Ecco come la Germania vuole introdurre i canoni culturali per gli stranieri

“Chi siamo? Chi vogliamo essere? Come società? Nazione? Domande le cui risposte sono tutt’altro che facili (...) Alcune portano a considerazioni ovvie, inconfutabili. Rispettiamo i diritti fondanti e la Costituzione. E in primo luogo la dignità dell’essere umano. Siamo uno stato di diritto democratico. Parliamo la stessa lingua, che è ufficialmente il tedesco. Tutto questo si racchiude nella parola “Verfassungspatriotismus” patriottismo costituzionale. Una buona parola. Ma è tutto qui?”, così comincia una lettera aperta che il ministro dell’Interno, il cristianodemocratico Thomas de Maiziére ha pubblicato domenica scorsa sul tabloid Bild Zeitung, il giornale più diffuso in Germania, che raggiunge quotidianamente 10 milioni di lettori.

Un membro del partito AFD con in mano un volantino del "No". REUTERS/Wolfgang Rattay
Un membro del partito AFD con in mano un volantino del "No". REUTERS/Wolfgang Rattay

All’ultima domanda, risponde il ministro stesso nel proseguo della lettera: “Abbiamo anche quello che si definisce una ‘Leitkultur’”. Termine difficile da tradurre, letteralmente significa “cultura guida”, dove cultura non è intesa però come nozioni appresi sui libri, nello studio, ma “cultura della convivenza”. Ecco, Leitkultur si potrebbe tradurre più propriamente con questa definizione. Una parola, Leitkultur, che ammete de Maiziére stesso, a qualcuno non piace, fa inarcare le sopracciglia. Un po’ come il concetto di patria, che infatti, non ha una traduzione vera in tedesco. “Heimat” è altro, è il paese dove ci si sente a casa.

La ritrosia dei tedeschi a usare certi termini deriva dalla storia recente. Dell’inno nazionale tedesco si canta solo la terza strofa del testo/poesia “Das Lied der Deutschen” (La canzone dei tedeschi) composta da August Heinrich Hoffmann von Fallersleben nel 1841. Le prime due se furono considerate dopo la seconda guerra mondiale troppo nazionaliste e chauviniste.

Tornando alla Leitkultur citata da de Maiziére. Il ministro nella sua lettera indica dieci punti che a suo avviso possono caratterizzare questa Leitkultur che, come lui stesso specifica “non intende imporre, ma la parola stessa lo dice ‘leiten’ [guidare]”. Tra questi punti ci sono regole che riguardano il comportamento in pubblico – dare la mano – non coprirsi il volto nelle manifestazioni e nemmeno in altre situazioni. “Non siamo burka” scrive de Maiziére. L’educazione e l’istruzione sono valori e non strumenti. La prestazione è qualcosa di cui andare orgogliosi, indipendentemente dal campo in cui si compie. I tedeschi di oggi sono gli eredi della storia del loro paese, con i suoi lati oscuri e quelli positivi. La religione ha una funzione di collante e non di spada di Damocle. C’è una cultura di soluzione del conflitto, basata sul compromesso che è parte integrante della democrazia. I tedeschi sono patrioti illuminati, il che vuol dire amare il proprio paese senza odiare gli altri. In quanto tedeschi i cittadini sono sempre anche europei. E infine ci sono luoghi di memoria e di celebrazione, la Porta di Brandeburgo, così come feste popolari o date storiche.

Un “canone”, premette subito de Maiziére, incompleto (e noi qui abbiamo elencato solo i punti chiave senza i vari esempi). Ma quel è lo scopo di una simile elencazione, si chiede il ministro. Che bisogna studiarla a memoria?. “No. La Leitkultur deve essere innanzitutto vissuta e praticata nella quotidianità. Perché chi è consapevole della propria Leitkultur si sente anche forte”.

Inutile dire che la lettera del ministro ha avuto molta attenzione e ha dato il via a un vivace dibattito.

Tra gli interventi più interessanti perché mette a fuoco le finalità (culturali, sociali e politiche) dell’intervento del ministro, c’è quello sul settimanale die Zeit, dove Ludwig Greven scrive: “L’idea di una Leitkultur da contrapporre al multiculturalismo è da tempo radicata tra i conservatori. Risale a 20 anni fa, quando fu l’allora esperto di Finanze della CDU Friedrich Merz a coniare il termine per contrapporsi al modello multiculturale”. Un modello appoggiato da socialdemocratici e verdi, che aveva però creato molte sacche di società parallele, soprattutto tra gli immigrati turchi. “Ed è abbastanza evidente – prosegue Greven – perché de Maiziére lo ritiri fuori ora.  La CDU vuole riprendersi un po’ di elettori che si sono rifugiati tra le braccia nazionaliste dell’Alternative für Deutschland (AfD) dopo l’arrivo in massa dei profughi”.  Gran parte degli esempi portati da de Maizière sono secondo Greven nient’altro che ovvietà e banalità (per esempio che a scuola si cantino canzoni e durante una partita della nazionale si faccia il tifo anche con le bandierine tedesche). Inoltre andrebbe tenuto presente che la questione come l’ha posta il ministro, cioè “Chi siamo?” significa in primo luogo “chi non appartiene a noi?”.

Una tentazione quella dell’esclusione, che ha accompagnato per decenni la Germania, così come qualsiasi altro paese a forte immigrazione. Basta ricordarsi come venivano chiamati i migranti italiani, e turchi che alla fine degli anni 50 cominciarono ad arrivare in Germania per contribuire al miracolo economico tedesco: “Gastarbeiter”, cioè lavoratori ospiti. Ed è solo sotto la guida di Angela Merkel che anche la CDU ha finito per accettare l’idea, che la Germania sia un paese di immigrazione. Ciò nonostante, ammette Greven, l’idea ti tornare a porsi certe domande è giusto. Domande del tipo, cosa vale ancora in questo paese?, cosa si può ancora pensare e dire ad alta voce? Cosa è giusto e si deve avere il diritto di difendere senza essere tacciati di razzismo o altro? Cosa è giusto contestare e come, senza cascare nell’estremo opposto o arrivare a pronunciare frasi come quella pronunciata da Alice Weidel, una dei due candidati di punta dell’AfD, nelle politiche di settembre: “Il politically correct va finalmente gettato  sull’immondezzaio della storia”. Il dibattito è aperto.

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