Dopo il pessimo risultato in Assia, Merkel rinuncia a sorpresa alla guida del partito. La Kanzlerin così spiazza i rivali interni, lanciando la delfina Kramp-Karrenbauer nella corsa per la successione. E punta a restare al governo fino al 2021, per rendere più solida la sua eredità internazionale

Angela Merkel durante la conferenza stampa successiva alle elezioni in Assia, dove la Cdu ha perso circa 10 punti. Berlino, 29 ottobre 2018. REUTERS/Hannibal Hanschke
Angela Merkel durante la conferenza stampa successiva alle elezioni in Assia, dove la Cdu ha perso circa 10 punti. Berlino, 29 ottobre 2018. REUTERS/Hannibal Hanschke

Berlino - Lunedì mattina, la Kanzlerin Angela Merkel ha dato ufficialmente inizio alla sua uscita di scena, annunciando la rinuncia a correre nuovamente per il posto di segretario della Cdu il prossimo dicembre. Nel suo intervento, Merkel ha anche dichiarato l’intenzione di voler condurre fino in fondo il suo ultimo mandato di governo, che dovrebbe teoricamente concludersi nel 2021. Secondo molti, però, è davvero difficile che l’esecutivo Merkel IV possa reggere ancora così a lungo. Una sola cosa è chiara: l’uscita di scena di Angela Merkel dalla politica tedesca avrà conseguenze enormi, in Germania e in Europa. La stessa Cancelliera ne è consapevole e, proprio per questo motivo, sembra ora tentare un’ultima mossa strategica, il cui esito è però molto incerto.


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L’annus horribilis della Cancelliera

Neanche un anno e mezzo fa, Foreign Policy definiva Angela Merkel “l’eterna Cancelliera” (“the forever Chancellor”). Le elezioni nazionali del settembre 2017, però, smontavano velocemente il mito del consenso indistruttibile della Bundeskanzlerin. A partire da quella tornata elettorale, infatti, per Merkel non c’è stata più pace. Prima è arrivato l’inedito fallimento delle trattative di un governo Jamaika, poi c’è stata la stanca riedizione di una Grande Coalizione imposta dalla sola ricerca di stabilità istituzionale.

Nei mesi successivi, l’esecutivo Merkel IV ha continuato ad arrancare, fino a oggi. A luglio il governo è quasi crollato a causa delle bordate anti-immigrazione del ministro degli Interni Seehofer, preoccupato per una possibile débacle della sua Csu alle elezioni regionali della Baviera. Débacle che è puntualmente arrivata a metà ottobre e che è stata seguita, la scorsa domenica, dal crollo della Cdu in Assia (dove i cristiano-democratici riusciranno probabilmente a guidare ancora un governo, ma lo faranno incredibilmente indeboliti e con 11,9 punti percentuali in meno rispetto al 2013).

Ancora prima delle recenti elezioni regionali, inoltre, c’erano già stati altri due eventi emblematici dell’indebolimento progressivo dell’egemonia politica della Cancelliera: il caso della sostituzione del capo dei servizi di sicurezza interna, Hans-Georg Maaßen, e l’ammutinamento nell’elezione del capogruppo parlamentare della Cdu, in cui il candidato di Merkel, Volker Kauder, è stato inaspettatamente sconfitto.

L’Assia non è la Baviera

La pessima performance della Cdu in Assia di domenica, ad ogni modo, è stata certamente il passaggio decisivo per il primo passo indietro della Kanzlerin. Se Merkel aveva potuto tenersi a distanza dal crollo della Csu in Baviera, la stessa cosa non poteva funzionare per le elezioni nel Land centro-occidentale, dove il candidato cristiano-democratico, Volker Bouffier, era proprio un fedelissimo della Kanzlerin. Significativa in questo senso è una foto di pochi giorni prima delle consultazioni, in cui proprio Angela Merkel è seduta al telefono, mentre cerca di motivare uno per uno i cristiano-democratici locali, al fine di arginare un'emorragia di voti già annunciata da settimane. In altre parole, è in Assia che Merkel si è esposta in tutto e per tutto, ben consapevole che un risultato non soddisfacente avrebbe deteriorato quasi irrimediabilmente la propria leadership.

Una ritirata strategica?

Eppure, nonostante tutti gli occhi fossero puntati dalle parti di Francoforte e Wiesbaden e nonostante l’effettivo fallimento elettorale della Cdu in Assia, con il suo annuncio di lunedì Merkel è riuscita ugualmente a sorprendere tutti. In qualche modo, infatti, molti tra analisti, alleati e avversari si erano convinti che Merkel fosse ormai decisa a non mollare su nessun fronte, con l’obiettivo di sopravvivere giorno per giorno alla guida del partito e del Paese.

Una previsione che si è rivelata sbagliata, ma a cui ha contribuito nelle scorse settimane la stessa Cancelliera, che ha confermato fino all’ultimo minuto di essere convinta che i ruoli di segretario del partito e di Kanzlerin non siano divisibili. Ora, invece, con un colpo di scena tanto ponderato quanto inaspettato, Merkel ha dichiarato esattamente l’opposto: qualcun altro potrà fare il segretario dei cristiano-democratici, mentre lei potrà (teoricamente) continuare a governare fino al 2021.

Ma perché Merkel ha deciso di annunciare proprio ora il primo passo verso il ritiro?

Al di là delle motivazioni politiche già citate, a questo interrogativo ci sono anche due risposte più strategiche, inevitabilmente intrecciate: una riguarda le dinamiche interne alla Cdu, l’altra tocca le prospettive più prettamente geopolitiche dell’esecutivo di Berlino.

Sul piano della politica interna, la scelta tattica di Merkel è abbastanza chiara: annunciando d’improvviso la rinuncia alla leadership della Cdu, a poche settimane dal congresso in cui si dovrà decidere il suo successore (il 7-8 dicembre ad Amburgo), Merkel lascia ben poco tempo per organizzarsi ai suoi avversari nel partito. Certo, i gruppi dell’anti-merkelismo nella Cdu sono pronti da tempo, ma con un annuncio così inaspettato, la Kanzlerin può ora spingere il più possibile verso la segreteria la sua erede designata, Annegret Kramp-Karrenbauer. Se Merkel riuscirà a passare il testimone alla sua delfina, infatti, la Cancelliera potrà forse davvero continuare a governare, magari non fino al 2021, ma almeno fino a dopo le prossime elezioni europee.

 E qui entriamo nel secondo livello della ritirata strategica di Merkel, quello internazionale. In un certo senso, Merkel ha deciso di abbandonare l’arena della politica interna per guadagnare tempo su quella della politica estera. Alla leadership della Cancelliera, infatti, sono legati dossier che lei stessa non sembra ancora pronta ad abbandonare: la Brexit, la crisi dell’euro, i rapporti con la Russia e il Nord Stream 2, i rapporti con la Francia di Macron, i rapporti transatlantici con l’America di Trump, il tentativo di consolidare un asse con la Cina, e altro ancora. Ciascuno di questi dossier potrà essere rivoluzionato più o meno profondamente, non appena andrà nelle mani di un nuovo governo. Proprio per questo motivo, Merkel vorrà probabilmente cercare di rendere più o meno resilienti al futuro alcune delle prospettive e dei percorsi che ha perseguito in 13 anni di presenza ininterrotta sullo scacchiere geopolitico. (1 - continua)

@Lorenzomonfreg

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