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Brexit, quale sarà il futuro dei residenti europei nel Regno Unito?

Stretti fra indiscrezioni mediatiche, dichiarazioni poco diplomatiche di politici di varie appartenenze e minacciosi discorsi di Theresa May, 3 milioni di residenti europei nel Regno Unito vivono nella totale incertezza per il proprio futuro, dopo l’esito del referendum del 23 giugno scorso con sui il 52 per cento dei votanti ha scelto il sì all’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

Un turista con un ombrello Union Jack cammina sotto la pioggia vicino alla Torre di Londra. 15 Gennaio 2017. REUTERS/Peter Nicholls
Un turista con un ombrello Union Jack cammina sotto la pioggia vicino alla Torre di Londra. 15 Gennaio 2017. REUTERS/Peter Nicholls

Brexit means Brexit”, è il mantra. Uno slogan che, malgrado la sua onnipresenza, continua a non significare nulla di definito. L’articolo 50 non è ancora stato attivato, sui pre-negoziati ci sono informazioni scarse e contraddittorie, e i negoziati veri e propri, ancora prima del loro avvio, sono già appesantiti da una retorica belligerante da entrambi i lati della Manica.

Di certo c’è solo che le nutrite comunità di Europei nel Regno Unito - sono rappresentati tutti e 27 i paesi, con in testa polacchi (853mila persone secondo l’ultimo censimento), poi irlandesi, portoghesi e rumeni -  non sanno cosa sarà di loro, del loro lavoro, dei loro beni e delle loro prospettive alla fine del negoziato di due anni previsto dal Trattato di Lisbona.

Per questo corrono ad ottenere quelle certificazioni che potrebbero proteggerli dal finire in una condizione di illegalità, in un limbo burocratico fra la perdita dei diritti europei e l’adeguamento a regole ancora non scritte dagli uffici dell’immigrazione del paese che li ospita.

Il primo di questi documenti è la permanent residency, che attesta appunto il diritto alla residenza permanente per chi possa dimostrare di avere vissuto nel Regno Unito regolarmente per almeno 5 anni. Ma la form per questo primo step di sicurezza è di 85 pagine, la documentazione da accludere infinita e tutta in originale, le variabili molte, tanto che, secondo testimonianze ricorrenti, che però non abbiamo potuto verificare, applications identiche possono venire respinte con motivazioni molto diverse, e le risposte agli stessi quesiti possono variare radicalmente a secondo dell’impiegato che risponde al telefono.

Per il momento, l’unico quotidiano a occuparsene con continuità, e già questo è indicativo dell’interesse del grande pubblico per i destini dei concittadini europei, è il The Guardian, che ha nominato una corrispondente per Brexit e dedica a queste storie articoli, approfondimenti e un podcast settimanale.

Durante il podcast andato in onda il 16 gennaio, l’avvocato specializzato in immigrazione Andrew Tingley ha parlato esplicitamente di ‘atteggiamento ostile’  dell’Home Office, che già da anni, sotto la guida proprio di Theresa May, ha reso sempre più difficile la vita agli immigrati non-europei con lo scopo deliberato di contenerne l’immigrazione. Ora, questa “ostilità” diventa applicabile anche ai cittadini europei, che il governo ha apertamente definiti ‘Negotiating capital” nelle trattative per l’uscita.

Bargaining chips, merce di scambio, utile nella contrattazione per i diritti del milione e duecentomila britannici residenti in Europa.

Nello scenario peggiore, secondo Tingley, il giorni dopo Brexit ai cittadini europei potrebbe essere applicato il trattamento già riservato ai non europei sprovvisti dei requisiti per la permanenza: “Ad esempio, i datori di lavoro potrebbero licenziarli, i proprietari terminare i contratti di affitto, le banche congelare i conti. Sono casi che vedo continuamente. Di recente, l’Home Office ha appaltato il servizio ad una società privata, Capita. Dal momento in cui la loro application è stata respinta, i miei clienti hanno cominciato a ricevere messaggi telefonici ogni ora, con l’ingiunzione di lasciare immediatamente il Paese”.

Uno scenario da incubo, il più estremo. Ma non completamente remoto, se il destino di queste persone dovesse davvero diventare una delle armi di una negoziazione particolarmente dura.

Di fronte a un allarme di questo tipo, i residenti Eu non solo si affrettano a procurarsi questi documenti, ma aprono gruppi su Facebook, si scambiano informazioni e storie, chiedono conforto e consigli, raccolgono dossier e buone pratiche.

Come ha fatto Claudia Holmes, privata cittadina italiana, naturalizzata inglese e sposata con un Brit, che all’indomani del referendum ha cominciato a raccogliere informazioni sulle ripercussioni del voto sullo status dei residenti europei. Grazie alla collaborazione pro bono di un gruppo di immigration lawyers, si e’ resa conto di quella che definisce una vera e propria discriminazione ai danni di alcune categorie di residenti europei: in particolare chi, impegnato in attività di cura familiare, non può dimostrare di essere, o di essere stato, autosufficiente economicamente, né ha mai contratto un’assicurazione sanitaria privata (un requisito, questo, molto poco pubblicizzato).

La Holmes ha lanciato una petizione al governo per ottenere la riforma del sistema attuale. Iniziative simili sono state organizzate anche da altri gruppi, tutti spontanei, nati dall’iniziativa di privati cittadini, con esiti e seguito più o meno efficaci.

Ma questi movimenti spontanei hanno fatto emergere un drammatico vuoto di rappresentanza. Non ci sono, per ora, iniziative ufficiali da parte di rappresentanze diplomatiche nazionali o europee.

“Mi chiedo perché, a sei mesi dal referendum, le ambasciate, singolarmente o d’accordo fra loro, non abbiano pensato ad attivare servizi informativi, consulenza legale, condivisione di informazioni, lasciando tutto all’iniziativa privata” spiega la Holmes.

Per quanto abbiamo potuto verificare, solo l’Ambasciata Portoghese raccomanda, nella home page del sito ufficiale, di avviare le pratiche per la Permanent residency.

Si può obiettare che iniziative del genere non rientrino fra le competenze delle ambasciate e che, soprattutto, non ci sia nulla da attivare fino all’inizio ufficiale dei negoziati.

Ma il tema non è procedurale: è culturale e politico. Questi tre milioni di persone hanno un’esigenza immediata: cercano referenti autorevoli e credibili che possano guidarli ora, anche nei mesi che precedono le negoziazioni, perché non si può escludere che proprio quella scadenza diventi una cut off date per il diritto di restare, oltre la quale cambieranno i requisiti o il prezzo della pratica (oggi fissato a 65 pounds per la PR). In ballo ci sono le loro vite, i loro destini, quelli dei lori figli.

Non solo: i gruppi spontanei che nascono su Facebook non sono solo nazionali: sono europei. Questo per ragioni pragmatiche: l’esperienza più simile alla propria può averla fatta un polacco, un belga o un tedesco.

Quei gruppi realizzano di fatto uno degli ideali dell’europeismo: una solidarietà e un senso di appartenenza che trascendono quello nazionale e che si attivano di fronte ad una minaccia comune.

Brexit è, anche, una sfida proprio a questi ideali. Il destino degli Europei del Regno Unito un banco di prova della loro tenuta.

Lasciare questa frontiera a se stessa non è un inizio incoraggiante, se in questa battaglia l’Europa avrà bisogno soprattutto di consenso.

@permorgana

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