Le elezioni bavaresi e il successo della manifestazione berlinese #unteilbar consegnano ai Verdi la leadership progressista. Ma per diventare davvero un “Volkspartei” di governo servirà un’ulteriore evoluzione centrista. Aiutata dalla crescita della sinistra radicale sovranista

#unteilbar, manifestazione che mira a "sollevarsi contro discriminazione, povertà, razzismo, sessismo, privazione dei diritti e nazionalismo" a Berlino, Germania, 13 ottobre 2018. REUTERS / Michele Tantussi
#unteilbar, manifestazione che mira a "sollevarsi contro discriminazione, povertà, razzismo, sessismo, privazione dei diritti e nazionalismo" a Berlino, Germania, 13 ottobre 2018. REUTERS / Michele Tantussi

A Berlino erano previste 40mila persone, ne sono arrivate 240mila. Sabato scorso la manifestazione #unteilbar per una società “libera e aperta” ha invaso il centro della capitale, con una partecipazione di gran lunga maggiore del previsto. Parole d’ordine sono state l’apertura in tema di immigrazione, il rifiuto della xenofobia e la lotta contro l’estremismo di destra in Germania.


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A sfilare nelle principali strade berlinesi è arrivato un mondo molto eterogeneo, che va dalle associazioni antirazziste alle Ong dei diritti umani, dai gruppi femministi e queer alla scena dei club berlinesi, dai partiti istituzionali come Verdi, SPD e Linke all’area antagonista della nuova sinistra extra-parlamentare.

Non sono mancate critiche alla manifestazione. Disapprovazioni più o meno forti e più o meno argomentate, che hanno testimoniato la presenza di una parte di Germania frontalmente in opposizione alle istanze di #unteilbar ma che hanno anche mostrato l’esistenza di un’ampia terra di mezzo dell’opinione pubblica tedesca: un’area che guarda con scetticismo alla crescente dicotomia tra completa apertura multiculturale ed estrema virata identitaria.

Al di là di questo, il grande successo della manifestazione berlinese ha fatto emergere un altro interrogativo, più prettamente politico: esiste al momento una forza capace di farsi portavoce di un così eterogeneo ma determinato movimento d’opinione come quello dell’anti-populismo in Germania?

Il miracolo verde in Baviera

Dalla sera di domenica 14 ottobre, c’è chi è sicuro di avere una risposta a questa domanda. Con il 17,5% dei voti, i Verdi in Baviera sono diventati il secondo partito del ricco Land tedesco-meridionale, crescendo di 8,9 punti percentuali rispetto alle scorse elezioni regionali. Il loro exploit elettorale viene ora letto da molti, in Germania e nel resto d’Europa, come l’investitura di una nuova leadership progressista capace di affrontare populismi e identitarismi.

Da tempo i Grünen tedeschi si sono imposti come l’anti-Alternative für Deutschland, contestando costantemente programma, linguaggi, tematiche e obiettivi della destra nazional-identitaria. Non a caso, la stessa AfD spiega da sempre nei propri documenti strategici come i Verdi rappresentino il loro avversario più diretto, la propria nemesi, la specifica Weltanschauung da combattere integralmente.

Anche in Baviera i Verdi hanno sfruttato il loro brand anti-AfD. Ma bisogna subito notare come, in questo caso, non l’abbiano fatto entrando direttamente nell’arena dello scontro su multiculturalismo e immigrazione. In una campagna elettorale che è stata pesantemente monopolizzata dal dibattito sui migranti e dove la Csu ha follemente rincorso AfD per evitare di perdere troppi voti a destra, i Grünen bavaresi si sono tatticamente defilati dal tema immigrazione, presentandosi piuttosto come la forza del pragmatismo, del riformismo, dell’innovazione e della moderazione, decidendo anche di non snobbare il tradizionalismo dei costumi bavaresi e puntando al tempo stesso su una leadership giovane e brillante.

In questo modo, i Verdi hanno raccolto decine di migliaia di voti nelle città più grandi della Baviera, dove la parte più moderna della società civile non ama gli estremismi e dove, soprattutto, la popolazione gode molto spesso dei benefici di una regione baciata dal successo nel mercato globale.

La domanda, ora, è fino a che punto il modello dei Verdi bavaresi potrà essere davvero riprodotto nel resto della Germania, magari in territori dove la globalizzazione non ha portato un benessere così diffuso, ad esempio negli Stati della ex Ddr.

In questi giorni, il miracolo bavarese ha spinto i Verdi anche nei sondaggi nazionali, adesso indicati come potenziale secondo partito del Paese, talvolta con percentuali che arriverebbero al 18% dei voti, dietro alla sola Cdu-Csu. Ma la parte difficile per i Grünen inizierà proprio se questo trend si dovesse stabilizzare perché, in tal caso, saranno costretti a pensare davvero in grande, magari per evolvere verso la proibitiva formula della Volkspartei, un grande partito trasversale a tutti i gruppi sociali e a tutto il territorio nazionale.

Il profondo rosso della Spd

Fino a oggi in Germania ci sono sempre state solo due Volksparteien: la Cdu e la Spd. La prima è in crisi ma sembra reggere, pur essendo in subbuglio nell’attesa dell’epocale fine del merkelismo. La seconda sta inesorabilmente seguendo il decorso della più classica pasokification, malattia che annichilisce da alcuni anni i partiti socialdemocratici europei. Nelle elezioni bavaresi di domenica, la Spd ha perso più di 10 punti percentuali rispetto al 2013, scendendo a un drammatico 9,7% dei voti. La crisi dei socialdemocratici tedeschi sembra andare ben oltre una semplice perdita di consensi dovuta alla loro partecipazione alla GroKo governativa. La Spd sta vivendo una devastante crisi d’identità, in cui sembrano venuti a mancare gli stessi riferimenti ideologici utili all’interpretazione politica della realtà.

Va notato come le elezioni bavaresi abbiano ulteriormente confermato che della pasokification della Spd stiano soprattutto approfittando gli stessi Verdi. Una dinamica che, chiaramente, dovrebbe spegnere gli eccessivi entusiasmi proprio in merito alla scalata dei Grünen.

Guardando alle elezioni bavaresi da una prospettiva europea, ad esempio, la somma dei voti di Spd e Verdi - le sole due forze realmente europeiste - arretra leggermente rispetto agli scorsi anni, andando dal 29,2% del 2013 al 27,2% del 2018. Questo significa che il bacino elettorale a disposizione del centro-sinistra in Germania non si è in verità allargato e che se i Grünen vorranno crescere ancora, dovranno farlo prosciugando completamente la Spd o spostandosi ulteriormente verso forme di neo-centrismo.

Sarà la sinistra radicale a spingere i Verdi verso il centro?

Un’ulteriore evoluzione centrista dei Verdi potrebbe essere favorita dalla possibilità che il sovranismo non gli si opponga più solo da destra ma anche da sinistra. La Linke tedesca sta vivendo un dibattito ideologico interno sempre più divisivo sul tema dell’immigrazione. La corrente guidata da Sahra Wagenknecht - ultimamente formalizzata nel movimento Aufstehen - è ufficialmente ancora minoritaria nel partito ma sostiene con crescente insistenza che i temi dell’accoglienza e dell’immigrazione non possano più essere affrontati senza considerare le ragioni dei cosiddetti “perdenti della globalizzazione”, vale a dire coloro che si troverebbero nella diretta e quotidiana competizione con i migranti nell’accesso allo stato sociale e alle professioni meno retribuite.

L’evoluzione di Wagenknecht è stata fino ad oggi tollerata all’interno della Linke perché tatticamente necessaria a non perdere una parte dell’elettorato post-socialista dell’ex Ddr. Per capire quanto il percorso di Wagenknecht sia, però, in conflitto con l’impostazione tradizionale del suo partito, basti notare che, proprio la settimana scorsa, la politica eretica della Linke si è ufficialmente defilata dalla stessa manifestazione berlinese #unteilbar.

Anche la sinistra radicale tedesca sembra quindi capace di avere ripensamenti sul tema dell’accoglienza e della società aperta, seguendo traiettorie non dissimili dalla sinistra radicale francese, dove Jean-Luc Mélenchon viene continuamente tentato da strade sovraniste nella sua opposizione alla presidenza di Emmanuel Macron.

E continuando con i parallelismi intra-europei, in un futuro prossimo i Verdi tedeschi sembrano proprio destinati a stabilizzarsi nella posizione profondamente centrista e ideologicamente ibrida di En Marche!. In questo caso, in Germania si sta già preparando per loro uno spazio preciso: il vuoto che verrà lasciato dal centro merkeliano.

Quando si chiuderà l’era Merkel, la Cdu virerà inevitabilmente a destra, la Spd potrebbe essere sempre più ridimensionata, mentre la Linke rischierà di dividersi - tra un sovranismo social-patriottico, da un lato, e un antagonismo no-border ma convintamente anti-liberista, dall’altro -. A quel punto, i Verdi tedeschi si troveranno naturalmente nel mezzo dello spettro politico e potrebbero davvero diventare i soli veri eredi di Angela Merkel.

@lorenzomonfreg

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