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Londra va al voto sulla Brexit e (anche) la May rischia di saltare

La Camera dei Comuni si appresta a votare la legge sull’uscita dalla Ue in un clima di grande agitazione politica. Perché una maggioranza bipartisan di remainers può aprire la strada a una “soft Brexit”. E rovesciare il governo di Theresa May

Il segretario di Stato britannico per l'uscita dall'Unione europea David Davis arriva per una riunione della sottocommissione Brexit a Downing Street a Londra, Gran Bretagna, 2 maggio 2018. REUTERS / Hannah McKay
Il segretario di Stato britannico per l'uscita dall'Unione europea David Davis arriva per una riunione della sottocommissione Brexit a Downing Street a Londra, Gran Bretagna, 2 maggio 2018. REUTERS / Hannah McKay

Quasi due anni di pasticciati negoziati su Brexit ci hanno abituato, sul fronte britannico, ad un andamento quasi regolare nella sua irrazionalità.

Poiché Brexit, nei circoli politici, diplomatici e giornalistici londinesi, è ormai classificata come tema all’incrocio fra il noioso e lo spinoso, per intere settimane resta sotto-traccia, per la gioia di Theresa May che può dedicarsi ai molti altri dossier del Paese.

Poi, alla vigilia di importanti scadenze negoziali, manine ispirate pubblicano report o studi allarmistici, oppure Boris Johnson interviene con una gaffe - o un editoriale su quotidiani amici - che fa riesplodere il dibattito. Il Primo Ministro si trova di nuovo sotto i riflettori, di solito in una luce drammaticamente sfavorevole, ed è costretta ad una accelerazione.

Negli ultimi giorni, i fattori di rimescolamento sono stati due.

Il primo è la pubblicazione, la scorsa domenica sul Times, di un documento preparatorio messo a punto da funzionari ministeriali per il Gruppo interministeriale per i preparativi a Brexit: pagine viste da pochissimi eletti, considerate tanto esplosive da essere custodite in cassaforte ma finite invece sulle prime pagine di quotidiani nazionali e internazionali.

Contengono i tre scenari possibili in caso di no deal: in quello di media gravità, il porto di Dover collassa in poche ore, nei due giorni successivi Cornovaglia e Scozia finiscono le scorte di cibo ed entro due settimane gli ospedali esauriscono le medicine, tanto che per assicurare gli approvvigionamenti il governo deve ricorrere a ponti aerei con l’uso di aerei militari.

Lo scenario più grave invece è citato con l’evocativo soprannome Armageddon e lasciato all’immaginazione.

Più recente è l’ennesima uscita di Boris Johnson, che durante una cena riservata - e soggetta al codice di condotta di Chatham House che impone riservatezza, eppure casualmente registrata - ha parlato a ruota libera, dimenticando ancora una volta di essere il più alto rappresentante della blasonata diplomazia britannica, e se ne è uscito con commenti incendiari, ad esempio, a proposito dell’ipotesi di soft Brexit: «Se non cambiamo e mostriamo di avere il fegato di scegliere una linea politica indipendente, non godremo mai dei benefici economici di Brexit. Rischiamo di finire nell’anticamera dell’Unione Europea, nella loro orbita, ai margini dell’unione doganale e in qualche modo ancora nel mercato unico. E quindi senza reale libertà».

Oppure, sul delicatissimo confine nord-irlandese: «È così piccolo, non riesco a credere che tutta la nostra agenda sia dettata da questa follia». O ancora, sul rivale Philip Hammond, responsabile dei dicasteri economici: «Il Tesoro è un covo di Remainers…. Non vogliono problemi alla dogana, nessuna frattura. Se la fanno sotto al pensiero delle conseguenze immediate e per questo sacrificano i vantaggi di medio e lungo termine… certo, dobbiamo affrontare la possibilità che ci sia un crollo. Ok? Ma niente panico durante il crollo. Nessun maledetto panico. Finirà bene».

Per capire la finalità di queste azioni di disturbo bisogna ricapitolare il contesto.

Il prossimo vertice europeo, il penultimo utile per definire i rapporti fra Uk ed Eu prima dell’uscita a marzo 2019, è a fine giugno e il governo May ci arriva, ancora una volta, impreparato.

La May è stata costretta a rimandare la pubblicazione del White Paper governativo sulla visione di quei rapporti: sarà pubblicato quando sarà pronto, è stata la risposta di Downing Street. Appare evidente che la mediazione fra le varie anime dei governo non ha ancora dato risposte chiare e la May continua a sperare di poter guadagnare altro tempo. Fantasyland.

Intanto, mercoledì c’è stata la rivolta di David Davis, il ministro per Brexit e arci-Brexiteer, che ha minacciato le dimissioni e le ha poi ritirate grazie all’ennesimo fudge, compromesso da fumo negli occhi. In un documento di quattro paginette in cui il governo propone una specie di soluzione per il confine nord-irlandese: un accordo doganale temporaneo che manterrebbe lo status quo per un anno oltre i 21 mesi di transizione già concordati con l’Ue. Scadenza finale, dicembre 2021, dopo di che il Regno Unito lascerà definitivamente Unione doganale e mercato unico.

Come già visto dall’inizio dei negoziati, Londra partorisce sempre soluzioni che funzionano da tampone per la faida interna ma non necessariamente per la big picture delle relazioni con l’Unione Europea. In questo caso, aver ottenuto una scadenza precisa ha placato le inquietudini del Brexiteers, che temono che a forza di ritardi l’uscita venga annacquata o non si verifichi affatto, ma non è affatto detto che la proposta venga accettata a Bruxelles.

In tutto questo, la vera causa del nervosismo a Downing Street è ancora da affrontare. La prossima settimana approda alla Camera dei Comuni, in seconda lettura, il Withdrawal Bill, la legge sull’uscita dall’Unione Europea. È stata già profondamente emendata dai Lords su alcuni punti cruciali, con il testo del governo bocciato in ben 15 votazioni. I Lords hanno, fra l’altro, respinto l’impostazione del governo May, votando a maggioranza per una unione doganale da concordare con l’Unione Europea e, riguardo al mercato unico, per il modello norvegese che garantisce, a certe condizioni, l’accesso alla Eea.

Ai Comuni esiste una potenziale maggioranza bipartisan di Remainers che già a dicembre aveva ottenuto una importante vittoria, imponendo che il Parlamento possa votare sui termini finali dell’accordo di uscita. Emendamento approvato anche dai Lords, ma che ora torna alla Camera per la cruciale conferma definitiva.

A rendere possibile l’umiliante sconfitta del governo è stata la “ribellione” di 11 parlamentari Tories, fra cui gli autorevoli Dominic Grieve e Anna Soubry, che non hanno mai smesso di tessere alleanze per ridurre l’impatto, a loro parere distruttivo, di una hard Brexit.

Un dettaglio: all’indomani di quel voto, il Daily Mail uscì con una prima pagina in cui gli undici erano bollati come “traditori”, con tanto di fotografia, iniziativa giudicata da molti come evidente incitamento all’odio. Un attacco di questa violenza, in caso di nuova sconfitta della linea del governo, non sarebbe più possibile, perché proprio questa settimana il cinico, opportunista e arci-Brexiter direttore del Daily Mail Paul Dacre si è dimesso dopo 26 anni al comando e a sostituirlo è stato chiamato il Remainer Geordie Greig. È un avvicendamento estremamente significativo, perché negli ultimi anni, e particolarmente sul fronte della propaganda anti-immigrazione che tanta parte ha avuto nell’esito del referendum, il Mail ha agito da organo politico.

In ogni caso, il governo arriva al voto con grande apprensione. In un primo tempo, la discussione sul Withdrawal Bill era stata calendarizzata in un giorno solo, martedì, e una prima debacle è stata la decisione di spalmare il dibattito su due giorni, martedì e mercoledì, a seguito di una mini-sollevazione parlamentare.

È un voto così importante che il governo, nella notte di giovedì, ha approvato una serie di concessioni minori sui meno significativi dei 15 emendamenti in discussione, in modo da depotenziare l’eventuale rivolta. Nessuna concessione, però, sui due principali: l’uscita dall’unione doganale e dal mercato comune.

È su questo che si combatte la vera battaglia. Il Labour? Diviso come un Pd qualsiasi.

Molti parlamentari implorano da mesi Jeremy Corbyn di votare per restare nello Spazio economico europeo - che dà accesso al mercato unico. Ma l'opzione è stata respinta dal direttivo, che invece ha partorito una soluzione di compromesso, probabilmente irrealizzabile, che fa un riferimento generico alla necessità di “acceso pieno” al mercato unico.

Il voto parlamentare della prossima settimana può rivelarsi decisivo non solo per la direzione dei negoziati, ma anche per la tenuta del governo May. Possiamo solo immaginare il febbrile lavoro politico e di lobbying in corso in queste ore.

Le uscite sulla stampa di questi ultimi giorni hanno anche quella funzione: aumentare la pressione sui parlamentari chiamati al voto.

@permorgana

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