Gli studenti stranieri sono ancora i benvenuti nel Regno Unito?

La settimana scorsa il ministro degli interni inglese Theresa May ha annunciato una riforma delle regole per ottenere il visto con lo scopo di renderle più restrittive. Queste nuove regole avranno delle conseguenze importanti per gli studenti provenienti da fuori dell’Unione Europea. Se la riforma verrà approvata dal parlamento gli studenti non-europei saranno obbligati a lasciare il paese non appena terminati gli studi e gli verrà proibito di lavorare mentre frequentano l’università.

Oxford, United Kingdom - Students and revellers dance through the streets in the early hours during traditional May Day celebrations in Oxford, Britain, May 1, 2015. REUTERS/Dylan Martinez

La decisione fa parte di un tentativo del governo di reprimere duramente le truffe collegate ai visti. Durante l’annuncio il ministro degli interni ha rivelato che l’anno scorso 120.000 studenti non-europei si sono trasferiti nel Regno Unito mentre solo 51.000 hanno lasciato il paese, generando un influsso netto di circa 70.000. Il ministro dell’immigrazione Jamaes Brokenshire ha dichiarato che i visti per gli studenti sono spesso usati come scorciatoie per ottenere un visto lavorativo. Le nuove regole prevedono l’obbligo di lasciare il paese prima di poter richiedere un visto lavorativo. In paesi come gli Stati Uniti, Canada e Australia agli studenti stranieri è permesso di rimanere per un massimo di dodici mesi dopo aver terminato gli studi per cercare lavoro. Le nuove misure sono inoltre mirate a combattere i “college fasulli” e le agenzie che aiutano gli studenti a usare il loro visto temporaneo per emigrare nel Regno Unito a tempo indeterminato.

Nonostante il governo ripeta che gli studenti non-europei sono i benvenuti nel Regno Unito, le nuove regole trasmettono il messaggio opposto e potrebbero avere un effetto nocivo sull’economia. Gli studenti internazionali sono, infatti, un’importante fonte di reddito per le università anglosassoni poiché questi pagano delle tasse universitarie molto più alte dei loro colleghi europei. Per questo motivo, la maggior parte degli studenti non-europei che studiano nel Regno Unito sono benestanti. D’altra parte il processo per ottenere il visto per gli studi è così costoso e complicato (fra i vari requisiti vi è l’avere £10.000 in banca per dodici mesi) che solo gli studenti più motivati e relativamente ricchi lo intraprendono. L’Higher Education Founding Council, l’istituto che si occupa dei fondi delle università, stima che nel 2013-14, le università anglosassoni hanno guadagnato £3.2 miliardi grazie alle tasse universitarie degli studenti non-europei, il 12.9% del loro reddito di £25.6 miliardi di quell’anno. Non sono solo le università a trarre beneficio dagli studenti internazionali, ma anche i business locali. Uno studio dell’università di Sheffield ha scoperto che gli studenti internazionali hanno portato un contributo netto all’economia locale di £120 milioni e di £136 milioni alla regione dello Yorkshire. Lo studio ha inoltre rivelato che solo il 10% degli studenti è rimasto a lavorare nella regione al termine degli studi. Non è quindi sorprendente che molti accademici abbiano già condannato la riforma proposta da Theresa May dicendo che priverà il Regno Unito di talenti e soldi. Non è chiaro se il governo riconosca la possibilità che l’inasprimento delle regole possa dissuadere gli studenti stranieri dal venire nel Regno Unito. Non è chiaro nemmeno come il governo intenda affrontare l’eventuale perdita economica. Sarà possibile, ad esempio, mantenere le tasse universitarie per gli studenti europei a £9.000 l’anno (un livello già molto controverso)? O sarà necessario alzare ulteriormente il costo di un’educazione universitaria?

Le nuove regole servono ai conservatori a raggiungere il loro obiettivo di ridurre l’immigrazione netta ma potrebbe portare più popolarità al partito nell’immediato che benefici economici al paese a lungo termine. Come troppo spesso accade, le regole circa l’immigrazione trasformano le persone in capri espiatori per cercare di unificare e appacificare un elettorato diviso e scontento.

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