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Orbán segue Trump anche sulla via per Gerusalemme

Netanyahu chiede alla Ue di seguire la svolta Usa, ma trova una vera sponda solo a Budapest. Il nuovo smarcamento geopolitico conferma la sintonia del premier ungherese con Trump. E la comune ostilità all’ordine liberale (e a George Soros) avvicina Orbán anche al premier israeliano

Il primo ministro ungherese Viktor Orban e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa a Budapest, in Ungheria, il 18 luglio 2017. REUTERS / Bernadett Szabo
Il primo ministro ungherese Viktor Orban e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu durante una conferenza stampa a Budapest, in Ungheria, il 18 luglio 2017. REUTERS / Bernadett Szabo

Ieri il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu era a Bruxelles per incontrare i vertici dell’Unione europea. Richiesta: riconoscere Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico, come fatto da Donald Trump. Risposta: no.

Il coro europeo però non è unanime. In due Paesi Ue è emersa la tentazione di seguire una strada diversa. Il primo è la Repubblica Ceca. Il presidente Milos Zeman ha sottolineato l’importanza della mossa dell’omologo americano, mentre il ministero degli Esteri ha diffuso una breve nota in cui si annuncia il riconoscimento di Gerusalemme come capitale effettiva dello Stato ebraico ma si precisa, in sostanza, che si considera tale solo Gerusalemme ovest e che lo spostamento dell’ambasciata avverrà in caso di pace tra israeliani e palestinesi. Una dichiarazione di compromesso, che tra l’altro arriva da un ministro – Lubomír Zaorálek, socialdemocratico – di un governo che sta amministrando solo l’ordinario, in attesa che si insedi il nuovo, guidato da Andrej Babiš. È l’oligarca che ha vinto le elezioni di ottobre.

Non c’è ancora una coalizione, e a gennaio l’esecutivo dovrà superare la prova della fiducia parlamentare. Tutto è incerto, ma su Gerusalemme Babiš è stato per il momento chiaro. “Quella di Trump non è una buona scelta, basta vedere le reazioni che ne sono seguìte”, ha affermato l’altro giorno, riferendosi agli scontri nei territori occupati.

Il secondo Paese è l’Ungheria, e qui l’approccio è meno sfumato. Non solo l’ipotesi di spostare l’ambasciata sembra consistente, ma il 6 dicembre la diplomazia magiara aveva fatto saltare un comunicato che Federica Mogherini, la responsabile della politica estera europea, avrebbe voluto diffondere a nome di tutti i Paesi membri. “Seria preoccupazione”: queste le parole con cui nel documento, sembra, sarebbe stata descritta la reazione comunitaria alla situazione innescata dall’atto di Trump. Ma appunto, l’Ungheria ha bloccato tutto. E l’Ungheria, a differenza della Repubblica Ceca, ha un governo che esercita pienamente i suoi poteri.

Il motivo per cui il primo ministro Viktor Orbán mediterebbe di allinearsi a Trump è “di campo”. Orbán, come noto, combatte da anni una sua battaglia contro l’ordine liberale. La finanza, i media perbenisti, il principio del politicamente corretto, il multiculturalismo, le élite: tutto questo rappresenta il distorto, il marcio. L’opposto insomma dell’idea di mondo che l’uomo forte di Budapest propugna, fondata su patria, confini, nazione, sovranità, tradizione, popolo. Per Orbán questi due modelli sono in aperto conflitto. Non ci sono sfumature. Bianco o nero. E così chi si oppone all’ordine liberale va sostenuto a prescindere. Da qui l’incoraggiamento, ricambiato, al leader de facto della Polonia, Jaroslaw Kaczyński. O l’appoggio chiaro a Trump, sin dalla prima ora. Appoggio che rientra anche nella partita che Budapest sta giocando in Europa o, meglio, contro l’Europa, assumendo quindi anche un carattere geopolitico.

La Commissione europea e diversi governi degli Stati membri di peso maggiore hanno più volte stigmatizzato le scelte dell’esecutivo magiaro. Il “muro” al confine con la Serbia e il rifiuto di adeguarsi allo schema – obbligatorio – di accoglienza dei rifugiati ne sono solo due esempi, per quanto indicativi. Proprio sul secondo punto la Commissione ha appena aperto una procedura d’infrazione formale contro l’Ungheria. Insomma, avere Trump dalla propria parte fa comodo in un momento come questo. E per avercelo la cosa da fare è allinearsi. 

C’è una certa intesa anche con Benjamin Netanyahu, sotto la cui leadership lo Stato ebraico sta svoltando nettamente a destra. Anche lui guarda con interesse Donald Trump, per ragioni di affinità ideologiche e convenienze politiche interne (inimicandosi gli ebrei liberali americani, che votano democratico, Netanyahu rafforza la sua base di destra). Sia Orbán che Netanyahu vedono poi in George Soros, il miliardario ebreo americano con origini ungheresi, un fastidioso destabilizzatore dei rispettivi governi. E pure questo mette colla tra i due.

A ogni modo è doveroso sottolineare che non c’è ancora una posizione formale dell’Ungheria su Gerusalemme. Per ora solo gli indizi, comunque abbastanza forti, suggeriscono che Orbán possa rompere con il resto d’Europa, i cui vertici oggi hanno ricevuto proprio Netanyahu. Uno, s’è detto, è stato il veto al comunicato di Mogherini. Un altro sta nella visita di Netanyahu a Budapest del luglio scorso. Si recò con Orbán alla grande sinagoga di via Donany e, proprio in quell’occasione, si parlò dell’auspicio che Gerusalemme fosse riconosciuta come capitale. Lo hanno ricordato Andras Heisler e Robert Frölich, presidente e rabbino capo della comunità ebraica ungherese, che hanno cofirmato una nota, in questi giorni, in cui esplicitano la speranza che Gerusalemme diventi “capitale della pace tra le religioni” e spiegano di “aver sempre pregato per la città” e di continuare a farlo anche dopo la decisione di Trump. 

@mat_tacconi 

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