I sessant’anni dell’Europa: proposte per il futuro al di là delle celebrazioni

Esattamente sessant’anni fa, il 25 Marzo del 1957, sono stati firmati a Roma i Trattati che hanno posto le basi dell’Europa come la conosciamo oggi, come un’unione basata sul libero mercato, sul libero scambio delle merci, dei servizi, delle persone e del lavoro.

Un'enorme bandiera europea durante la manifestazione del 25 marzo a Roma. Foto di Claudia Broggi.
Un'enorme bandiera europea durante la manifestazione del 25 marzo a Roma. Foto di Claudia Broggi.

Il sogno di un’Europa Unita, però, è molto più antico. Uno dei primi sostenitori fu Victor Hugo, che preconizzò la formazione degli “Stati Uniti d’Europa”. La visione fu portata avanti dalla “Giovine Europa” di Mazzini prima che le Guerre Mondiali spaccassero il continente, avvelenandolo di una guerra fratricida che spezzò ogni speranza di un futuro condiviso. Negli anni Trenta, Churchill incoraggiò la creazione di un’Europa unita come entità politica e federale, baluardo contro l’avanzata sovietica. Il sogno europeo fu coltivato nel Circolo di Kreisau, un gruppo di intellettuali e funzionari tedeschi antinazisti, decisi a disegnare un mondo alternativo a quello hitleriano. Lo stesso trovò forza nel Manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi e nel Partito d’Azione, che sognava una Costituzione dove la sovranità nazionale fosse dichiarata provvisoria, e che impegnasse i futuri governi ad “adottare una politica estera che non pregiudichi la sua adesione ad una federazione”.

Altro grande sostenitore di un’Europa federale e politicamente unita fu Friedrick von Hayek, che nel suo “Le condizioni economiche del federalismo fra stati” auspicava l’istituzione di un’integrazione economica, preceduta però da un’unione politica federale. La devastazione del dopoguerra, però, spingeva a rilanciare l’industria, dando precedenza all’integrazione economica rispetto ai temi politici. Le posizioni dei federalisti furono, dunque, messe a tacere dalle ragioni dei funzionalisti, che ragionavano in termini di integrazione dei mercati, di abolizione delle dogane, di libera circolazione delle merci e dei servizi, senza metter in discussione la piena sovranità nazionale.

Ed è questo modello che fu seguito dai cosignatari dei Trattati di Roma, e che è stato seguito per i primi sessant’anni di storia dell’Unione Europea, gettando le basi per il più lungo periodo di pace della storia europea. A distanza di sessant’anni, però, ci siamo accorti che il modello di un’Europa puramente economica non è sostenibile. Non è sostenibile perché non crea senso di appartenenza, non è sostenibile perché appare lontana ai cittadini, che invece si sentirsi la linfa vitale dell’Unione, appaiono soggiogati dai suoi tecnicismi. Non è sostenibile perché non affronta temi sociali e lascia spazio ai populismi. Non è sostenibile, e la Brexit ne è stato il doloroso esempio.

Le celebrazioni dei sessant’anni dei Trattati di Roma hanno dato pieno spazio a questa consapevolezza. Da una parte, l’incontro al Campidoglio dei 27 Capi di Stato (pesante ma appropriata l’assenza della May) - pomposo, formale, ricco di dichiarazioni d’intenti. Dall’altra i manifestanti di March for Europe, a piazza della Bocca della Verità - colorati, disordinati, diversi, festosi. Queste due apparentemente inconciliabili celebrazioni hanno avuto, in realtà, molto in comune: hanno dato voce alla volontà di un’Europa diversa, veramente unita, che dia spazio a una visione di un futuro che vada al di là dell’unione monetaria, economica, bancaria, per affrontare temi sociali.

La Dichiarazione di Roma, firmata alle dieci del mattino al Campidoglio, intende porre le basi per un Europa sicura - che combatta fermamente e unitamente il terrorismo e la criminalità organizzata, che abbia una politica di migrazione condivisa e responsabile, sociale  - che promuova il progresso economico e sociale e la convergenza, pur prendendo in considerazione la diversità dei sistemi nazionali, prospera e sostenibile – che generi crescita e occupazione, e che promuova l’uguaglianza fra tutti i suoi cittadini.

In fondo, queste sono state le stesse richieste della piazza. Una piazza che non ha posto l’accento sull’aspetto celebrativo e commemorativo, ma che ha visto il sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma come un’occasione per guardare al futuro, avanzare richieste e delineare visioni per la nostra casa del futuro. “Oggi non festeggiamo l’Europa che abbiamo”, ha affermato nel discorso di aperura alla manifestazione Giulio Saputo, Segretario Generale dei Giovani Federalisti Europei, “ma manifestiamo per l’Europa che vogliamo”.

E l’Europa che vogliono le voci della manifestazione è molto simile a quella delineata dalla Dichiarazione firmata in Campidoglio. Secondo Jo Leinen, Membro del Parlamento Europeo, “L’Europa deve affrontare il nazionalismo, il populismo, il razzismo attraverso una proposta di condivisione e democrazia vere”. Gianni Pittella, presidente degli S&D al parlamento europeo, ribadisce che “c’è bisogno di un’Europa sociale, che non guardi solo agli interessi delle banche e delle monete, ma che costruisca una visione comune in termini di difesa, sicurezza e di politica estera”. Altri interventi hanno auspicato un comune controllo delle frontiere, a una politica energetica, di welfare e di difesa condivise.

Non meno Europa, dunque, si è chiesta in questa giornata di celebrazioni, ma più Europa, unita più da valori e politiche sociali vicine al cittadino che da logiche economiche. Un’Europa più politicamente unita che sappia, però, lasciare spazio alle intrinseche e preziose differenze dei nostri paesi. Un’Europa che non si delinei, come nella retorica nazional-populista, come un superstato centralizzato e dirigista, ma che recuperi il modello di Hayek di una federazione veramente democratica, ma anche decentrata e minimalista.

Si è anche dato spazio a un’esortazione a noi Millennials, da parte di Mauro Voerzio, esponente della Comunità Ucraina: “Ai Millennials, sempre vissuti nella libertà, dico di non dare per scontata la pace dell’Unione Europea; dico che la libertà ha un prezzo, che voi non conoscete ma sa essere molto caro”.

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GUALA
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