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Hussein the King : storia rap di un migrante siriano

È la prima metà di giugno, tempo in cui l’afa estiva si sta impossessando delle tende nei campi di accoglienza in Grecia. A nord, lungo il confine macedone si è ormai persa ogni memoria della tendopoli di Idomeni, il campo della vergogna europea, sgomberato il 24 maggio dai suoi 10 mila abitanti. Siamo alla vigilia di un altro importante sgombero, quello di Eko Camp a Polikastro, l’ultimo centro indipendente in territorio ellenico, dove trovano spazio quasi duemila migranti, in gran parte curdi, alloggiati in una tendopoli eretta tra le pompe di benzina.

Hussein The King Ibrahim. Foto di Emanuele Confortin

Qui incontriamo Hussein Ibrahim, ‘HK’ nome d’arte Hussein the King, curdo siriano di Aleppo non ancora ventenne. Sguardo deciso, barba appena accennata, sorriso sincero di chi malgrado tutto preserva un briciolo di innocenza giovanile, di chi è riuscito a fuggire, di chi è sopravvissuto all’inferno siriano, e alla guerra fratricida che ha devastato la sua città. Aveva appena 16 anni Hussein, quando ha imboccato la via per la Turchia. Aleppo era bombardata già da un anno. Impossibile restare. Hussein lascia scuola e famiglia per raggiungere il fratello, ad Istanbul dove vive e lavora da tempo. Si ferma per tre anni, trova impiego come lava macchine e poi finisce in uno dei tanti laboratori tessili sostenuti dalla manovalanza siriana. Con sé porta molte esperienze, troppe per un adolescente. Ricordi di una città amata, della famiglia divisa, priva di padre, gli studi interrotti e le opportunità perdute per sempre. Poi le prime bombe, i gruppi di combattenti schierati sotto bandiere diverse, e le proposte di arruolarsi, sempre più insistenti, dall’una e dalle altre fazioni, quindi la fuga in Turchia. Con lui a Istanbul giunge anche l’amore per la musica, il rap simboleggiato da Eminem, quindi la passione per il freestyle, l’improvvisazione su base strumentale. In questo contesto nasce il suo primo brano, Haiat Ahra ‘La Vita è una puttana’, in cui racconta il proprio vissuto, le privazioni subite, la paura, la rabbia, ma al tempo stesso dà voce a milioni di rifugiati siriani fuggiti dall’inferno in terra. Il brano viene inciso a casa di un amico a Istanbul, quindi scaricato nello smartphone e aggiunto ad un misero bagaglio fino a Izmir, la capitale dei trafficanti turchi sulla costa egea, quindi sul gommone che lo sbarcherà assieme ad altri a Lesbo, e da lì ad Atene fino a Eko Camp, a nord, nella speranza di proseguire lungo i Balcani verso l’Europa settentrionale.
La storia di Hussein the King resta sconosciuta fino a giugno, quando l’attivista milanese Davide Agnolaccia, alias ‘Accio’, fonda No Border Radio a Eko Camp. Un’emittente radiofonica diffusa in FM al campo e in streaming su internet, ogni pomeriggio dalle 17 alle 19. Di giorno in giorno al microfono di No Border Radio si alternano migranti di tutte le età. C’è chi racconta la propria storia, chi canta o suona uno strumento, qualcuno prega, altri giungono pronti per una dj-session con una vera e propria scaletta di brani scelti tra i propri autori preferiti. Si balla e si canta assieme, dimenticando gli orrori da cui si fugge, al pari dei muri eretti dai paesi cui si chiede aiuto. Un giorno arriva ‘the King’. Malgrado la timidezza propone un brano, il proprio brano, Haia Ahra, un pezzo che ‘spacca’ al campo, pensato e interpretato da ‘uno di loro’, da un ragazzo non ancora vent’enne, uno tra gli ultimi. Il coraggio di HK e il volano di ‘Accio’ creano aggregazione, ridanno speranza. Al resto ci pensa Gabriele Cipolla, artista visivo e regista, membro di Overthefortress e di Macao Milano. Malgrado i limiti tecnici della vita da campo, in tre giorni il regista italiano riesce a girare, post-produrre e montare un videoclip rap professionale, diffuso con grande successo in rete.

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Emanuele Confortin: Da dove nasce l’idea di scrivere e interpretare canzoni?
Hussein the King Ibrahim: “Dalla mia vita, perché tutto quello che è capitato l’ho voluto raccontare. Volevo dire a tutti che la gente uccide altra gente, che i fratelli uccidono altri fratelli. Tutto quello che ho visto, io sono Siriano, se vai in Siria puoi vedere tutto!”
‘La vita è una prostituta’, come mai un titolo così forte?
“Perché finora ho avuto una vita del genere. Tutto è negativo, in Siria è stato tutto negativo. Sia chiaro che non odio i siriani, ma la Siria ora è nel caos, con persone e interessi da tutte le parti, come i tizi di daesh o gli iraniani, poi gli americani”
Quando hai scritto questo brano?
“Quando ero in Turchia, circa un anno fa. Sono stato in Turchia tre anni a lavorare in quanto non avevo abbastanza soldi. Ho fatto il lava macchine due anni e nel tessile un anno”.
Era un lavoro regolare?
“Si, un lavoro professionale, ad Istanbul”
A chi rivolgi le tue canzoni?
“Non scrivo (canzoni ndr) per me, ma per la gente. Non so se ora la gente ascolterà la canzone in quanto magari non ama il rap, non lo faccio per avere celebrità tra la gente del campo”
Perché hai deciso di lasciare Aleppo?
“Perché questo gruppo o quel gruppo (armato ndr) mi ha più volte chiesto di arruolarmi, di entrare a far parte dell’organizzazione. Mi hanno chiesto tutti, tranne daesh, loro mi avrebbero ucciso in quanto sono curdo, non gli frega che io sia musulmano, loro non capiscono”
All’epoca daesh era già forte nell’area in cui vivevi?
“Si, quindi sono fuggito, non avevo paura ma siamo andati via. Ad Afrin in Rojava”
E il resto della tua famiglia?
“Ho madre, sorelle e fratelli. Ad Afrin si trovano mia mamma, due sorelle, un fratello. Un’altra sorella è in Libano e un fratello a Istanbul. Quelli ad Afrin ora sono tutti sotto protezione del ‘People Protection Units’ il YPG, in Rojava”
Cosa sogni per la tua famiglia?
“Vorrei una nazione in cui riunire tutti assieme. Non vedo mia mamma da 4 anni. Ci sentiamo ma non ci vediamo, stesso per fratelli e sorelle. Mi basterebbe una nazione. Guarda qui (Eko Camp ndr), mi sveglio e vado a caricare il telefono, poi mangio una cosa, aspetto l’ora e mi metto in fila per il pranzo, poi dormo e passo il tempo. Non è una vita questa. Non posso andare a scuola come ogni persona normale!”
Se un giorno fossi libero di fare quello che vuoi?
“Ho due sogni. Uno vorrei diventare dottore per aiutare i siriani o chiunque altro, tipo in un campo come questo. L’altro sogno è essere rapper”
Se qualcuno ti chiedesse di comporre nuove canzoni, ti interesserebbe?
“Certo mi piacerebbe molto, un sogno. In Turchia ho fatto questa canzone per me, non sapevo come fare per diffondere la canzone. Questo è il mio sogno”
La tua famiglia in Siria ha visto il video?
“Si, l’ho mandato via web. Erano molto felici, per me”
In Europa cosa dovrebbero fare per aiutare tutte queste persone, qui in Grecia?
“Aprire il confine”

@emanuele_conf

 

Gabriele Cipolla e Hussein the King Ibrahim. Foto Emanuele Confortin.

Accio alla consolle di No Border Radio. Foto Emanuele Confortin.
Esibizione live a No Border Radio. Foto Emanuele Confortin.
Ramadam, alla vigilia dello sgombero di Eko Camp. Foto Emanuele Confortin.

 

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