDP è fortemente liberal, ma la già nominata business-realpolitik dei liberali li rende molto più possibilisti nei rapporti con la Russia, tanto che Christian Lindner, segretario di FDP, ha consigliato di “congelare” momentaneamente il conflitto ucraino e considerare lo scenario in Crimea come “provvisorio sul lungo periodo”.

Turchia

La presenza di 3 milioni di turco-tedeschi nel paese crea una situazione molto delicata nei rapporti tra Berlino e Ankara. Il prossimo governo Merkel dovrà cercare di andare d’accordo con l’esecutivo AKP, anche se nessuno più crede che la Turchia possa mai entrare nell’UE e i rapporti tra Berlino e Ankara siano molto deteriorati. L’attuale governo CDU-SPD  peraltro è ancora strettamente vincolato all’accordo con la Turchia sul contenimento dell’immigrazione.

Una nuova Große Koalition, quindi, non potrebbe modificare troppo i propri rapporti con il partner al di là del Bosforo, nonostante i socialdemocratici facciano continui e plateali appelli in nome dei diritti umani negati da Ankara. La FDP, da parte sua, si rapporta con la Turchia cercando di mantenere in primo piano gli interessi delle aziende tedesche che hanno investito nell’area, mentre i Grünen sono sicuramente i più ostili al potere di Erdoğan (anche a causa della leadership verde di Cem Özdemir, tedesco di origini turche e sostenitore dell’opposizione turca).

Stati Uniti

I rapporti tra Berlino e Washington possono essere analizzati su diversi piani: quello dell’alleanza militare, quello del mercato internazionale e quello dei rapporti tedeschi con la presidenza Trump (ovviamente, con le dovute sovrapposizioni). 

Se si esclude la Linke e (parzialmente) l’AfD, tutti i maggiori partiti tedeschi spingono per un mantenimento del tradizionale assetto NATO. Nonostante le parole di Merkel sulla necessità di “prendere in mano il proprio destino”, la Germania non è semplicemente ancora pronta per qualcosa di diverso dall’alleanza atlantica.

Sul tema degli investimenti nella difesa, però, le differenze tra partiti tedeschi sono molto chiare. SPD e Verdi si oppongono all’aumento della spesa per gli armamenti, mentre CDU e FDP programmano di raggiungere nel 2024 quel 2% del PIL deciso nel vertice NATO del 2014. Anche se è formalmente vincolato alle attuali alleanze, l’impegno sul lungo periodo del centrodestra tedesco punta a un’inedita autonomia militare della Repubblica Federale (più o meno all’interno di una cornice di difesa europea).

Sul piano dello scontro commerciale, le differenze tra centrosinistra e centrodestra tedeschi vengono replicate. Il programma dei socialdemocratici è fortemente incentrato sugli investimenti interni e potrebbe di conseguenza ammorbidire il surplus commerciale della Germania, sempre più sotto accusa su scala internazionale. Al contrario, CDU e, ancora di più, FDP considerano il surplus nient’altro che il risultato dell’eccellenza industriale nazionale e, se si esclude proprio il settore della difesa, non c’è da aspettarsi una particolare inversione negli investimenti interni e nella bilancia import-export.

Sul fronte dei rapporti diretti con l’amministrazione Trump, infine, Angela Merkel ha già mostrato un mix di fermezza e ostinata diplomazia, anche quando è stata costretta a prendere atto di essere uno dei maggiori bersagli della narrazione politica del neo presidente USA. I socialdemocratici, al contrario, hanno portato avanti un attacco frontale e totale contro la persona di Donald Trump, cercando di fare del mai sopito antiamericanismo tedesco un dettaglio vincente nella campagna elettorale, tanto da proporre nuovamente la veloce rimozione delle armi nucleari USA dal territorio della Germania.

I liberali, infine, hanno inserito nel proprio programma una frase che stigmatizza proprio l’impostazione socialdemocratica: “dalla legittima critica al Presidente USA Trump non deve svilupparsi alcun antiamericanismo”. In questo caso le differenze sono evidenti e, per certi versi, contraddittorie. Il futuro dei rapporti transatlantici sembra destinato a un clima di esasperata incertezza.

Angela Merkel sarà quasi certamente Cancelliera per la quarta volta, riaffermando la sua cauta leadership in uno scenario interno più eterogeneo di quanto sembri. La sua calcolata resilienza e la sua tendenza a reagire alle contingenze piuttosto che a imporre un’agenda prestabilita favorirà sostanziali differenze tra un esecutivo CDU-FDP, uno CDU-SPD o una terza opzione. Una cosa è certa: dalla mattina del 25 settembre la Germania dovrà interrogarsi sempre più seriamente sul proprio ruolo internazionale.

@lorenzomonfreg

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