Le conseguenze letali dell'uranio impoverito

28 agosto 1995, Sarajevo. Le persone, dopo aver evitato i cecchini serbi-bosniaci o musulmani, girano per i banchi del mercato alla ricerca di qualcosa da mangiare. Da un anno ormai la città è ingaggiata in uno scontro strada per strada, tra la fazione serba-bosniaca fedele agli ideali della Jugoslavia e legata al governo di Belgrado, e quella bosniaca-musulmana che ha vinto il referendum del 1992 che ha sancito l'indipendenza della Bosnia. Tra i banchi della frutta mezzi vuoti, verso le undici del mattino, piovono cinque colpi di mortaio.

Durante lo sminamento un gruppo di esperti controlla il livello di radiazioni in un sobborgo di Sarajevo, a Vogosca.
Durante lo sminamento un gruppo di esperti controlla il livello di radiazioni in un sobborgo di Sarajevo, a Vogosca.

Si contano 43 morti e 75 feriti.

La strage del mercato del 28 agosto è ancora oggi una storia avvolta da molti misteri. C'è chi afferma si sia trattato di un attacco deliberato da parte dell'esercito serbo-bosniaco, e chi accusa la controparte musulmana di aver "sacrificato" i propri cittadini per spingere la NATO ad un intervento attivo nel conflitto.

Il 30 agosto si levano in volo gli aerei del Patto Atlantico. Partono da Aviano e dalla portaerei USS Theodore Roosevelt, nel mare Adriatico, gli A-10 Thunderbolt, velivoli anticarro equipaggiati con proiettili contenenti uranio impoverito (UI). Bombardano 15 obiettivi, ma rendono disponibili le informazioni sulle munizioni utilizzate e sui bersagli colpiti solo alcuni anni dopo la fine del conflitto.

In Bosnia, dopo il trattato di Dayton e la riorganizzazione del territorio su base etnica-religiosa, si comincia a morire di cancro. Cancro ai polmoni, linfomi, leucemie annientano la popolazione dei paesi vicini agli obiettivi dei Thunderbolt. Nel 2002 l’UNEP (United Nations Environment Programme) avvia un programma di screening e bonifica sul territorio bosniaco. In molti dei siti visitati, però, non vengono riscontrati livelli preoccupanti di radioattività.

Nel 2002 l’UNEP ha rilasciato un rapporto liberamente consultabile che ipotizzava quanti proiettili fossero stati sparati su un determinato obiettivo per ipotizzarne il livello di contaminazione e consigliava di interdire alcune zone alla popolazione perché non del tutto “pulite”.

A distanza di ventidue anni, l’utilizzo di munizioni all’uranio impoverito fa ancora discutere. Alcuni Stati le hanno bandite dai propri armamenti dopo che migliaia di militari sono tornati dalle missioni all’estero affetti da diverse patologie rivelatesi mortali. Tra questi, è cosa nota, i militari italiani, 333 rimasti vittime dell’uranio impoverito e 3600 malati (fonte “Comunicato stampa osservatorio militare” maggio 2016) .

Da qui una domanda logica: se l’uranio impoverito è risultato letale per chi ha lavorato anche solo per pochi mesi nelle zone colpite, cosa può succedere ad una persona che in quelle zone vive?

Indagare su questo problema è complesso, poiché gli Stati che negli anni Novanta sono stati bersagli della NATO, oggi ne valutano l’adesione.

Uno studio pubblicato dall'European Hematology Association e realizzato da alcuni dottori bosniaci inerente la formazione di tumori del sangue, ha messo a confronto la popolazione di Hadzici, municipalità a pochi chilometri dalla capitale bosniaca colpita nel 1995 con proiettili UI, e la popolazione di Ilijas, a nord di Sarajevo, non vittima dei bombardamenti NATO. La ricerca ha preso in esame i dati da gennaio 1996 a dicembre 2015, e ha evidenziato che nelle zone colpite con uranio impoverito è presente una concentrazione superiore di pazienti con leucemia mieloide acuta.

Come viene riferito dalla dottoressa Antonietta Gatti, che con il dottor Stefano Montanari porta avanti lo studio sulle patologie causate dalle nanoparticelle, il pericolo non è strettamente legato alle radiazioni, di cui l’uranio impoverito è debolmente dotato, ma all’aereosol che si forma durante l’esplosione del proiettile.

Le nanoparticelle, infatti, viaggiano nel corpo dopo l'inalazione o l'ingestione, e si depositano negli organi. Non è possibile prevedere dove si sedimenteranno, ma è possibile ipotizzare che possano diventare la causa di alcune forme tumorali.

In accordo con questi studi, anche in Bosnia, la dottoressa Lamija Tanovic, docente presso l’Università di Scienze e Tecnologie di Sarajevo, ha avviato un procedimento di screening per approfondire il livello di inquinamento di Hadzici.

“Il primo ottobre abbiamo avviato uno studio che durerà un anno finanziato dal governo bosniaco. Per la prima volta, si avrà la possibilità di indagare nelle zone colpite da proiettili all’uranio impoverito con una squadra composta da fisici, chimici, biologi e dottori. Questa ricerca è preparatoria per poter accedere ai fondi europei del programma Horizon 2020. Il nostro obiettivo è capire se lo stato di salute della popolazione è messo a rischio dalla radioattività dei proiettili all’uranio impoverito o, come sostiene la dottoressa Gatti, dalla formazione di nanoparticelle durante l’esplosione del proiettile.” E continua: “Vogliamo analizzare l’influenza sugli animali che abitano quelle zone e sulle mutazioni genetiche vegetali che potremmo trovare. Testeremo la radioattività e la composizione di suolo e acqua per valutare i rischi per la salute umana. Dopo vent’anni sarà difficile trovare frammenti di proiettili, poiché alcuni sono stati rimossi dall’UNEP mentre quelli nel suolo sono di difficile identificazione. Il miglior marker rimangono le persone che continuano a vivere ad Hadzici, e quelle che si sono trasferite alla fine della guerra. Le particelle che possono venire inalate si fermano nel corpo per anni, e possiamo analizzarle nei reni, nel fegato, nella vescica e nei polmoni.”

L’osservazione degli studi sulla popolazione civile nei teatri di guerra in cui sono stati impiegati proiettili UI, permette di far maggior chiarezza anche su quello che succede nei poligoni militari in Sardegna e presso le basi NATO sul territorio italiano, dove questi proiettili vengono testati.

Nata come arma per fermare un’eventuale avanzata russa verso la fine degli anni ‘70, si è rivelata un mezzo che ha segnato il futuro delle popolazioni colpite penetrando nell’ambiente che le circonda.

Come si legge in alcuni documenti del governo americano e dell’aviazione statunitense, l'uso dell'uranio impoverito è stato anche un modo per riciclare il materiale di scarto derivante dal processo di arricchimento dell’uranio usato nelle centrali. Il risultato, o meglio il danno collaterale, è stato quello di trasformare le zone di conflitto in discariche dove le persone continuano a vivere ignare del rischio potenziale che, a distanza di anni, stanno correndo.

@mprandelli_corr

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